Benny The Butcher – Tana Talk 3

Voto: 4/4,5

All’ottavo anno di attività ufficiale, lo sviluppo della fervente produzione di Griselda Records ha dimostrato di vivere un curioso parallelo con la tematica maggiormente trattata dal suo roster di artisti, la criminalità organizzata. L’etichetta battezzata in riferimento alla nota spacciatrice colombiana è sempre stata contraddistinta – nonché preceduta – da un’attività effervescente e instancabile, generando un’arrampicata gerarchica che oggi, dopo tanto lavoro, vede il salto di notorietà negli accordi stretti con colossi Hip-Hop quali Shady Records e Roc Nation. Seppure le due figure chiave del contesto risultino inevitabilmente essere i due noti fratellastri uniti dalla genetica paterna, Westside Gunn e Conway The Machine, il primo contraddistinto da una presenza scenica debordante e dalla riconoscibile voce acuta, il secondo figura urbana leggendaria per la mezza paralisi facciale che si porta appresso a seguito delle esperienze nella giungla urbana sita nella eastside di Buffalo, Benny The Butcher giunge mezzo passo indietro esclusivamente per dinamiche che ne hanno ritardato l’esplosione, inserendosi però con grinta nella frontline del collettivo. Nonostante l’indiscutibile potere carismatico degli altri due scagnozzi, a opinione del tutto personale è proprio Jeremie Pennick a costituire la punta di diamante della formazione, affermazione verso la quale giungono a sostegno l’indubbia abilità nel gestire un Rap di stampo mafioso in maniera originale, che trova continua linfa vitale nell’alto numero di punchline e nella destrezza della tessitura metrica, la cui ricchezza di abbinamenti multisillabici e il loro continuo collocamento a metà e fine barra si abbina in perfetta armonia alla padronanza con cui gestisce il suo flow.

Titolare di un curriculum discografico del tutto comparabile a quelli dei compari per frequenza di pubblicazione, modalità di commercializzazione e impostazione concettuale, Benny vede in “Tana Talk 3” la sua opera di maggior riconoscimento – perlomeno sino a questo momento. Tenendo fede alla sua fama, il rapper non dà mai l’impressione di proporre una barra priva di proposito durante lo svolgimento dei quattordici pezzi che sostengono la scaletta, i quali sviscerano la profonda connessione tra le sue parole e i beat scuri del produttore di casa Daringer, per l’occasione assistito da un Alchemist in pieno formato nineties. Entrambi sono difatti decisivi per un imprinting sonoro di sfondo criminoso, fornendo una collezione di sezioni ritmiche unte ad arte con olio di seconda mano, bastonate sulla schiena sulle quali si adagiano loop di piano, violino e fiati, opportunamente rallentati o separati dalla scala originale al fine di fornire quel ricercato effetto notturno, lugubre, simbiotico nell’agire da sfondo verso quanto il metodo di scrittura riesce a partorire.

Poche ciance e quintali di stoffa da esporre, il Macellaio domina il suo disco in lungo e in largo senza particolari necessità di ospitare mezzo mondo, il talento è servito in tavola sin dal primo ascolto quando ci si accorge che già nel giro di un paio di righe è possibile assaggiarne l’ampia capacità descrittiva nel rappresentare la propria area collocandovi all’interno i protagonisti delle sue vicende quotidiane e tracciando implicite proporzioni verso la sorella maggiore New York, che per ovvie questioni geografico/storiche viene presa quale punto di riferimento, ma verso la quale non si provano certo timori reverenziali (<<yo, I’m from a cold city, Westsides and Conways, ain’t no Biggies/where niggas barely 20 and rich, they all done drove Bentleys>>“Intro: Babs”).

L’album è un compatto susseguirsi di tracce che mai scendono di qualità, i testi mantengono sistematicamente alta l’attenzione nonostante la triade spaccio/lusso/violenza sia stata abbondantemente disquisita nelle rime dei migliori poeti di strada provenienti dai project della Grande Mela. D’altro canto, la personalità che qui sfocia al microfono è difficilmente contenibile, la capacità di inanellare gruppi di barre assai stuzzicanti – spesso farcite con deliziosi riferimenti culturali sportivi – fa tutta la differenza del globo e le mitragliate di assonanze presenti assestano l’aspetto tecnico parecchi gradini sopra la norma, rendendo passaggi come “Goodnight” assai goderecci (<<the realest shit of life might be the realest shit I write/at the Knicks game, so close, I’m spilling shit on Spike/…/listen dawg, we really came from grave conditions/ran the trap like offence and I’m Lane Kiffin/waiting on the lob, from Chris Paul, guess I’m Blake Griffin/the TEC shoot from AK distance, so I can’t miss ya>>).

Pensieri e racconti riportati nel taccuino prendono vita dall’esperienza concreta attrezzando i contenuti della necessaria veridicità, evidenziando una personalità fredda e distaccata anche nei confronti delle vicissitudini personali più dolorose. La scrittura passa con disinvoltura dalla genericità della tematica principale al trattare più argomenti all’interno del singolo pezzo, peculiarità che “Joe Pesci 38”, assemblata addirittura su un estratto dalla colonna sonora dell’anime “Capitan Futuro”, e “Rubber Bands & Weight”, manata alchemica di prim’ordine, rappresentano con indubbia efficacia. La saltuaria necessità di costellare le strofe attraverso la moltitudine di elementi permette poi al rapper di toccare in velocità tanto l’omicidio del fratello quanto l’assassinio di Eric Garner, anche se il focus principale rimane sempre quello di offrire spaccati di vita del tutto intimi.

Proprio l’appena citata “Rubber Bands & Weight”, oltre che proporre un ritornello talmente infettivo da riuscire con naturalezza a farsi memorizzare alla prima botta, offre un’efficace cronaca delle prime esperienze di spaccio realmente vissute, descritte in maniera vivida e stilisticamente impeccabile, così come “Langfield”, scritta in maniera eccellente, vede le proprie rime dipanarsi tra altri cenni al fratello – cui è dedicata la copertina – e immagini che dipingono la dipendenza sofferta dalla madre, coniugando tale fattore al modo scelto per condurre la propria vita. Altrove, in particolare una “Fast Eddie” ove il mood permette a Prodigy e Havoc di riecheggiare da lontano, il concetto è uguale ma cambia il metodo espositivo, raccogliendo le stesse idee attraverso la forte ironia di punchline da urlo (<<cold world, jumped in the game, momma couldn’t protect me/bought a gun and had to shoot like I was winning an ESPY/I had to dress the work up like I was getting it sexy/had to serve the whole house just like a nigga was Geoffrey>>).

Chiarita l’aspirazione alla ricchezza e alla potenza, altrettanto trasparente risulta essere l’attitudine acquisita strada facendo, apparentemente priva di particolari emozionalità. Ascoltare la sinistra atmosfera di “Rick” sotto le corrotte luci di un vicolo malfamato è un’idea tutt’altro che consigliata (<<what you tryna cop? You can buy it here/we got a spot, so the dope fiends can try it here/uh, Versace shirt with the lion head/it’s my brick, so when the pie split, I get the lion’s share>>); “Broken Bottles” vede invece Alchemist vestire vintage mentre Benny rima con la massima rilassatezza, ma come se stesse contemporaneamente puntando una pistola in faccia a qualcuno, alterando il flow tra una strofa e l’altra – che di certo non necessitano di ritornelli per rendere il brano memorabile. Non mancano idee estrose: “‘97 Hov” getta omaggi floreali più o meno velati verso Jay-Z, mantenendo vivo il concetto comparativo basale per tutta la durata di un pezzo edificato a quattro mani e diviso in due metà esatte, lasciando spazio a passaggi che saranno pure di libera interpretazione, ma risultano assolutamente intuitivi dal momento che Benny – seppur con accezione più polemica – quando dice <<by the time they learn to love me, I’ll be dead and gone>> pare richiamare proprio le preghiere rivolte da Hova alla madre nella sua “You Must Love Me”, risalente proprio al periodo indicato dal titolo.

La prestazione complessiva al microfono è talmente soddisfacente da non porre problematiche di confronto con l’immenso Royce Da 5’9’’ su una “Who Are You” svestita da cassa e rullante, Benny sa come gestire le sue mura anche di fronte a un lyricist di altissima qualità; la presenza di Meyhem Lauren è senza dubbio consona a un contesto del genere, anche se colpi bassi e abbinamenti figurativi fanno pendere la bilancia ancora verso l’attore principale (<<they talk bad about a nigga, worse than Fox/dear mama, I’m a rider, a version of Pac>>“Echo Long”); titoli di coda infine affidati a Conway, che non manca nel marcare con adeguatezza un territorio (<<teaching my youngins how to break up the bricks, call it karate classes>>“All 70”), mentre Daringer veste i panni del Daniel Alan Maman più psichedelico – ma, ancora, non c’è alcun bisogno di una forte presenza degli altri pilastri di Buffalo per attirare maggiori attenzioni.

A nemmeno due anni dalla sua uscita, “Tana Talk 3” si conferma essere al top della produzione di Benny The Butcher, nonché uno degli assi sinora calati da casa Griselda: un disco che rimarrà rilevante a lungo, in grado di definire uno dei personaggi di maggior talento che il panorama underground sia stato capace di offrire in questi ultimi anni. <<Ayo, the Butcher coming nigga>>? No, per noi è già arrivato da un pezzo…

Tracklist

Benny The Butcher – Tana Talk 3 (Griselda Records/Black Soprano Family 2018)

  1. Intro: Babs [Feat. Keisha Plum]
  2. Goodnight
  3. Scarface Vs Sosa Pt. 2
  4. Rubber Bands & Weight
  5. Fast Eddie
  6. Broken Bottles
  7. Echo Long [Feat. Westside Gunn and Meyham Lauren]
  8. 97′ Hov
  9. Joe Pesci 38
  10. Who Are You [Feat. Royce Da 5’9” and Melanie Rutherford]
  11. Fifty One [Feat. Westside Gunn]
  12. Rick
  13. Langfield
  14. All 70 [Feat. Conway]

Beatz

  • Daringer: 1, 2, 3, 5, 7, 9, 10, 12, 13, 14
  • The Alchemist: 4, 6, 11
  • Daringer and The Alchemist: 8
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