Intervista a Dj Skizo (06/07/2026)

Ci sono termini che andrebbero utilizzati con la necessaria parsimonia. Uno di questi, molto caro agli appassionati di Hip-Hop, è pioniere: quante figure, in Italia, possono effettivamente fregiarsi di questo titolo? E quante volte, invece, è stato adoperato in maniera inappropriata, con la leggerezza e la superficialità che contraddistinguono spesso l’informazione (anche di settore)? Nel caso in questione, noi lo spendiamo senza timore di essere contraddetti, certi che Maurizio Bonizzoni, in arte Dj Skizo, non abbia bisogno di particolari presentazioni e sia riconosciuto da tutti tra i padri fondatori della scena nazionale…

Bra: in teoria siamo qui per parlare di “Kamikaze”, ma l’occasione è ghiotta e di domande da farti ce ne sarebbero un’infinità. Partiamo allora dal tuo libro, “Start from scratch – Alla ricerca del suono imperfetto”, che ho terminato di leggere la settimana scorsa: racconti una storia che comincia nel 1982 e nel 2026 prosegue con la stessa determinazione; se pure si avverte una comprensibile nota nostalgica, lo sguardo è rivolto al presente, vorremmo perciò ci spiegassi anzitutto come si fa a tenere viva una passione – peraltro così intensa – tanto a lungo.
Dj Skizo: bella domanda… Devi avere fame. Se non hai fame, questa cosa è impossibile. A volte, quando parli al passato, ovviamente ci sta che possa venir fuori qualcosa che ti ha segnato, in positivo come in negativo; ma io vivo nel presente. Già quand’ero coi Radical Stuff, ad esempio, ero convinto di essere dentro qualcosa di importante e che non tutti avrebbero capito quello che stavamo facendo. Quella cosa, però, non capitò per caso, noi la cercammo: per andare a suonare con quel tipo di gente dovevi avere delle skill, sennò ti chiudevano la porta in faccia. Stando alla tua domanda, quel genere di cose lì le mantieni vive solo con un sacco di fame, con una determinazione e una capacità di non mollare, qualsiasi cosa succeda. Devi rimanere in piedi e in questo le arti marziali mi hanno molto aiutato. Fondamentalmente è tutto lì, vince chi rimane in piedi. E i tentativi di buttare giù molti di noi ci sono stati. Diversamente da un certo tipo di revisionismo storico, è stato fatto dalle label, dagli artisti associati alle label, dagli A&R, da un certo giornalismo ignorante… Ma immagino che già dal libro che ho scritto con l’aiuto di Maurizio D’Apollo queste cose tu le abbia annusate, la risposta è lì e chi avrà il tempo di andare a cercarla, la troverà. Non c’è una strategia, c’è solo io sono e io ho fatto, queste cose parlano per te.

B: per sommi capi, proviamo a seguire questo percorso intrecciandolo a riflessioni di ordine più ampio sull’evoluzione dell’Hip-Hop in Italia. Guardando ai tuoi inizi e quindi all’esperienza con Fresh Press Crew prima e Radical Stuff poi, si riconosce già una decisa predisposizione verso la sperimentazione, “Jazzy Rap night live” mischiava in fondo diversi generi secondo uno spirito che potremmo quasi definire Crossover; parlando col senno di poi, quella libertà creativa pensi sia stata ingabbiata troppo presto in delle categorie abbastanza rigide?
DjS: sì, assolutamente. Noi eravamo liberi perché non vestivamo niente, né un colore musicale, né un colore politico; avevamo soltanto una cosa: la convinzione potentissima in noi stessi, l’ego trip, tutto costruito per terra, sui piatti, in yard, sui muri, nelle poche jam dell’epoca dove ci confrontavamo. Era la nostra corazza. Quel disco si chiama così perché nasce da una serata a tema nella quale spaziavamo dal Funk all’Hip-Hop, dalla Disco al Rock. Quella era la contaminazione che avevamo intorno a noi, era la nostra espressione della musica a 360 gradi. A un certo punto arriva invece questo malessere per il quale dovevi identificarti in un certo tipo di situazione, vestirti in una data maniera se eri fan della west o della east coast, arrivò anche una politicizzazione che ci colse molto di sorpresa. Noi dicevamo: stiamo bene, siamo funzionali così, il nostro lingo è perfetto e può essere per tutti. Invece si cominciò a ragionare per schemi. Anche nella separazione tra Hip-Hop e House: quando arrivai a New York verso la fine degli anni ’80, vidi subito Master At Work, Todd Terry e Little Louie Vega nello stesso contesto in cui c’erano Stretch Armstrong e Kid Capri, capisci? Sentivo questi che partivano a 80/90 bpm per salire sempre più su, rendendomi conto che in Italia non avevamo capito un cazzo. O fai così, o fai così; l’ennesimo veto e noi ci cademmo in pieno. La verità è che, pur facendo cose differenti, c’era comunque qualcosa che ci legava a Giorgio Prezioso, Lory D, Francesco Zappalà. Tant’è che in futuro tirerò fuori sia cose up-tempo che Jazz. Io non sono quello che volete voi, sono un musicista e sono libero.
B: c’è chi riesce ancora oggi a tenersi in equilibrio tra Hip-Hop e House, penso a Dj Spinna.
DjS: esatto, Spinna è un esempio molto calzante.

B: nel ‘99 producevi una metà di “Nextraterrestrial album (futuristico sound degli anni zero)” di Camelz Finnezza Click, un progetto che secondo noi viene ricordato poco quando si fa la conta dei capisaldi del periodo. Sappiamo tutti com’è andata a finire, ma quell’intransigenza, quella spigolosità, aveva la possibilità di essere incanalata in una veste più spendibile o la successiva fase di crisi e rinascita dell’Hip-Hop italiano era inevitabile, dato l’esaurimento di una spinta che forse aveva semplicemente espresso il proprio massimo?
DjS: domande molto difficili… Diciamo anzitutto che il sound di “Nextraterrestrial” è molto ricercato: rullanti e bassi arrivano del Reggae, chiaramente pitchati diversamente, distorti, il resto è molto Rock. Voleva essere sperimentazione, qualcosa di rottura, avevo bisogno di compagni che facessero altrettanto e i Cammelli in quel momento rappresentavano un po’ il massimo da quel punto di vista. Per come la vedo io, Galante ha incarnato per molto tempo il liricismo puro. Per la visione strana e potente, per la storia che aveva da raccontare, Gambino aveva un lingo totalmente suo; è ancora lì in mezzo alle sue cose e non si fermerà a “Kamikaze”, ti do questa bella notizia, andrà ancora avanti. Yared era uno che descriveva le cose in un modo tutto suo, un precursore nell’uso delle citazioni. Da lì a stabilire che fossero i più forti in quel momento, non te lo so dire. Però si presero delle grosse libertà, toccarono dei tasti dolenti e chi ne fu coinvolto, come sappiamo, stette zitto. Quello è un album come ce ne sono pochi, ti potrei citare quello di Melma & Merda per fare un paragone: cioè non vai molto oltre, capisci? E’ roba wow! Ci sono quei momenti in cui tutti dicono il livello è questo, dove vuoi andare più di così? Poi arriva qualcos’altro e il livello sale. I nomi, dalla barba un po’ bianca che hai, li conosci. Si poteva renderlo più appetibile, “Nextraterrestrial”? Penso che a nessun A&R di nessuna etichetta fregasse minimamente, non sapevano chi fossimo, né la storia che stavamo scrivendo. E’ andata com’è andata.

B: nel tuo piccolo, sia con Alien Army che in altre formazioni, hai dimostrato che un collettivo di soli dj può avere la complessità e la dinamica di una band. Le difficoltà incontrate nel ‘99 per pubblicare “Orgasmi meccanici” in un mercato poco aperto alle innovazioni come quello italiano erano state superate quando, nove anni dopo, usciva “Bungalow Zen”?
DjS: in realtà, “Orgasmi meccanici” non fu un grosso step di difficoltà. Noi avevamo ottimi rapporti coi Casino Royale e li abbiamo ancora con Michelino e Alioscia, li ricordo tutti con un grandissimo affetto; il trait d’union era Sandro (Dj Gruff, ndBra), che in quel periodo girava spesso con loro e riuscì a trovare l’idea di mischiare noi con Marco Conforti, manager dei Casino e ancor prima degli Elio e le Storie Tese. Noi eravamo totalmente dei fulminati, ma loro credevano ciecamente nel progetto: cinque dj all’epoca al top, nessuno è riuscito a passarci, neppure in seguito, e facemmo un lavoro che, solo coi giradischi, ha toccato le corde di tutt’Italia, perché dovunque io vada se chiedo lo conosci? mi rispondono sempre certo che lo conosco! Non ha fatto il disco d’oro, ma ha fatto altra roba parecchio importante. Quando lo ristampammo per Aldebaran andò via in pochi minuti. “Bungalow Zen” nasce invece in un momento difficile, rispetto a ciò che eravamo. Avevamo dato tutto, dopo che hai mirato tutta la vita all’America ecco che l’America ti produce “The end”, perché non tutti ricordano che prima di essere licenziato dalla Irma siamo usciti in California con la Hip Hop Slam, la stessa che ha prodotto i primi dischi di D-Styles, Q-Bert e compagnia bella. Eravamo entrati nell’Olimpo, ok? Quando, con “The end”, ci separammo, perché la pressione non è più sostenibile, non stiamo in piedi e decidiamo di dirlo con un disco, in studio rimaniamo io e Dj Tayone: ci guardammo in faccia e ci dicemmo cosa facciamo? Un disco! E facemmo un disco d’amore, perché è di quello che si tratta. Un disco pensato, studiato e lavorato con musicisti della Madonna e un livello tecnico mio e di Gianluca altissimo, eravamo al massimo e penso di poter dire che ero molto vicino a Tay, lui per molti anni è stato proprio tanto in alto e io ero lì (mima con le mani i livelli dell’uno e dell’altro, ndB). Volevamo solo sputare la nostra storia, pensa che facevamo un sacco di live e, pubblicato il disco, smettemmo di portare in giro i Bungalow Zen, era un’altra cosa messa lì e lasciata andare, avevamo segnato un altro traguardo. E quindi è strano, perché credo ci fosse più humus per capire “Orgasmi meccanici” che “Bungalow Zen”, c’era più avanguardismo se pensi che come Alien Army finimmo a suonare al Piccolo di Milano coi percussionisti della Scala, una roba completamente fuori, con loro che vennero a casa mia per cercare di tradurre le nostre cose in appunti da seguire sullo spartito. Un’esperienza assurda.

B: in generale, anche sulla scorta di queste esperienze vissute anzitutto nell’underground, hai avuto modo di confrontarti all’estero con realtà e artisti di rilievo. A proposito di integrità, come si fa a capire quale sia la linea di demarcazione che separa la capacità di fare business con la propria musica in maniera intelligente e la semplice adesione a un’Industria che opera secondo logiche rigidamente economiche?
DjS: mah, tento con un paragone. Pensa al MotoGP di parecchi anni fa, al momento in cui Rossi, molto tecnico, si scontra con Stoner, un folle che riesce a dominare una Ducati scorbutica, senza senso, e riesce a vincere, a stargli avanti. Io ho sempre usato l’algoritmo di Stoner, senza il quale non sarei arrivato fino a oggi: accendo, metto pressione e vado. Se devo cadere, cado, se bisogna osare, oso, se il mezzo mi dice che non ce la faccio a chiudere quella curva, io continuo a piegare finché cado. Capito? L’approccio, per me, è quello del brivido, non è mai calcolato. A me capita spesso di vedere negli studi questi ragazzi che arrivano con quattro soldi e dei type beat, chiedendo di ricostruire qualcosa di simile a quella fetenzia. Così però non vai da nessuna parte, ci saranno sempre degli mc’s, dei dj e dei produttori seri, davvero forti, che ti spostano da parte perché hanno le skill per farlo. Arriva un RollzRois, un Armani, un Toni Zeno e ti supera, lo fa e basta, perché non gl’interessa di fare quello che dice l’Industria.

B: entriamo in questioni un po’ più tecniche. Parlando dello scratch, hai vissuto la transizione dall’analogico puro alle tecnologie digitali: l’interazione fisica col vinile è imprescindibile per questa disciplina o, in nome del progresso, se ne può anche fare a meno?
DjS: è un discorso che possiamo fare da due punti di vista differenti. Prendiamo ad esempio la chitarra: quando la suoni nel tuo amplificatore, quello che fai arriva all’esterno, dritto, se però passi attraverso una pedaliera digitale con mille robe, c’è sempre un minimo di delay e il tuo suono è wet, è un po’ bagnato. Se ragioni allo stesso modo per lo scratch, non vuoi avere interferenze digitali nel tuo gesto e preferisci l’analogico, perché il tuo gesto è sempre più tecnico, più raffinato, mentre il digitale non riesce a cogliere quel centimetro di differenza, lo manda in crisi. C’è un lag, perché dovresti avere dei processori immensi per poter seguire quei passaggi che noi seguiamo in analogico. A novembre, alla finale DMC, nella categoria scratch non vedrai un computer, chiaro? Se invece parliamo del digitale come innovazione, ovviamente è un processo che non si può fermare. Tra l’altro, il digitale l’abbiamo disegnato noi, le case produttrici non hanno il know-how per sapere cosa fare, non capiscono di cue point, di loop, di segni sul disco. Sono tutte consulenze nostre e quindi ben venga il digitale se mi permette di avere tutto in duplice copia, di volare. Non diventi Godzilla comprandoti un mixer e un computer da favola, il digitale non ti fa da salvagente. L’evoluzione, tuttavia, non può essere fermata, volente o nolente ti passa sopra e ti schiaccerà.

B: dal punto di vista della produzione, il tuo lavoro continua a basarsi sul campionamento; è una reminiscenza del processo creativo che hai costruito nel corso del tempo o ritieni che il sound basato sui sample dia all’Hip-Hop un’autenticità e un carattere maggiori?
DjS: non sono legato né al sample, né alla programmazione totalmente digitale. Ti faccio un esempio: il pezzo con Tony (“Due giorni dopo”, ndB) è fatto solo con sample, anche le drum, quello con Lucariello (“No rewind”, ndB) è tutto composto, salvo una vocina lasciata perché mi piaceva sporcare la cosa. Il mio trip è appunto quello di mettere assieme, far coesistere le due realtà. Aborro quelli che dicono che certe macchine hanno fatto determinati periodi: se non ci mettevano le mani sopra alcuni artisti, non avrebbero generato quella musica. La mia musica è un insieme di frammenti fuori nota che creano una nota, questa è la definizione che ti posso dare.

B: veniamo a “Kamikaze”. Se il sottotitolo del tuo libro è alla ricerca del suono imperfetto, il disco – riporto dal comunicato stampa – vive anche di quegli imprevisti di cui non puoi fare a meno e che, invece di rivelarsi disastri, hanno arricchito il lavoro nei dettagli. L’imperfezione come elemento sonoro, non come errore da correggere; nell’era digitale, con i software che tendono a ripulire e quantizzare tutto, l’orecchio dell’ascoltatore è educato a riconoscere e apprezzare la bellezza di un errore?
DjS: la musica, in generale, è come uno schiaffone, lo devi prendere e devi riconoscere il danno che ha fatto. Hai questo shock e dici ah, di questo si tratta! Lo stesso schiaffo, ripetuto due anni dopo, non sarà uguale, darà un altro tipo di percezione. Io ho collezionato musica che non riuscivo a capire, ma sapevo a naso che aveva un’importanza e magari l’ho capita sette, otto anni dopo. Così come mi sono reso conto che non la potevo capire da solo, avevo bisogno dei miei maestri, allora arrivarono Phase 2, Vulkan e altri collezionisti che mi fecero capire quello che non era chiaro. Il suono, nell’Hip-Hop, è povero, lo è perché non avevamo la possibilità di salvare su floppy lo stesso volume, la stessa qualità, dovevamo scendere per forza di bit. Ecco perché quando arrivò – non so – l’SP-1200, o dalla MPC60 si passò alla 3000, per noi era un po’ troppo, quando poi arrivò l’Emulator II con tutti quei secondi… Quando hai poco, in quel poco trovi l’essenza. Difficilmente, prima di produrre, ascolto altra musica, perché voglio sentire solo la mia roba; con “Kamikaze”, però, ho messo su un disco di Just-Ice, il primo, e ho pensato a quanto fosse bello scarno, che non gli fregava niente, quella è stata un po’ la chiave di lettura, un concetto di povertà musicale – le macchine, invece, ti assicuro che costavano parecchio… Venendo al punto: l’orecchio va educato, gli va data una certa prospettiva, deve capire che la nostra musica è controcultura, noi abbiamo preparato il ring per quello che è arrivato dopo, abbiamo costruito le fondamenta, le corde, il tappeto, nulla è stato facile e non può esserlo neppure ascoltare la nostra musica.

B: “Kamikaze” ha una struttura densa, venti brani ricchi di partecipazioni e una durata media di poco superiore ai due minuti. Il filo conduttore del progetto sembra dato più da una sorta di urgenza realizzativa che da una precisa scelta tematica: nella selezione dei featuring, nel loro abbinamento e nella registrazione delle varie tracce, la tua regia è stata discreta o hai fornito un’idea di massima, un concept da cui partire?
DjS: diciamo che il concept “Kamikaze” è partito abbastanza in fretta. All’inizio non c’era un vincolo vero e proprio, poi però è diventato un abbracci quest’idea? Abbracci l’idea del kamikaze? Abbracci l’idea che non ce ne frega un cazzo di niente e andiamo dritti per la nostra strada? Abbracci il fatto che magari non facciamo tutti gli ascolti che credevi? Cosa che, tra l’altro, non è successa, perché il disco è andato bene subito, ha funzionato e forse ha fatto bruciare il culo a molta gente, perché per fare quel genere di operazione lì che costa tempo, skill, fatica, denaro, grafica e concetto devi rischiare parecchio, cosa che non tutti sono disposti a fare. “Kamikaze” nasce da quest’idea abbracciata da tutti, non so per quale motivo l’abbiano fatto, non te lo so dire perché non penso di essere stato così importante per la costruzione dell’Hip-Hop in Italia, però molti dicono il contrario. Alla domanda vogliamo fare qualcosa assieme? c’è stata solo la risposta sono pronto subito, facciamolo. Tant’è che sto facendo ora lo scouting per il nuovo disco e già procede. C’è un’esigenza di operazioni – diciamo così – gloriose, la gente ha appoggiato il progetto al 100% e più andavo avanti, più questa cosa cresceva. Devo dire che la gang l’ha messa assieme Gambino, che ha un botto di seguaci in questo sottobosco secondo me fenomenale.

B: hai sempre collaborato sia con artisti più vicini alla tua generazione che con quelli ancora in cerca di affermazione. Qui confermi questa tendenza, però dando spazio in particolare ai secondi; pensando anche a chi ha partecipato a “Kamikaze”, avverti molte differenze tra un rapper emergente degli anni ‘90 e uno di oggi?
DjS: sì e no… Sicuramente, questo giro di persone ha preso delle radici ottime. Hanno capito bene, sanno come si fa, hanno studiato la nostra storia senza doversi sorbire le rotture di scatole che abbiamo avuto noi come vecchia scuola, perché ci siamo punzecchiati, ci siamo distrutti, ci siamo limitati, siamo saliti in alto e scesi in basso fino a farci soffiare magari delle caselle del puzzle da sotto il culo. Questi ragazzi suonano bene, suonano forte e hanno un drive tecnico un pochettino più elevato, secondo me. Sono più avanti, con poche parole, in poco tempo, in poco spazio, senza bisogno di un ritornello, hanno la capacità di comunicare qualcosa. Lo schiaffo arriva molto veloce, è molto d’impatto. Prendono il meglio delle cose classiche, buttano via il superfluo e vanno dritti al punto. Secondo me, questa è una generazione che non sarà fermata – intendo questa che c’è dentro “Kamikaze”, quella che Gionni Gioielli ha aiutato a emergere con Make Rap Great Again. Noi gli abbiamo dato una mano, ma per il resto viaggiano sulle loro gambe.

B: per com’è strutturato, per la varietà di nomi coinvolti, pensi di portare in qualche modo il disco nella dimensione live?
DjS: bella domanda. Il pegno da pagare, quando fai questo tipo di operazioni, è che poi tutto è più complicato. Ce lo siamo chiesti, abbiamo qualche data allineata su settembre/ottobre, se ne allineeranno altre e sto già pensando a una formula, sicuramente il dj sarà al centro, ci sarà una comunicazione visiva dietro di lui e dalle due alle tre guest al massimo per data. Partiremo da quest’idea.

B: prima di chiudere, riallacciandoci alla domanda introduttiva, vorrei proporti un ultimo salto nel passato. Se qualcuno mi chiedesse cos’ha fatto Dj Skizo?, per una questione anagrafica gli direi subito che è quello di “Lucida follia”, “Il codice” e “Lotta armata” (sorride, ndB); non potendoti girare il quesito, vorrei solo sapere se, a questo punto della tua carriera, pensi di aver ricevuto il giusto riconoscimento per ciò che hai fatto, dalla scena in primis.
DjS: allora, se prima sono partito da un bel bagno di umiltà, ora ne facciamo a meno. Quelli che hanno scritto davvero qualcosa, si contano sulle dita di una mano. Non di più. Nessuno di questi ha ricevuto quello che ci si aspettava, ok? Nessuno di noi. Dovrebbero ringraziarci per quello che abbiamo fatto, perché il sacrificio per portare avanti questa cosa, per i muri che abbiamo dovuto scavalcare, per le fregature prese senza un manager e una prospettiva futura, è stato enorme. Quindi no, secondo me non abbiamo ancora ricevuto quello che ci spetta. Non in pieno.

B: chiusura di rito. C’è qualcosa che volevi dire e che non ti ho dato modo di dire?
DjS: no, ero del tutto a mio agio e sono molto contento per le domande, perché sei riuscito a mettermi in difficoltà un paio di volte, ho dovuto dire delle cose che magari non avrei voluto dire e a me interessano solo le robe difficili. Ti ringrazio.
B: grazie a te, è stato un piacere!