Epic Beard Men – This Was Supposed To Be Fun

Voto: 4 +

Nel corso degli anni, le individualità di Sage Francis e B. Dolan si sono indissolubilmente intrecciate per evidenti affinità che non si fermano certo alla condivisione della comune provenienza territoriale. Entrambi originari di Providence, capitale del Rhode Island, affondano le loro radici nella poesia e nella comune frequentazione di circoli dove poterla esprimere, affermandosi in seguito quali iconici illustratori delle linee guida per l’indipendenza artistica, proponendo un Hip-Hop innovativo nelle sonorità e socialmente impegnato nei testi, anteponendo la serietà delle tematiche a tutto il resto.

La genesi degli Epic Beard Men giunge dalla necessità di racchiudere tale simbiosi all’interno dello stesso studio di registrazione, accantonando per un momento un fardello interiore certamente significativo e svelando un nuovo lato della propria personalità, ma senza per questo snaturarsi; ovvero prendendo la vita più alla leggera, scegliendo l’humour per trasmettere il proprio messaggio senza scalfirne l’essenzialità. “This Was Supposed To Be Fun” è perciò un titolo assai calzante per inquadrare la volontà di distrarre l’attenzione da una discografia altrimenti ineccepibilmente tutta d’un pezzo, cavalcando l’onda di un’ironia con cui i due mc’s dimostrano di saper andare inaspettatamente a braccetto.

Non per questo l’operazione va erroneamente interpretata: prevale indubbiamente l’umorismo, tuttavia il temperamento canzonatorio dei brani cela con astuzia numerose chicche relazionate al mood concettuale dell’album, attingendo a piene mani da talento e conoscenza, prerogative entrambe di due autori che giocano a piacimento con le infinite possibilità che metrica e ingegno possono offrire, strutturando i pezzi in maniera tanto divertente quanto originale e farcendo i racconti attraverso un fornito repertorio di citazioni adolescenziali. Un ciclo continuo di riferimenti degni della regia dei fratelli Duffer.

Da tali presupposti prendono vita pezzi stesi sottoforma di racconto come “Pistol Dave”, la quale delinea un rozzo e bizzarro camionista dettagliatamente descritto per aspetto, abitudini e carattere (<<Dave threw a Big Gulp out the window/there’s a pair of testicles hangin’ off the back bumper/where’s the dick? Sittin’ in the driver’s seat, brother>> – passaggio tra i più esilaranti proposti da Francis), girando poi la prospettiva direttamente in prima persona, compito che l’ospite Slug porta coerentemente a termine tra richiami cinematografici e switch musicali che dall’American Rock alla John Cougar del ritornello conducono dritti a “Licensed To Ill”. Un sentiero molto simile è percorso da episodi quali “The Chill Is Gone”, che nella demenzialità dei suoi contenuti va a parafrasare Roxette e LL Cool J in simili quantità sopra un simbolico loop di chitarra elettrica, in quanto pare rifersi a un’epoca old school coincidente con la gioventù dei due protagonisti.

Sono brani che, attraverso l’ilarità, mascherano un’intelaiatura rivolta alla critica sociale, un doppio fondo che sottolinea il vero valore aggiunto del lavoro, di cui passaggi quali “You Can’t Tell Me Shit” risultano altresì esemplificazioni più che centrate: i botta e risposta montati su un ambiente sonoro che fa venire in mente il Commodore 64 sanno sì strappare una risata, ma poi è necessario fermarsi a riflettere sul vero senso di ciò che i due amici barbuti intendono comunicare. Vale altrettanto per “Take A Break”, il cui ritornello trasuda la forma della tipica routine anni ottanta, svolgendo le strofe su scambi di microfono per ciascun terzetto di barre e così evidenziando un’ispirazione intelligente grazie alla combinazione tra l’atteggiamento conservativo e la contemporanea critica delle abitudini moderne, due concetti che il duo riesce a far coesistere senza risultare pedante o scontato.

Quando poi tale genialità concettuale/espressiva confluisce in una produzione emotivamente più intensa, ne derivano tracce addirittura monumentali. “Hedges” dimostra di meritare in pieno tale appellativo, spostando con decisione l’obiettivo tematico verso la stretta contemporaneità, tracciando meticolosamente il profilo di due vicini di casa ideologicamente agli antipodi però senza fornire nessun elemento che possa suggerire quale delle due posizioni sia corretta, rappando quindi dalla prospettiva di ciascuno descrivendo con minuzia i rispettivi timori verso l’altro e sottolineando un clima divisivo che non può non ricordare l’attualità statunitense. E’ un attacco che si estende anche ai lussi del corporate, altra lotta già affrontata a tempo debito dai due attori principali, generando l’eccellente parodia pensata per “Man Overboard”, ispirata a un fatto realmente accaduto per tratteggiare in grassetto gli squilibri mentali delle persone plagiate dal lusso; un’offensiva che le frenetiche scenette di “Shin Splints” spingono verso chi non deve faticare per realizzare un tour, ponendo peraltro l’accento su una chimica di squadra qui in grande spolvero, forte del suo saper coniugare padronanza di linguaggio, adattabilità del flow alle accelerazioni del beat fuori dal comune e carismatica capacità d’intrattenimento.

Si prova inoltre di poter essere degli estremi difensori dell’Hip-Hop senza peccare di prevedibilità: il simbolismo centrale delle “Sand Dunes” risulta difatti ambivalente nel richiamare di nuovo elementi figurativi del passato – a maggior ragione quando la struttura sonora riprende un loop noto a chiunque abbia trascorso nere domeniche all’ombra di un cipresso – cancellando i timori reverenziali verso chi è più grande ma non necessariamente più forte, un’ottima analogia con l’industria discografica; “Crumbs In Every Bag” sposta invece il bersaglio verso il rapper mediocre, ridicolizzandone con sarcasmo l’immagine utilizzando un wordplay creativo, che cavalca al meglio una linea di basso assolutamente letale.

Ma “This Was Supposed To Be Fun” è un disco così abilmente concepito da rischiare di vederne sottovalutati gli altri elementi che ne dettagliano il fascino, su tutti una costruzione metrica elevata al punto da dover dedicare diversi ascolti al solo carpire tutti i complessi allineamenti delle rime, abbinata a una produzione (Dolan ne cura circa la metà, tra contributi personali e di squadra) in piena sintonia coi principi del boom bap nelle sezioni ritmiche e quasi sempre soddisfacente nella varietà della strumentazione, equilibrando quanto estratto dal campionatore alla versatilità dei loop realizzati mediante sintetizzatore.

Nella loro inusuale spassosità, Sage Francis e B. Dolan dimostrano che l’immenso rispetto dettato da due pluridecorate carriere non equivale necessariamente al dover sopire nuove potenzialità per assenza di ulteriori traguardi da tagliare, confermando la diretta relazione tra longevità e capacità di mettersi in discussione senza rinunciare a essere se stessi. Una coralità di scopi dalla quale gli Epic Beard Men emergono senza dubbio vincitori.

Tracklist

Epic Beard Men – This Was Supposed To Be Fun (Strange Famous Records 2019)

  1. Hours & Minutes
  2. Sand Dunes
  3. Pistol Dave [Feat. Slug and Blue Raspberry]
  4. Circle The Wagons
  5. Shin Splints
  6. You Can’t Tell Me Shit
  7. Hedges
  8. Take A Break [Feat. Vockah Redu]
  9. The Chill Is Gone
  10. Man Overboard
  11. Crumbs In Every Bag [Feat. Eligh]
  12. Foresight [Feat. Yugen Blakrok]

Beatz

  • Reanimator: 1, 4
  • B. Dolan: 2, 12
  • B. Dolan, Ds3k and Widowmaker: 3
  • B. Dolan and Ds3k: 5, 8
  • Adam Schneider: 6
  • B. Dolan, Ds3k and Sage Francis: 7
  • Dj Swab: 9
  • Jonah “Th’ Mole” Mociun: 10
  • B. Dolan, Ds3k and Romero Shaw: 11

Scratch

  • Dj Slipwax: 1, 2, 5, 11
  • Dj Swab: 9
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