The Best Of 2019: l’opinione della redazione

BRA

USA: a rischio déjà vu, mi quasi parafraso dicendo che di capolavori in senso stretto oramai non se ne ravvisa neppure l’ombra, ma di uscite valide/da recuperare ne conto in discreta misura. Ecco quindi l’appello: Blu e Oh No omaggiano alla loro maniera la west coast in “A Long Red Hot Los Angeles Summer Night”; Brother Ali, supportato da un Evidence in gran forma, si stacca un po’ dalla sua comfort zone e sorprende in “Secrets & Escapes”; Chris Orrick conferma di essere un liricista di grande talento nell’EP “Out To Sea” e con The Lasso nel più cupo “I Read That I Was Dead”; Freddie Gibbs e Madlib bissano i fasti di “Pinãta” senza ricalcarne i contorni, resi decisamente più spigolosi in “Bandana”; i Gang Starr, ebbene sì, rivivono in “One Of The Best Yet”, album da considerare postumo e che nella sua ovvia imperfezione riesce comunque a emozionare; Griselda, nel senso di “WWCD” come delle sue singolarità, da WSG in “FLYGOD Is An Awesome GOD” e nei vari “Hitler Wears Hermes”, passando per Conway e la serie “Everybody Is F.O.O.D.”, fino a Benny che ha messo d’accordo un po’ tutti con “The Plugs I Met”, lo fanno talmente bene che potrebbero proseguire all’infinito; i Little Brother firmano la sorpresina nel gustoso “May The Lord Watch”, prova addirittura all’altezza dei loro primi due dischi; Nems è la mia personalissima chicca dell’anno, perché “Gorilla Monsoon” è un album a tenuta stagna, grezzo, asciutto e diretto come pochi; Skyzoo e Pete Rock fanno quello che sanno fare meglio in “Retropolitan” e ci scappa pure un bravi per l’attivissima Mello Music Group; infine, certo non per demerito, Your Old Droog, capace d’infilare tre prove valide di seguito in soli otto mesi, cominciando con “It Wasn’t Even Close”, proseguendo con “Transportation” e chiudendo in bellezza con “Jewelry”. Honorable mentions per “Flamagra” di Flying Lotus e “The Loop” di Shafiq Husayn, operazioni principalmente strumentali e meticce.

ITA: lo dico? Lo scrivo? Ok, l’Hip-Hop italiano sta sparendo. Non il Rap, non i rapper, non il contorno di ibridi e via dicendo, ma di album Hip-Hop senza se e senza ma ne abbiamo ascoltati davvero pochi – e con risultati non sempre entusiasmanti. Fatta la premessa (amara), mi sbilancio e assegno la medaglia d’oro a Silla e Weirdo, autori di un disco che ha distanziato tutti gli altri di almeno un giro. “Metamorfosi” è un progetto delizioso, cui non riesco a rimproverare alcun difetto degno di nota: per tecnica, lessico, sound e inventiva si tratta di una prova impeccabile e di conseguenza imperdibile. Segue il collettivo Make Rap Great Again nel suo insieme: ho apprezzato tanto Lil Pin in “Anonima sequestri” quanto Gionni Gioielli in “Michele Alboreto” e soprattutto “Pornostar”; in attesa di “Bmovie”, mi limito a dire che si sentiva il bisogno dello spirito dissacrante e a suo modo esasperato che emerge un po’ in tutte le uscite marchiate M*R*G*A. Chiude il podio Ensi, che in “Clash” ribadisce di poter trovare una sintesi efficace tra underground e mainstream, tentativo nel quale in molti hanno spesso inciampato in clamorosi buchi nell’acqua. Honorable mentions – di nuovo un paio – per “Cartoline da Chernobyl” dei Cronofillers e “Siberia” di Grezzo e Suarez.

MISTADAVE

Il 2019 conferma la tendenza emersa negli ultimi due anni: molti dischi Hip-Hop si sono divisi tra decisa innovazione e spirito tradizionalista, coi risultati alterni che spettano a quest’ultima categoria, nella quale continua a farsi largo un numero di prodotti un tantino troppo simili tra loro – perlomeno nella formula costruttiva di suoni, contenuti e ritornelli. Un po’ come accaduto nei dodici mesi scorsi, la delusione della prima parte abbondante dell’anno è stata superata grazie allo slancio dei soliti pochi ma buoni, che arrivano come sempre a salvare la situazione in extremis. Mi è piaciuta tantissimo la sfida posta in atto da Dj Nu-Mark, uno dei responsabili dei vecchi successi dei Jurassic 5, che si è messo completamente in discussione azionando sintetizzatori di qualsiasi genere e riunendo le forze con Slimkid 3 per una nuova edizione del loro progetto congiunto, “TRDMRK”, rabboccando classe cristallina nella preziosa aggiunta di Austin Antoine. Diabolic si è fatto aspettare, ma è uscito con ben due lavori: nonostante l’abbinata con Vanderslice (“Collusion”) abbia senz’altro deluso le attese per motivazioni legate all’operato del produttore, l’artista conosciuto all’anagrafe come Sean George ha calato l’asso grazie a “The Disconnect”, un disco acre, pieno di risentimento e rivincita, gonfio di un talento in grado di giocare a piacimento con le sillabe inventando accostamenti e punchline tanto divertenti quanto politicamente scorretti, sostenendo il tutto con fiumi di tecnica lirica e una produzione solidissima. Nel terzetto di punta trova posto, come spesso accaduto in passato, un Chris Orrick capace di offrire un album dal concept molto solido come “Out To Sea”, che raffigura un nuovo viaggio all’interno di un’anima tormentata dall’ansia e dall’assenza di autostima, vettori che permettono all’artista di tirar fuori il meglio che quell’angoscia costante abbia da offrire. Menzioni d’obbligo vanno a “This Was Supposed To Be Fun” degli Epic Beard Men, che punta fortissimo sull’originalità e intrinsecità dei contenuti scoprendo il lato umoristico di Sage Francis e B. Dolan, a Crimeapple e il leggendario Dj Muggs per il concreto “Medallo”, che evidenzia la netta ascesa di un mc che non vediamo l’ora di riascoltare quanto prima, infine a due realtà che non sentivamo da parecchio, Gang Starr e Smif-N-Wessun, i primi autori di un’operazione (“One Of The Best Yet”) insperata e assai riuscita negli intenti prefissati, senza poi considerare la grande gioia di ritrovare la voce di Guru alle prese con strofe inedite, i secondi responsabili di un album molto solido e soddisfacente come “The All”.

LI9UIDSNAKE

Anno e decennio si chiuderanno nel giro di poche ore. Occasione imperdibile per mettere finalmente nero su bianco l’elenco del meglio che abbiamo potuto ascoltare in questi ultimi dodici mesi (il discorso generale sulla decade magari lo rinviamo a una seconda puntata…), nonché appuntamento molto sofferto dal sottoscritto, allergico per sua natura a qualsiasi forma di classifica. Per cui, mi affiderò a uno stratagemma: se potessi portarmi solo tre dischi di quest’ultima annata nel 2020, quali sceglierei? Il primo titolo non può essere che “Bandana”. A distanza di un lustro, Freddie Gibbs e l’ubiquo Madlib hanno riassemblato i cocci della piñata, riuscendo a spingersi l’uno nel mondo dell’altro a una profondità superiore rispetto al primo capitolo. Ergo: non vediamo l’ora che arrivi il 2024! Al secondo posto, in ordine puramente cronologico, metto “Soul On Ice 2”. Citando me stesso, un decennio fa Ras Kass era un fantasma destinato all’oblio, uno che rischiava di essere ricordato solo come una breve (per quanto massiccia) parentesi di passaggio. Superata la soglia degli -anta, il rapper di Carson ha deciso però di non starci. Al prossimo compleanno dovrà soffiare su quarantasette candeline…ma in una contesa all’ultima barra è ancora lì per giocarsela con chiunque. E infine c’è “WWCD”; sia per quello che rappresenta in termini di stato dell’arte, sia perché l’apporto del triumvirato Griselda nell’ultimo anno solare è stato senza pari. Qualche menzione d’onore? “Eve” di Rapsody, che conferma tutto quanto abbiamo scritto su di lei in tempi non sospetti. “ZUU” di Denzel Curry, perché questo è un altro che quando fa sul serio ha pochi rivali nel mestiere (pazzesca anche la strofa affidata a FlyLo per “Flamagra”). E poi “One Of The Best Yet”, perché – lo ammetto – ho un cuore anch’io.

GABRIELE BACCHILEGA

Un 2019 buono ma non buonissimo per la doppia h italiana, caratterizzata dall’oramai endemica moltitudine di uscite, alcune delle quali assolutamente degne di menzione e/o encomio, nessuna però meritoria di spazio nella teca delle pietre miliari. In ordine puramente casuale, piazzo sul podio:
“Disordinata armonia (XL edition)” di Macro Marco e Don Diegoh, disco che era già piaciuto parecchio nella prima release uscita esattamente un anno fa, ma che piace ancora più coi sette inediti aggiunti. Eleganti e stilose, come preventivabile, le produzioni di Marco, sopra le quali si consolida il talento lirico di Diego, capace come pochi di raccontare e raccontarsi;
“Pornostar” di Gionni Gioielli, il rapper e producer veneto, privo di mezze misure, sforna l’ennesimo capitolo del progetto M*R*G*A, come da prassi un mix incandescente per 1/3 di rime che colpiscono sotto la cintura, 1/3 di produzioni griseldiane e 1/3 di featuring portatori sani di barre e attributi;
“Clash again” di Ensi, eccolo il disco della maturità (anche questo in extended edition con l’aggiunta di quattro inediti rispetto all’originale uscito a febbraio 2019), un lavoro nel quale il talento e la potenza lirica dell’mc torinese risultano finalmente valorizzati da produzioni tanto eterogenee quanto in grado di vestire su misura ogni singolo pezzo.

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