Neffa e Fabri Fibra – Zarathustra style
Sebbene non fossimo fisicamente lì assieme a Neffa e Fabri Fibra, ascoltando “Zarathustra style” e leggendo le esaustive interviste che hanno accompagnato l’uscita abbiamo provato a immaginare quegli attimi fatidici durante i quali il duo ha compreso che da una suggestione nata in maniera del tutto spontanea stava sbocciando un’operazione fino a pochi anni prima inimmaginabile. “Canerandagio – parte 2” non è stato ancora pubblicato, ma i Nostri stanno già raccogliendo idee e materiale; è l’ex Sangue Misto a chiamare l’ex Uomini di Mare, dopo i convenevoli del caso si dice parecchio gasato, ha appuntato sul taccuino un po’ di rime e le snocciola all’amico: <<ti faccio spazio, ti faccio strazio/di là c’è Ignazio, io sono qua, zio>>. La reazione del Tarducci non si lascia attendere: chico, che bomba! Te ne faccio sentire un paio anch’io, tipo – sfoglia le pagine elettrizzato – <<io sono il pusher, io c’ho le buste/se vuoi le rime trovi quelle giuste>>. “Alienazione”, come titolo ci sta. I reciproci stati di eccitazione confermano che in pentola bolle ben più di qualcosa: a concretizzarsi è un’unione sulla carta epocale e chi afferma il contrario sta mentendo, un hater col buffoniano bidone dell’immondizia trapiantato al posto del cuore.
Ok, scusate il lieve sarcasmo dell’introduzione: non abbiamo saputo resistere. Il fatto è che ci sembrava pleonastico avviare il discorso da tutte quelle notizie che, supponendo di avere una conoscenza mediamente verosimile della nostra utenza, per tanti di voi sarebbero state delle ripetizioni inutili e finanche irritanti. Febbraio 2002, “Turbe giovanili”: molti dei commenti che abbiamo avuto la sventura di incrociare sul web tornano all’esordio solista di Fabri Fibra, prodotto – lo sanno anche i sassi – quasi per intero da un Neffa che solo tre anni prima aveva dato l’addio alla scena, per ipotizzare la fantomatica chiusura di un cerchio che comunque, dando per buono quest’incipit, era stato aperto da due artisti profondamente diversi. Il dopo “Mr. Simpatia”, nel caso del primo, ha segnato una cesura netta rispetto all’esperienza del liricista ultra-tecnico venuto fuori dalla provincia marchigiana, quel modo di attaccare il beat sovvertendone la rigida circolarità attraverso barre elaborate, fantasiose e spesso interne al verso, abilità che molti dei suoi fan più giovani forse nemmeno conoscono, è stato cancellato in funzione di una scrittura che nel migliore dei casi potremmo definire elementare; venendo al secondo, il ritorno del guaglione al Rap dopo più di un quarto di secolo ha evidenziato un comprensibile calo di brillantezza al microfono, in fondo nulla che non ci aspettassimo se in quel lungo intervallo compreso tra “Arrivi e partenze” e “Amarammore” la biro è stata al servizio di un approccio puramente canoro.
Ecco perché, di fronte a esternazioni inequivocabili quali in due settimane abbiamo fatto due terzi dell’album (…) poi (…) ci siamo dedicati alla tecnica, alla metrica (la risposta è a Rolling Stone Italia), più di un campanellino d’allarme ha cominciato a trillare. O meglio, era bastata “Jay-Z”, anticipata al Party Like a Deejay lo scorso giugno (e quindi l’ipocrisia di una “Trip”, che lamenta come <<questo show business mi vuole in disparte/è tutto un bluff, è una partita a carte>>, è palese), per avvertire la piattezza di soluzioni del calibro di <<miro quando rimo, non scrivo a comando/mi raccomando, stai barcollando>>. Se “Zarathustra style” si propone di essere un progetto libero, poco calcolato, sbilanciato verso il Rap più puro e istintivo, vale allora la pena domandarsi quanto – oggi – Neffa e Fabri Fibra siano in grado di sostenere un impegno del genere. L’ora piena di verifica, ripetuta in più occasioni, ci fa dire che l’obiettivo sia stato mancato e pure di tanto, per una ragione tuttavia preventivabile: quel tipo di energia ha bisogno di essere alimentata con costanza, improvvisarsi battle rapper quando non lo si è più da troppo tempo conduce inevitabilmente a questo risultato, un disco scarico nella sua dotazione di punchline, dalla durata pretenziosa e perfino incoerente nel momento in cui si fa vanto di una maturità tematica che vorrebbe incontrare il gusto e la sensibilità degli -anta.
Non si commetta, però, l’errore di ridurre la riflessione a una mera questione anagrafica. Se è vero che sulla carta d’identità di Giovanni Pellino sia riportato il 1967 come anno di nascita, lo è anche che su quella di Rakim ci sia il 1968; sì, attualmente il rapper di New York pubblica album mediocri, ma sa ancora come modellare quel flow intramontabile. Diverso il caso del suo socio, fresco cinquantenne da un paio di giorni: l’inventiva di Fabri Fibra è colata a picco da eoni e quando apre una linea è facile prevedere con quale rima baciata la chiuderà, come nelle temibili zampate in -ate di “Le date”: <<d’estate fa caldo, ma frate/voi rapper, se scrivo, tremate/tutto è servito in questa vita a più portate/’sto pezzo ha un tiro che è meglio se ci mollate>>. A un certo punto tocca essere brutali: l’underground, tra esordienti e non, è colmo di nomi che straccerebbero una gran parte di “Zarathustra style” con due sole strofe, perché se il termine di paragone va ricercato in episodi che eleggono nonsense e approssimazione a cifra stilistica, penso a “Stupefatti”, “Fatti avanti” e “Carta pazza” (da <<quando il Funk non c’è come Nek, cantava Laura/o c’è un randagio o c’è il babau che fa un chihuahua>> a <<flow impuro, sono innocente, te lo giuro/sempre in prima fila, siamo tequila, Don Julio>>), il consiglio amichevole è di non salire neppure sui gradini del ring.
Poi ci sono quei ritornelli terrificanti con l’auto-tune alla “Demoni”, improvvide impennate di modernità come in “Money” e reiterati riferimenti a quella cattivona dell’industria musicale che, non ci fosse il logo Sony sul retro e non conoscessimo i percorsi dell’uno e dell’altro, si presterebbero a un’abiura in realtà assente – salvo essere come Rockol, ovvero ossequiosi e di bocca buona, che titola di un attentato (!) contro il mercato e il Rap con la museruola. A nostro avviso, invece, è proprio nei suoi passaggi più Pop che “Zarathustra style” si esprime con un pizzico di sincerità, “Promesse di agosto”, “Vertigini” o “Paura” sono brani verso i quali continuiamo a rimanere indifferenti, ciononostante fotografano in maniera meno vaga l’effettiva dimensione in cui ha senso collocare Neffa e Fabri Fibra nel 2026: sul confine tra generi, dove il Rap può essere canticchiato, il mood predilige toni nostalgici e la fruizione è alla portata di chiunque. Non scivoleremo, infine, nel solito postillare su una cartella di beat che, stando ai diversi giudizi riscontrati, rimedia consensi più univoci; finiremmo col ribadire le considerazioni spese a proposito di “Canerandagio”, offrendo una sorta di scappatoia al quesito conclusivo: tenendo conto dei protagonisti, avremmo dovuto aspettarci qualcosa di diverso (in positivo)?
Secondo noi, no. Per quanto ci sia chi – vedi Il Rappuso – con lodevoli dosi di coraggio riesce a definirlo un disco della Madonna, “Zarathustra style” ha i limiti e i difetti di un’uscita che ha l’esplicita presunzione di stupire, di scompaginare le regole, senza portare a sostegno di ciò nulla più che la promessa di saperlo fare (e un’ampia fanbase, per sua natura acritica). Non un’occasione mancata, dunque: Neffa e Fabri Fibra sono tutto fuorché degli autori di rottura, eversivi, radicali, come altri prima di loro (e in futuro) a fasi alterne rivendicano quel ruolo di rilievo ottenuto con merito sul campo, ci dicono che il Rap deve fluire così, schietto e grezzo, fanculo gli orpelli – poi il resto si vedrà. Niente di nuovo nel meraviglioso mondo dell’Hip-Hop italiano.
Tracklist
Neffa e Fabri Fibra – Zarathustra style (Sony Music Entertainment Italy/Dischi Numero Uno 2026)
- Zarathustra style
- Trip
- Jay-Z
- Alienazione
- All night
- Fonoteca #1
- Stupefatti
- Promesse di agosto
- Impero
- Le date
- Fatti avanti
- Fonoteca #2
- Calmi
- Demoni
- Paradiso
- Vertigini
- Strada buia
- Fonoteca #3
- Carta pazza
- Money
- Paura
- Alfa omega
- Vampiri
Beatz
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