The Doppelgangaz – Dumpster Dive

Voto: 4

Il lungo vagabondaggio dei Doppelgangaz prosegue senza sosta, fiero di quella fervente attività indipendente conseguita in una collezione di dischi in grado di ampliare significativamente quello scavo cominciato tredici lontani anni fa circoscrivendo una nicchia cialtrona, perfettamente discernibile anche nel vasto e confusionario substrato sotterraneo dell’Hip-Hop statunitense, e – non ultimo – traboccante di talento a tutto tondo. EP e Matter Ov Fact hanno sempre portato a termine le loro numerose missioni secondo i loro stessi dettami, fidandosi di quanto gli suggeriva l’istinto nel perseverare in un indirizzo artistico che li ha portati lontano, probabilmente molto più di quanto essi stessi riuscissero a fantasticare nei tanti anni trascorsi in amicizia prima di decidere che la musica sarebbe diventata una questione seria. Sempre che di serietà si possa davvero parlare, perché ogni album sembra provenire da una gigantesca farsa burlesca che i due sembrano aver progettato in tempi non sospetti, sguazzando nel loro immaginario girovagare tra un tuffo in un cassonetto e un mantello nero, creandosi un seguito di utenza non comune a realtà di simile matrice.

Il quadro offerto dai due ragazzi originari della porzione a sud est di New York conosciuta come Orange County potrà anche essere visivamente e tematicamente frivolo, tuttavia ciò non impedisce certo di osservarne l’intelligenza nel creare di continuo punti stilistici di contrasto indicando velatamente i reali intenti dell’operazione, seppur in modo giocoso. “Dumpster Dive“, la più recente uscita fornita da quella catena di montaggio in moto perpetuo, riesce in tale intento con una maggior maturità rispetto al passato, dando accesso a un mondo immutato rispetto alle sortite precedenti e per lo più costituito da una tematica consuetamente legata alle improbabili interazioni con l’altro sesso, un fattore che non ha mai rappresentato un limite per le velleità dei due, se non altro per la certificata abilità nel generare contenuti originali nella stesura del testo, nel lessico, come nella costruzione di beat che spaziano con grande efficacia tra l’oscura grinta metropolitana newyorkese e la spiccata brillantezza di quanto allestito con l’ausilio del sintetizzatore.

Sono proprio i loop realmente suonati a evidenziare un’ulteriore progressione della specifica autoproduzione, il sound risulta infatti ulteriormente infittito di substrati, di porzioni seminascoste che convivono alla perfezione con la struttura primaria del pezzo. E’ letteralmente impossibile tracciare i confini in una mappa geografica così ricca da riuscire ad attraversare tre differenti tappe nel giro di soli tre brani, partendo dalla minuzia compositiva che caratterizza l’introduttiva “Fire W Fye”, eccellente nel ricreare la sensazione di marcio attraverso quei campanelli rallentati tanto da renderli minacciosi e suoni che si inseriscono al rovescio, passando per la marcata leggerezza di “Come See Me”, beat addirittura solare, per concludere con i tremendi colpi di cassa della fantastica “Salacious”, che va inserita tra i futuri capisaldi del gruppo tanto per l’incisività dei loop quanto per lo stile con cui EP incastra rime doppie dando un diverso significato al contesto attraverso la semplice gestione di una pausa, generando una strofa killer nella quale riesce a far rimare fool’s silly con fusilli!

“Doo-bai” è un’altra dimostrazione della faccia più lucida del gruppo, si preme con decisione sull’acceleratore in direzione up-beat svolgendo con ilarità una tematica sconsigliata ai deboli di stomaco, cogliendo l’occasione propizia per creare longevità al di là della ridondanza argomentativa, missione resa possibile dal riuscire ad essere maestri nel rendere divertente anche ciò che è in realtà ributtante; meglio ancora se il tutto è arricchito da una gestione del flow ad alto tasso vizioso da parte di entrambi i protagonisti. La chiave della riuscita di episodi come “Hot Hand” è invece il potervi assegnare più di un significato, il testo sembra una gigantesca parodia metaforica in apparenza impostata su differenti riferimenti all’autoindulgenza, ma può adattarsi perfettamente a tutt’altro argomento se letto in maniera differente, facendo emergere l’intelligenza nella genesi della traccia a braccetto con l’umore volutamente moderno di una tipologia compositiva che da sempre risulta presenziare tra le tante corde dei Gangaz.

Più confusione si getta in giro e più sale il divertimento nel vedere lo sbigottimento dei destinatari, come dimostra una “Frugalin'” dall’atmosfera marcatamente scura, che pare addirittura frenare l’atteggiamento canzonatorio – per quanto potrebbe semplicemente rivelarsi essere una delle tante prese in giro firmate dai due buontemponi. “U.D.I.O.” è così rilassante da poterla abbinare a un viaggio in auto al calare del sole estivo, solo per poi vedersi arrivare la bastonata dritta nei denti (<<she demand that I choke her and spank her more/and kiss her in the mouth though your boy got a canker sore>>), evidenziando la propensione di EP nell’infarcire le sue rime di termini scientifici costantemente legati a malattie della pelle, strumento che punteggia altresì le esilaranti descrizioni che adornano l’irresistibile “Balderdash” (<<Vicky won’t licky, uh/Icky she’s too picky, uh/on each piggy a paronychia>>) e una “EdaMami” del tutto impietosa per la sorte dei nervi cervicali e particolarmente efficace nell’uso della punchline (<<hard to stomach it with diverticulitis/…/and I’m reproducing, Phillip Rivers with the seeds>>).

Matter Ov Fact è altrettanto determinante per il corretto bilanciamento della chimica di squadra, il suo caricare ogni intervento con ampio raggio di citazioni culturali richiede di tenere costantemente aperta la barra di ricerca di Google per scovare riferimenti che citano attrici indiane o pratiche militari inglesi corredando adeguatamente l’ampiezza del vocabolario utilizzato. L’ironico senso di parodia, abbinata al suo modo strisciante di pronunciare la lettera s, regala passaggi spassosamente descrittivi, gestiti con indubbia efficacia nella ricerca della musicalità delle rime (<<ayo, I quit my Adecco job, moved to a echo lodge/Mitsubishi mirage, just got a decoupage/sippin’ on some prosecco, while I’m getting messaged/…/missing a front tooth/from 20 baton swings/lookin’ it up on Bing>>), dando vita ad altri momenti memorabili che vanno ad allungare l’elenco di potenziali inni da abbinare al gruppo, come nel caso di una “Ganga Like That” che invita a muoversi per merito di un duplice loop di chitarra acustica assolutamente vincente.

I Doppelgangaz proseguono con impressionante continuità nel rappresentare il pacchetto artistico totale: liricisti di ottima fattura, produttori di indiscutibile livello, lavoratori indomiti e ricchi di personalità, padroni del loro destino e unici per quel modo di proporsi così disordinato in apparenza, tanto da riuscire a celare nel suo doppiofondo la grande attenzione che caratterizza ogni loro singola pubblicazione. EP e Matter Ov Fact costituiscono un solido punto di riferimento per l’ultima decade abbondante di underground, a dimostrazione del fatto che rovistando nella spazzatura si possano sempre scovare delle gemme sfuggite agli occhi dei più.

Tracklist

The Doppelgangaz – Dumpster Dive (Groggy Pack Entertainment 2020)

  1. Fire W Fye
  2. Come See Me [Feat. Thonio]
  3. Salacious
  4. Hot Hand
  5. EdaMami
  6. Doo-bai [Feat. Thonio]
  7. Balderdash
  8. Ganga Like That
  9. Frugalin’
  10. Hi 2 Lo
  11. U.D.I.O. [Feat. Thonio]

Beatz

All tracks produced by The Doppelgangaz

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