Intervista a Gionni Grano e Nex Cassel – i Fratelli Freschi (29/06/2022)

Una terrazza con vista mare, un Americano in mano (il cocktail) e delle seppioline alla griglia… Quale miglior modo per intervistare Gionni Grano e Nex Cassel? La scusa è ovviamente l’uscita del terzo disco a nome Fratelli Freschi, “D.O.C.G.”, seguito di “Lungomare da morire” e “Professionisti in vacanze”; ma ne abbiamo approfittato per fare il punto un po’ su tutte le attività che il duo ha in piedi, spaziando tra AdriaCosta e Make Rap Great Again…

Moro: iniziamo con un paio di domande per cercare di riassumere i vostri percorsi. Nex, il tuo cammino da solista va avanti spedito oramai dal 2010: i tre mixtape, gli album tuoi e quelli in collaborazione con Fantini, Er Costa e (rimanendo alle macchine) Lil Pin; quali sono gli stimoli che ti spingono ancora a fare Rap?
Nex Cassel: e prima ancora avevamo fatto gli album con i Micromala, nel 2005 il primo bootleg, nel 2006 “Bong beach”, che è una sorta di Fratelli Freschi, avendo quel tipo di intenzione, ma dove c’era anche Gioielli. Finché c’è qualche motivazione valida, che può essere ad esempio il divertimento, l’amore per il Rap, la voglia di scrivere le barre, di ricercare i giochi di parole, gli stimoli ci sono sempre per andare avanti. Io poi sono anche un ingegnere del suono, quindi mi piace ugualmente quel lato della musica, mixare i dischi e la soddisfazione di sentire la tua roba sparata alta in un bell’impianto o in macchina.

M: in te convive questa dualità, l’essere rapper e producer. Ricordiamo che sono prodotti da te “LO VE” e “Sardinia assassins” (a mio parere uno dei più bei dischi MxRxGxA); quale ruolo ti piace di più?
NC: forse mi sento più un rapper, anche perché la gente mi vede più così. In passato ho avuto dei momenti in cui avevo di più questo dubbio.
Gionni Grano: i primi anni, quando avevamo fatto i dischi assieme, c’era lui che faceva le basi, non Gioielli. Era proprio lui il nostro produttore, poi negli anni Gioielli è diventato più produttore e lo è tutt’ora.
NC: quando avevamo iniziato, alla fine degli anni ‘90, trovare delle basi fighe era difficile, soprattutto per un gruppo che non era conosciuto. Quindi dovevamo farcele, era proprio un bisogno.
GG: è stato anche un periodo un po’ strano fino a metà anni ‘90, perché poi tutto si è un po’ chiuso.
NC: infatti la nostra generazione è quella che ha pagato di più quel gorgo nero del Rap italiano.

M: ecco, appunto. Per te, Gionni, ci sono i primi due episodi dei Fratelli Freschi, poi nel 2014 avevi fatto “Grano duro”, quindi c’è come un buco fino al 2020, quando riparti a bomba con “Cipriani”, “Economia & commercio 2” a dieci anni dal primo… Cos’è successo?
GG: fondamentalmente il buco è dovuto al lavoro che faccio, ho un ristorante e quindi sono sempre molto impegnato (Al Bacaro di Noventa di Piave, dove lo staff di RapManiacZ è andato anche a cena e la recensione è molto più che positiva – ndMoro); poi ho avuto anche due lutti importanti, è morto mio papà e dopo un po’ è morto anche mio zio, quindi sono entrato io a capo della gestione del locale. Questo è stato lo scossone forte, diciamo attorno al 2016, quando è uscito il disco dell’AdriaCosta che è l’ultima cosa che avevo fatto. Non è che avevo detto adesso smetto di rappare, perché io mi sento un rapper, io sono un rapper, non smetterei mai di rappare, però non pensavo più di fare dischi, magari qualche strofa qua e là coi fioi. Poi con la pandemia ho chiuso il locale, ho avuto un giorno di paranoia totale e mi son detto sono a casa a fare un cazzo tutto il giorno, mi rimetto a scrivere. Abbiamo una chat coi fioi e gli ho scritto se mi mandavano delle basi. La botta di culo è stata che la prima sera mi sono messo a fare dei provini, li registravo col telefono e li ho mandati in chat a loro. Questi due primi provini sono diventati i primi due pezzi di “Cipriani” e uno è anche il singolo. Mi sono gasato, perché gli altri mi dicevano che ero in forma e di andare avanti così.

M: in effetti adesso sei in formissima e dopo quel periodo buio stai facendo una montagna di roba, compresi featuring e collaborazioni con tutto il collettivo Make Rap Great Again.
GG: ti dico che paradossalmente, anche per l’età che ho, dovrei essere uno – tra virgolette – a fine carriera, invece mi sento nel momento più forte. Secondo me non ho mai spaccato come sto spaccando adesso.
NC: guardando Grano, un consiglio che potrei dare agli artisti in generale, ma diciamo ai rapper, è che a volte siamo sempre presi dal voler fare tante cose, invece bisogna fermarsi un attimo e ragionare su cosa davvero si vuol fare. Infatti lui quando è tornato con “Cipriani” sapeva esattamente cosa voleva fare, quindi è tornato con più lucidità che mai.
GG: per me è stata una cosa totalmente naturale, ho sempre fatto le barre nelle quali parlavo di bottiglie di vino e mi sono reso conto che nel Rap si rispecchiava anche la mia vita lavorativa. Il mio lavoro è uno stile di vita e mi sento arrivato a un punto della mia esistenza nel quale so chi sono, mi sento quel personaggio lì, anche se personaggio è brutto come termine. Sono l’oste mc!
NC: il fatto è che il personaggio e la persona coincidono. Senti certi che arrivano a quarant’anni e rappano ancora delle loro cazzate di quando ne avevano venti e questa cosa non funziona, perché la gente percepisce che sei finto e vivi nel passato. Se invece sei sempre vero, hai una marcia in più. Poi a livello qualitativo la roba funziona quando è vera e sentita e ciò non ha nulla a che vedere coi numeri, perché quelli li fanno altri, non noi, e su quello non ho consigli da dare a nessuno.

M: riguardo “Cipriani”, hai ricevuto i complimenti proprio dal signor Cipriani!
GG: praticamente una volta sono venuti a pranzo il direttore marketing e dei ragazzi che lavorano per il Cipriani Food, dicendo che avevo fatto una figata e che l’aveva sentita anche il dottore (loro lo chiamano così) e che gli era piaciuta e sarebbe venuto al ristorante. Infatti poi è venuto un paio di lunedì di fila, facendo i complimenti per il baccalà e il pollo in tecia, dicendo che è come dovrebbe essere il nostro cibo veneto fatto a regola d’arte. Una cosa di cui sono contento – e anche questa è venuta in maniera proprio naturale – è che il Rap entra nel mio lavoro di ristoratore, perché vengono tanti ragazzi per conoscermi, per mangiare, per farsi la foto al Bacaro, per fare la storia con la bottiglia di vino. Tutto naturale e senza strategie.

M: veniamo al disco, “D.O.C.G.”, che io vedrei appunto più come parte di una trilogia. Com’è nata? Come si è evoluta questa cosa?
NC: avevamo questa nostra necessità di essere veri al 100%. Se ad esempio nei dischi dei Micromala c’era il lato divertente, c’erano comunque anche cose abbastanza più serie, più cattive in un certo senso. Noi volevamo tirare fuori il nostro lato più spensierato, legato all’estate, perché comunque siamo sempre stati ragazzi della costa, dell’AdriaCosta, ragazzi della spiaggia. Fa proprio parte di noi. Quindi fare un progetto che fosse dedicato a questo lato. A me, personalmente, serve proprio per fare poi dei dischi anche più incazzati ed essere sempre e comunque una persona vera. Per bilanciare le due cose, perché non voglio essere sempre incazzato tutto il giorno, tutta la vita.
GG: io ad esempio non sono nato al mare, sono a una ventina di chilometri, però mi sento proprio un summer boy. La spiaggia, il mare e tutto quello che ci gira attorno lo sento mio. Nex invece è veramente uno di mare, addirittura ha il nonno pescatore… Comunque props per i cocktail di RapManiacZ, tanta roba! (si ride e ce ne facciamo un altro – ndM)

M: ricollegando il discorso all’essere veri, si torna all’acronimo del disco – di origine controllata e garantita.
NC: il titolo del disco esprime proprio questo. Non dirò mai che il Rap è poesia perché è una cazzata, ma utilizza tante figure retoriche e la più usata è la similitudine, quando dici sono come. Quando un rapper dice che è come Tony Montana, non dice che è un narcotrafficante, ma dice che nel Rap è un boss. Questo è quello che tanta gente non capisce del Rap. Noi abbiamo detto che siamo come il vino D.O.C.G., significa che abbiamo una storia, chiunque quindi può andare a vedere qual è, siamo certificati.

M: ad esempio Il Gazzettino ha preso la palla al balzo, addirittura con un commento di Zaia…
NC: appunto loro, essendo gente che non capisce come funziona il Rap, hanno preso esattamente per buono quello che dicevamo, pensando che parlassimo solo di vino. Noi parliamo anche di vino. Siamo degli appassionati di vino, Grano soprattutto ti sa dire i nomi di tutte le cantine d’Italia, quindi ci sta anche che passi questo, ma di base c’è appunto sempre quel gioco della similitudine.

M: prima avete ricordato i Micromala, quindi la domanda è d’obbligo. Ci sarà qualcosa prima o poi, esiste ancora come progetto?
GG: come progetto artistico vero e proprio, no. Ma comunque siamo io, Nex e Gioielli, siamo ancora qui che facciamo musica assieme. Ti faccio un esempio: “Cipriani” io lo sento molto un disco Micromala, perché è stato lavorato tutto assieme a Nex e Gioielli, le produzioni sono metà dell’uno e metà dell’altro. Ogni pezzo che facevo, lo ascoltavamo assieme e valutavamo le cose.
NC: prima di fare un altro disco dei Micromala, dobbiamo capire assieme esattamente che tipo di disco vorremmo fare, perché se lo facciamo dobbiamo farlo bene e dobbiamo decidere che identità musicale avere. Io qualche idea ce l’ho pure in mente, ma siccome facciamo musica assieme, se dobbiamo farla con quel brand lì, dobbiamo farla come va fatta.

M: parli di brand, quindi di identità, di far parte di qualcosa di identificabile. Fate parte di MxRxGxA e AdriaCosta, domanda secca: vi puntano una pistola alla testa, quale scegliete tra le due?
NC e GG: AdriaCosta, dai! AdriaCosta è famiglia, è vent’anni che esiste. MxRxGxA è una bella realtà ma più giovane, la stiamo vedendo crescere bene e siamo contenti.

M: io sono veneto come voi. Affrontiamo due temi a noi congeniali e anche affini all’estate e al mood del disco: donne e alcool! Cosa dicono le vostre morose dei vostri testi?
NC: non so se voglio rispondere a questa domanda, risponde Grano (si ride – ndM).
GG: la mia morosa capisce il mood, capisce il viaggio. Il Rap che faccio è molto vero e molto reale, ma ovviamente gioco anche con il mio personaggio e quello che rappresenta. La mia fortuna è che con la mia ragazza vado d’accordo, è proprio la mia compagna di vita, di battaglia, mi diverto tanto. Il progetto FF esiste da prima, le barre sul sesso giocano appunto su quello che succede d’estate, sul lato magari che avevo da ragazzino in tutta la mia vita passando l’estate in spiaggia a rimorchiare, after party alla mattina in riva al mare, serate, pontili, rappresenta un po’ lo stato d’animo di quei momenti.
NC: fai musica anche per le altre persone e quindi devi rappresentare quello che succede. E’ un discorso delicato, perché quelli che fanno anche troppo così mi stanno un po’ sul cazzo; c’è modo e modo di farlo però, un modo sano e uno tossico. Noi siamo molto naturali nel farlo. Facciamo musica che potrebbe anche sembrare mainstream, musicale. Il nostro intento non è quello di fare la hit dell’estate, ma di fare le underground hit dell’estate, cioè quelle che la gente appassionata di Rap si può ascoltare in questo periodo. Facciamo musica spensierata ma in maniera sana, non cerchiamo il tormentone stupido. Per dire, “Festivalbars” si posiziona ancora come disco più Rap del nostro, e anche quello essendo concepito da Gioielli, che è AdriaCosta, gioca sempre col nostro immaginario e gli elementi dell’estate.
GG: anche a me nel Rap che faccio piace sempre dire più o meno le stesse cose, però dirle in maniera figa, con duecento citazioni o riferimenti diversi, perché poi la cosa figa del Rap è proprio la barra.

M: tornando al discorso AdriaCosta, un annetto fa abbiamo intervistato Gioielli, che diceva appunto si tratta di una famiglia, ma una famiglia con una certa attitudine. Cosa devi avere, per farne parte?
NC: intanto essere un po’ casinista, un po’ Punk per certe cose. Possiamo berci uno champagne mentre mangiamo un hot-dog, per dire. Non ti diciamo che è la cosa più giusta da fare, ma può capitare. Posso citarti alcune regole dell’Adria: che si parcheggia sempre davanti. Se vai a un evento, non dici che parcheggi dove trovi perché magari davanti è pieno: no, tu parcheggi davanti. Altra regola è che quello che succede in AdriaCosta, resta in AdriaCosta. Altra ancora è che l’oggi e il domani sono divisi da quando dormi, non è che il domani scatta a mezzanotte, domani è quando dormi. E potremmo andare avanti ancora. Per entrare in AdriaCosta, uno deve farsi le ossa almeno quindici giorni con me, farsi una nottata in caserma, ci sono un po’ di cose, insomma…

M: avete intenzione di fare qualche live, quest’estate?
GG: non è semplice, perché avendo il locale io lavoro ogni sera, ma comunque abbiamo gente che ci chiama e ci chiede di organizzare qualcosa. Ci piacerebbe fare qualche situazione proprio spiaggesca, si stanno organizzando delle cose a Caorle e Jesolo, quindi seguiteci sui nostri social. Il 2 agosto facciamo una bella festa, la serata di presentazione del disco al mio paese, Noventa di Piave, anche assieme a Gioielli.

M: la domanda sulle donne l’abbiamo fatta, quindi adesso c’è quella sull’alcool. Birra AdriaCosta!
NC: abbiamo fatto “D.O.C.G.”, ma amiamo anche i vini naturali, i macerati e le birre artigianali, mondi che sembrano distanti ma che in realtà sono facce della stessa medaglia. Fare questa birra è fondamentalmente un gioco, ma come il Rap è un gioco che va fatto seriamente, un gioco per adulti. E’ stato figo fare questa cosa della birra AdriaCosta, penso siamo stati la prima crew in Italia a proporre una bella birra seria, magari adesso è una cosa che va un po’ di moda, ci sono altri che ci hanno copiato ma non voglio fare pubblicità a nessuno. Sono convinto del prodotto che vendiamo, non la vorrei diversa da com’è. Quello che possiamo fare è farne magari un’altra, ma mantenere comunque anche questa. Ad esempio ho bevuto la birra di Action Bronson: buonissima, niente da dire, ma è molto particolare, ne bevi una e dici cazzo che roba assurda che ha fatto, ma la seconda non la bevi. Noi invece, come facciamo con il Rap, abbiamo voluto fare una birra che piacesse agli appassionati di birra, che sia una birra vera, che ne puoi bere tanta e che la possono bere tutti. Anche nel Rap a volte mi sento un rapper un po’ estremo, un po’ pesante, però cerco sempre di essere potabile. L’essere strani a prescindere non mi piace molto.

M: avete in cantiere qualcosa di nuovo, anche singolarmente?
NC: a luglio esce “Rapper bianco in mescalina” (nel frattempo è uscito – ndM), disco tutto di remix di St. Luca Spenish. Di solito non mi interessano i progetti di remix, ma in questo caso Spenish ha fatto proprio un altro disco, tant’è che abbiamo cambiato anche la tracklist. Non sono proprio strumentali Hip-Hop, le batterie sono quasi assenti e ha proprio tutto un suo senso. Poi restate connessi perché a ottobre uscirà altra roba mia…