Intervista a Sandro Su’ (25/05/2026)
Sandro Summa, Phogna, Sandro Sù: è nei nostri radar da quanto? Un quarto di secolo? Non avevamo ancora avuto il piacere di intervistarlo, perciò abbiamo approfittato di “Disco dell’anno”, realizzato con Antares Color, per rimediare a un vuoto che, nel nostro piccolo, avvertivamo, trattandosi di uno dei rapper che – senza clamore, lavorando con costanza nell’ombra – abbiamo seguito con maggiore interesse in quel lungo intervallo, anzitutto perché sa cosa fare col microfono tra le dita, come verrà detto di seguito. Intanto, registriamo che dispone di pazienza e cortesia se, com’è accaduto, qualche problema tecnico in fase di registrazione non ne ha scoraggiato affatto la voglia di raccontarsi…
Bra: cominciamo con una domanda che ci consenta di introdurti anche a un pubblico non particolarmente preparato sul tuo percorso discografico. Compari per la prima volta sulle nostre pagine nel 2011, grazie a “Bisogna mantenere la posizione”, ma ti conosciamo da quando eri Phogna, come nel “Viene e va” di Dj Gruff; in effetti, hai esordito in un decennio parecchio complicato per l’Hip-Hop italiano, inizialmente dato per morto e poi esploso con le conseguenze che tutti conosciamo: com’è stato misurarsi con una scena che appariva così tanto in difficoltà, penso a quando pubblicavi “Minaccia di critico” con Dj Gohn, e quel tipo di formazione ha indirizzato in qualche modo il prosieguo del tuo cammino?
Sandro Sù: allora, io ho iniziato a fare Rap – i freestyle al parchetto e le prime rime scritte – a diciott’anni, avendo la percezione chiara di essere 1) scarso e 2) ancora un ragazzino; quando poi mi sono accorto di essere abbastanza maturo da poter registrare almeno un demo, ho avvertito come una sbocciatura. Non che nel ‘97 pretendessi di essere Dj Gruff, Neffa, Kaos, Lou X o tutta quella gente di cui perfino a Termoli riuscivo a trovare gli album nei negozi – e non era un fatto banale; avere un demo da consegnare a mano alle persone mi è sembrata però una roba già importante. E devo dire che, standoci dentro, non avevo affatto la percezione di quel momento di crisi, perché le meccaniche del gioco le ho intuite più tardi e il concetto di mercato non lo capivo neanche, non mi potevo rammaricare di una volta le cose andavano così… perché in quel momento io neppure c’ero. Sicuramente nel corso del tempo la realizzazione e la distribuzione di un disco sono diventate più facili, ma se la mia carriera – per così dire – è andata in un certo modo è perché io non sono capace di fare qualcosa che possa puntare al successo, è evidente e lo so: né per ciò che faccio o non faccio a livello promozionale e di immagine, né per quella che è poi la mia produzione artistica. Non si tratta di snobismo: determinate cose non mi rappresentano e quindi non le faccio, altre però mi sarebbe piaciuto saperle fare. Quell’essere accattivante riuscendo a non snaturarsi, che poi riguarda davvero pochi. Oggi stesso in un’intervista ho risposto alla domanda perché sei un rapper difficile? Eh, un po’ è una cosa che mi è stata appiccicata addosso e un po’ è vera, perciò non mi dà fastidio.
B: negli anni successivi, senza rinunciare mai all’indipendenza, hai realizzato un discreto numero di progetti – noi abbiamo commentato “Rodney Mullen”, “Dire, fare cacare, lettera, testamento” con Nervo e “BAR(S)” con Tosses e Giò Lama. La dimensione underground ha fatto sì che potessi esprimerti nel pieno delle tue possibilità o in qualche frangente ti è stata anche un po’ stretta?
S: la dimensione underground non mi è mai stata stretta in quanto tale. Perché? Perché io mi esprimo così, mi sono sempre espresso così e continuo a esprimermi in questo modo qua. E’ una cosa naturale, meno calcolata di quanto si possa pensare. Certo, da un punto di vista infrastrutturale la dimensione underground mi è stata stretta. Quando farsi tutto da solo diventa un peso e spesso si traduce in un buco nell’acqua. Quando cercare di fare cose con piccole realtà indipendenti è comunque problematico, perché queste sono portate avanti – bontà loro – da dopolavoristi come me e te, gente che per campare ha un lavoro normale e poi stampa i dischi delle persone che gli piacciono, dato che ne ha la possibilità. Comunque, in un modo o nell’altro, lo fa nei ritagli di tempo. Questo è un primo aspetto, l’altro è certamente il fatto che, negli anni, lo zoccolo duro delle persone che seguivano l’underground con una certa attitudine e vicinanza si è andato via via un po’ sgretolando. Quindi, dopo delle uscite in cui, com’è ovvio che sia, speravo almeno un po’, a un certo punto ho avuto come l’impressione di parlare al deserto, di stare su un piedistallo davanti a una piazza vuota. E lì sì, l’ho sentita un po’ stretta. D’altra parte, come ti dicevo, per me è difficile esprimermi in maniera tanto diversa da quello che faccio. I vari progetti possono avere delle sfumature di significato, di sound, di attitudine e così via, ma il succo resta quello. Non è che posso cambiare e fare Sanremo, capito?
B: chiaro. Non l’abbiamo ancora ricordato, ma nel 2015 è fuori “Hungerplan” con Dj Color, conferma ulteriore di un’intesa che cerchi spesso nelle combinazioni corte, rapper più produttore; si tratta appunto di uno schema che ti trova più a tuo agio e, in generale, tendi a scrivere sui beat che ti vengono inviati oppure preferisci cercare direttamente in studio l’alchimia giusta?
S: diciamo che coi produttori con cui avrei voluto collaborare come con quelli con cui sono riuscito a collaborare c’è spesso una distanza anche abbondante in termini di chilometri, perciò, anche in mancanza di tempo a volte da parte dell’uno e a volte dell’altro, in molti casi si è verificato il consolidato meccanismo del mandami un beat, ci scrivo sopra un pezzo. Non è il massimo, ma ci sto dentro. E’ chiaro che avere una situazione in cui ci mettiamo a tavolino in studio in due può far venire le robe in maniera diversa. Con Color questa cosa si può fare, perché viviamo nella stessa città – anzi, per circa cinque anni abbiamo vissuto a cinquanta metri di distanza, da casa mia vedevo casa sua. Insomma, alla fine un buco di tempo si trova per stare in studio, per progettare, per capire, per rimaneggiare. E tutto è più strutturato, più funzionale, anche più bello, no? Altrimenti chiedo il beat a Tizio, me lo manda, non mi piace, magari non ho la confidenza per dirgli te lo rimando, cambiami il basso che non va… Con Color questa cosa la possiamo fare, c’è un processo creativo completamente diverso. Detto ciò, sia chiaro che non sputo affatto sulla tendenza a farsi mandare un beat e realizzare il pezzo, l’altra modalità è semplicemente preferibile. Non a caso, penso che questo disco nuovo e “Hungerplan” siano i miei lavori più solidi.
B: “Disco dell’anno” ripropone quella stessa formazione, a distanza di undici anni. In cosa i due lavori divergono e in cosa, invece, si somigliano?
S: si somigliano per l’intenzione, senza dubbio. Perché in entrambi i casi ci siamo seduti, ci siamo guardati in faccia e, dopo mille cose fatte insieme, ci siamo detti adesso facciamo un discone! Facciamo un disco? Sì. Facciamo a bomba? Sì. Vai, parti. L’intenzione è quella e forse un po’ si sente (ride, ndBra). Il tutto è poi dovuto anche al tempo, alle evoluzioni subite dal genere stesso. Va da sé che dopo undici anni siamo cambiati e cresciuti anche noi, eh… Perciò formalmente i dischi si somigliano invece poco, se non per nulla. Intanto per via delle produzioni più asciutte, poi per una mia volontà acquisita nel corso del tempo di abbandonare un certo tipo di delivery, diciamo così, meno politica e più Rap. Perché il Rap è il Rap. Qui il mio modo di scrivere e di approcciarmi ai pezzi è tanto diverso. Mi sono messo alla prova, così come ha fatto Antares asciugando molto le sue produzioni e facendo sì che spaccasse il complesso, non il beat da solo o la rima. In questo modo ho scoperto molte cose e siamo certamente tutti e due più maturi, “Disco dell’anno” è tutto un altro disco.
B: a livello musicale, abbiamo percepito una sorta di dicotomia. Alcune strumentali hanno un registro molto caldo, penso a “Lividi” con quei fiati che a me hanno ricordato addirittura “La rapadopa”, basso e batteria guardano invece spesso al presente, premiando un gusto più contemporaneo: quanto c’è di tuo nei beat di Antares, come idea o suggerimento, e che difficoltà o meno hai trovato nel confrontarti con un sound che di fatto risulta parecchio rinnovato rispetto ad altre tue uscite?
S: mah, quanto c’è di mio nei beat di Antares… Tutto e niente. Nel senso che certamente il lavoro è stato svolto da lui e gran parte delle idee sono sue, io ho portato a corredo solo qualche campione, mi sembra proprio quello di “Lividi”, poi per il resto dei suggerimenti, un confronto, teniamo il basso così, questa batteria invece dell’altra… Ci siamo aiutati a vicenda, ma il lavoro materiale e le idee sono sue. Dal canto mio, come ti anticipavo, misurarmi con sonorità un po’ avulse da quelle abituali è stato difficile, perché per farle funzionare mi sono dovuto confrontare con un modo di fare il Rap e di gestire il tempo che non mi appartenevano ancora. Ora sì, ma ho dovuto studiare e, ti dico la verità, mi è piaciuto. Non ho sofferto, ecco, perché comunque sono produzioni che si avvicinano a un sound che è abbastanza vicino alle cose che ascolto, soprattutto in quest’ultimo periodo. Anzi, visto poi il risultato finale è stato un vero piacere fare un minimo di fatica su qualcosa che alla fine ci ha soddisfatto. Quella roba lì è una bella cosa.

B: rimanendo sul tema, “Rodney Mullen” è l’ultimo disco che in gran parte ti autoproduci; hai cominciato a scrivere rime e tagliare campioni in parallelo o in momenti diversi del tuo cammino artistico?
S: proprio in contemporanea, no. Ho iniziato col Rap e solo in seguito ho fatto i primi beat. Perché, come ti dicevo, gli inizi erano degli inconsapevoli Rap al parchetto con la macchina aperta e l’autoradio sparato… Poi, quando ho cominciato a farmi qualche strumento, a capirci un po’ di più, un accenno di home studio, ho fatto entrambe le cose. Infatti, nel mio primo demo, “Minaccia di critico”, c’erano già più di un paio di beat miei. “Rodney Mullen” è stato però un esperimento, ho voluto provare a produrmi da solo dopo tanto e sono felice di come sia venuto, anche se oggi so che potrei fare di meglio rispetto a quello. Sia chiaro, comunque, che non mi reputo un produttore in senso stretto, un beat te lo faccio, sì, ma da qui a pensare che possa farti una composizione degna di nota o progettare un singolo, no.
B: come abbiamo accennato, coerentemente alla scelta di adottare un taglio musicale per te nuovo, la scrittura si è allineata a un modo diverso di stare sul tempo, dimostrando che, se sai fare il Rap, puoi farlo in infinite maniere. Che tipo di esercizio hai compiuto sul tuo stesso stile e ci sono dei riferimenti, delle ispirazioni, che hai preso a modello?
S: l’esercizio specifico che mi ha aiutato ad approcciare il tempo e a seguirlo in maniera totalmente diversa dal mio solito te lo classifico come segreto professionale, è quindi un dettaglio che terrò per me. Per quanto riguarda delle eventuali ispirazioni, diciamo che a me da anni, forse dai tempi di “good kid, m.A.A.d city”, la roba della TDE mi ha proprio preso in faccia. Ma senza neanche scomodare Kendrick, Ab-Soul e queste robe qua mi piacciono parecchio. L’approccio al Rap di questi ragazzi penso sia straordinario, fresco, innovativo e per alcuni aspetti rivoluzionario, sebbene legato a un certo tipo di tradizione. E quindi mi sono lasciato certamente ispirare, trasportare dal piacere che ho nell’ascoltare oramai da tanto questa wave qui.
B: non mi sembra un caso che il messaggio di fondo della titletrack sia in pratica quello che fai, l’ho fatto prima. Un modo per dire che, quando tocca tirare le fila del discorso, la differenza è data dalla sostanza, dalla capacità di esprimersi nel miglior modo possibile e con credibilità attraverso lo strumento Rap: da questo punto di vista, “Disco dell’anno” ha anche il fine di accorciare le distanze tra generazioni differenti di artisti e appassionati?
S: allora, per quanto io ripeta più volte quella frase, devo ammettere che ho sempre avuto poca simpatia per le figure paternalistiche della scena. L’OG che si vanta di essere OG e cammina a due metri da terra, a volte non si sa bene neanche perché, che col dito alzato ti dà la lezione di vita, magari anche sgrammaticata e confusa… Quindi sì, per quanto in nostro potere in questo nuovo disco abbiamo provato ad accorciare un po’ la distanza che ci separa dalle nuove generazioni di artisti, taluni anche molto validi, ma nulla più di questo.
B: boom bap o meno, la quantità di punchline rimane generosa – come ad esempio in “Bar sport”. Quella dimensione più muscolare, la bellezza del Rap in quanto tale e fa niente se non racconta chissà cosa, per te sarà sempre un parametro chiave nella valutazione di un buon disco Hip-Hop, indipendentemente dal suo posizionamento in classifica?
S: diciamo che quella cosa lì per me non è necessariamente un parametro fondamentale se si tratta di giudicare il disco di qualcun altro (ride, ndB). Non è che se in un bel disco manca quella roba, io dico eh, però… Magari c’è il suo perché, quella condizione può anche non appartenere all’artista, forse non voleva metterla in quel disco lì, ci sono mille motivi validi. Se parliamo di me, invece, lo è! Lo è perché comunque poi mi arriva il beat giusto e, cazzo, devo fare il Rap e il Rap si fa così. Come si fa? Così: nome Sandro Summa, voce basso tuba, background X-Files, sono quello che fuma… Quella roba là, io senza non so stare.
B: anche se sei diventato triestino, le tue origini termolesi sono sempre molto riconoscibili; il dialetto è un richiamo identitario, oltre che un ulteriore dettaglio della tua cifra stilistica?
S: sì, non ho mai mollato una virgola del mio accento. E tutti lo sanno che sono un po’ riconoscibile da queste parti (ride, ndB). Diciamo che ho capito il valore del dialetto quando ho cominciato a conoscere, sia artisticamente che – fortuna mia – personalmente, molti artisti napoletani. Parlo dei 13 Bastardi, di Ganjafarm… Grazie a loro ho capito quanto fosse importante e come si potesse fare per portarlo in maniera sapiente nel Rap, da lì ho cominciato con quello che poi è un mischione, perché sono in parte marchigiano, in parte abruzzese e ho vissuto trent’anni in Molise, dunque ne viene fuori una roba tutta mia, personale. Secondo me è qualcosa d’importante, perché l’italiano televisivo ha rotto i coglioni, no? L’italiano è anche il volgo, il dialetto, quindi è importante per la lingua in sé.
B: nei tuoi dischi sono spesso presenti delle collaborazioni sorprendenti, da Blo/B in “Dire, fare cacare…” a Tormento in “BAR(S)”; per “Disco dell’anno” è stato davvero bello trovare in scaletta Toni Zeno, che riteniamo sia il rapper di maggior talento della sua generazione: come mai hai deciso di coinvolgerlo?
S: intanto, ho avuto la fortuna di collaborare con dei rapper incredibilmente bravi e che hanno un po’ scritto la storia, a modo loro. Per questo disco ho voluto Toni Zeno perché forse nessun altro rapper italiano era riuscito a monopolizzare i miei ascolti sopra i quarant’anni, ovvero da quando ho praticamente quasi chiuso i rubinetti col Rap italiano, se non per qualche curiosità, qualche uscita, cose che ho apprezzato molto e ho riascoltato; ma da lì a monopolizzarmi gli ascolti…non c’era ancora riuscito nessuno. Toni con “Porte strette” e alcuni pezzi di “Luchino Visconti” c’è riuscito. Lo ascoltavo a rotazione come a sedici anni quando ascoltavo “Fastidio” o “A volte ritorno”, quindi – e non è poco – il motivo è questo. Ora sto un po’ mollando le cose che so a memoria e devo cominciare ad ascoltarmi per bene “Truvatura”.
B: ti abbiamo visto firmare le copie in vinile di “Disco dell’anno”, che verranno distribuite da Aldebaran Records. Sono in programma anche presentazioni o live a margine dell’uscita?
S: sicuramente organizzeremo qualcosa qui a Trieste e piccole cose come listening party, penso anche a un live di presentazione appena ne avremo l’occasione. Vediamo un po’ come si mette anche col caldo che è esploso, bisogna cominciare a pensare in mood estivo, cose all’esterno, dobbiamo trovare il modo e l’equilibrio per questa cosa qua, però di certo qualcosa la faremo, qui a casa. Ci stiamo organizzando per girare qualche palco anche fuori dal Friuli, vediamo.
B: vuoi aggiungere qualcosa in particolare che non ti abbiamo dato modo di dire?
S: niente di particolare, le domande erano quelle giuste e ho detto tutto quello che avevo. Compratevi il disco! Spero soprattutto che queste riflessioni siano utili per capire meglio cosa c’è dietro “Disco dell’anno”: alla fine, al di là delle parole, ciò che conta davvero è la musica, per cui l’invito resta sempre quello di mettersi le cuffie e ascoltare con attenzione, senza fretta, possibilmente dall’inizio alla fine. Grazie a voi per lo spazio e per l’interesse genuino che dimostrate, cosa non scontata di questi tempi. Ci vediamo in giro, magari sotto qualche palco…
B: grazie a te!
Bra
Ultimi post di Bra (vedi tutti)
- “Waxing In Mecca” e’ il nuovo album di John Brown The Rapper prodotto dai Da Beatminerz - 6 Giugno 2026
- “I Know” e’ il nuovo singolo di M-Dot - 6 Giugno 2026
- “Duality” e’ il nuovo video di Ras Ceylon - 6 Giugno 2026



