Intervista a Voltus (26/06/2026)

Fuori da qualche giorno, “Giorni felici” è il nuovo disco di Voltus. Fin dai primi ascolti, abbiamo capito di avere tra le mani un progetto di altissimo profilo, personale e curato fino al minimo dettaglio: gli dovevamo un’intervista, per capire qualcosa in più sull’uscita ma soprattutto per ricostruire un percorso artistico che merita di essere portato all’attenzione di tutti.

Drugo: partiamo dall’inizio. Nel nostro fare un po’ da memoria storica dell’Hip-Hop underground italiano, pensa che compari sulle pagine di RapManiacZ già nel 2013 col progetto Tavor Posse, in duo con LVNAR: come nasce il tuo rapporto col Rap?
Voltus: ho iniziato da ragazzino. Prima ancora di registrare una strofa, passavo il tempo tra jam e concerti, vivendo quell’ambiente da appassionato. Le prime cose davvero serie sono arrivate proprio quando ho conosciuto LVNAR, tra i diciannove e i vent’anni. Lui aveva già un piccolo home studio ed era incredibilmente avanti per la sua età. Ci siamo trovati subito perché condividevamo gli stessi riferimenti: Def Jux, Madlib, J Dilla e tutto quell’underground che, almeno tra Milano e Varese, ascoltavano davvero in pochi. Per me è stato fondamentale, perché lui è stato il primo produttore con cui ho costruito qualcosa di concreto.

D: che approccio alla musica avevi in quel periodo?
V: molto istintivo. Scrivevo tantissimo, ma senza un vero fine. Mi interessava mettere assieme trentadue barre e registrarle. Non ragionavo ancora in termini di canzoni, EP o dischi strutturati. Marco (LVNAR, ndDrugo), invece, aveva già una mentalità molto più professionale. E’ stato lui a insegnarmi che un brano non è soltanto una strofa sopra un beat, ma un lavoro da costruire nel suo insieme. Da lì è nato l’EP di Tavor Posse.
D: un progetto molto legato all’underground.
V: assolutamente. Fa quasi sorridere ripensarci: Posse sembrava il nome di una grande crew, ma in realtà eravamo praticamente in tre… C’eravamo io, LVNAR e un nostro amico, Zeiro, che poi ha preso altre strade. Era un lavoro estremamente genuino. Cercavamo di riprodurre le sonorità che amavamo, inevitabilmente con tutta l’ingenuità dei vent’anni. A quell’età si pensa di essere originali, in realtà si assorbono tantissime influenze. E va bene così.

D: che atmosfera si respirava in quegli anni?
V: eravamo pochissimi in Italia a cercare quel tipo di suono. Proprio per questo si crearono rapporti molto forti con artisti come Mental Dizzle, Musteeno, Agent O (J.Ryall, ndD), con cui collaboro ancora oggi. Era una piccola comunità, costruita prima online e poi dal vivo. Da quelle relazioni sono nate amicizie che durano ancora adesso.

D: guardandoti indietro, senti di aver sfruttato fino in fondo quel periodo?
V: no, anzi. Ho scritto tantissimo, ma ho concluso molto meno di quanto avrei potuto. Passavamo ore ad ascoltare dischi, discutere produzioni, immaginare progetti incredibili…però poi pubblicavamo pochissimo. Se c’è un rimpianto, è proprio questo: aver perso anni preziosi. In compenso, ero molto attivo nell’organizzazione di jam ed eventi. Mi piaceva promuovere la scena e stare sul palco quasi più che in studio.

D: dopo Tavor Posse – siamo nel 2017 – arriva “Azzurro nove“.
V: sì. Dopo aver incontrato Agent O, abbiamo iniziato a sentirci sempre più spesso. Mi mandava beat, io ci scrivevo sopra e, dopo un percorso piuttosto travagliato, è nato “Azzurro nove”. L’idea era di mantenere quel filo conduttore nato con LVNAR: uno stile coerente, legato a un certo immaginario sonoro. Anche dopo quell’EP, tuttavia, è arrivato un lungo periodo di pausa.

D: in quegli anni, magari non tutti lo sanno, ti sei avvicinato anche allo slam poetry. Quanto ha influenzato il tuo modo di scrivere?
V: in realtà, ho sempre cercato di tenere le due cose ben distinte. Per me, il Rap ha una sua storia, un suo linguaggio e delle regole precise. Non mi hanno mai convinto troppo quelle contaminazioni in cui diventa poesia, cantautorato o altro. Quando scrivevo, i miei riferimenti erano Kool G Rap, Company Flow e tutta quella tradizione boom bap. Lo slam è arrivato più tardi, intorno ai ventiquattro o venticinque anni, perché sentivo il bisogno di esprimermi anche in un altro modo. Mi ha dato moltissimo dal punto di vista personale, ma non ho mai voluto essere etichettato come rapper poeta o poeta rapper. Ho sempre considerato le due scritture come percorsi differenti.
D: però, guardando all’evoluzione del tuo stile, qualcosa dello slam è entrato anche nella tua musica?
V: sì, inevitabilmente i due mondi si sono toccati. L’ultima traccia del nuovo disco, ad esempio, risente maggiormente di quell’approccio più – per così dire – letterario. Ma resto convinto che siano due linguaggi diversi. Lo spoken word mi ha permesso di conoscere persone straordinarie e di salire su tanti palchi, eppure continuo a vivere quei due mondi come esperienze autonome.

D: una curiosità per gli appassionati. Da anni accompagni il tuo nome al numero 273, che se vogliamo è una roba molto old school; da dove nasce questo riferimento?
V: è una storia decisamente adolescenziale. Da ragazzo ero un lettore accanito di fumetti e manga, soprattutto Saint Seya (I Cavalieri dello Zodiaco, ndD). Ero affascinato anche dalla cultura del writing newyorkese, dove il numero accanto al nome aveva un valore identitario, appunto. Il 273 nasce dallo zero assoluto associato al personaggio di Camus, maestro di Hyoga: meno 273 gradi. All’epoca mi sembrava una cosa geniale, oggi mi fa sorridere, ma quel numero mi è rimasto addosso e oramai è parte della mia identità artistica.

D: oltre al Rap, hai vissuto anche il writing e il djing.
V: sì e forse sono stati importanti quanto il Rap stesso. Come writer ero negato e come dj pure: sapevo mixare, ma niente di eccezionale. Però passavo ogni fine settimana nei mercatini e nei negozi di dischi a scavare tra Funk, Soul e Hip-Hop. Mi sono sempre considerato più un selezionatore che un dj. Al tempo stesso, quella ricerca musicale mi ha aperto un mondo. Per un ragazzo di provincia, tra la fine degli anni novanta e i primi duemila, il writing, il djing e il movimento Hip-Hop tutto rappresentavano una forma di emancipazione culturale incredibile. Alla fine, il Rap ha preso il sopravvento semplicemente perché era il campo in cui ero meno negato degli altri. Ma devo moltissimo a tutte le discipline: hanno cambiato il mio modo di vedere l’arte e, in fondo, anche il mondo.

D: nei tuoi testi emerge una scrittura molto tecnica, fitta, complessa, piena di riferimenti e arricchita da quella ruvidezza che – come dici nel disco – ti fa sentire ancora Canibus tra i Willie Peyote. Ti senti un corpo estraneo nel Rap italiano di oggi?
V: è una domanda che mi mette un po’ in difficoltà, però sì, quella barra nasce proprio come una provocazione, senza alcuna pretesa di fare paragoni. Più che sentirmi atipico, ho sempre avuto un forte senso di appartenenza a un certo modo di intendere il Rap. Quello che mi interessa è la tradizione del Rap canonico, nelle sue tante sfumature: New York, la west coast, il G-Funk, tutta quella cultura che per anni è stata il mio punto di riferimento quotidiano. Allo stesso tempo, ho sempre pensato che il primo comandamento fosse uno solo: essere originali. Non basta fare boom bap, bisogna trovare una voce personale. Ricordo un’intervista a Sir Menelik, uno dei rapper legati alla Rawkus, in cui raccontava come, agli inizi dell’Hip-Hop, non ci si potesse nemmeno permettere di avere i lacci delle scarpe uguali a quelli di un’altra crew. Era un’immagine estrema, ma rendeva bene l’idea di quanto fosse importante distinguersi. Quella mentalità mi è rimasta addosso. Ho sempre cercato un modo personale di mettere insieme rime, immagini e concetti. Questa ricerca dell’originalità rende inevitabilmente la tua scrittura più complessa. Però c’è una distinzione che mi sta molto a cuore: quando qualcuno mi dice che scrivo criptico, spesso lo interpreta come un complimento; io, invece, non vorrei esserlo. Vorrei essere complesso, magari anche difficile, ma non incomprensibile. Il Rap deve restare diretto. Puoi costruire metafore elaborate, puoi costringere l’ascoltatore a tornare più volte sul testo, ma alla fine il messaggio deve arrivare. La difficoltà non può diventare un esercizio di stile.

D: è anche per questa ragione che hai sempre preso le distanze da una certa corrente dell’Hip-Hop più intellettualizzata?
V: sì. Ai tempi c’era quasi una contrapposizione ideologica tra chi seguiva la Def Jux e chi gravitava intorno ad Anticon. Io Anticon l’ho sempre sopportata poco, mi dava l’impressione di essere una proposta volutamente difficile, costruita per un pubblico che aveva bisogno di sentirsi intellettualmente superiore. Mi sembrava un Rap molto borghese, molto autoreferenziale. Pur sperimentando tantissimo, invece, l’underground newyorkese conservava un legame fortissimo con la strada e la cultura Hip-Hop. Era un’evoluzione naturale di quello spirito, non un suo superamento. E’ in quello che mi sono sempre riconosciuto. Naturalmente, parlo per me. Anch’io provengo da un contesto piccoloborghese e non ho mai avuto problemi ad ammetterlo. Però cercavo un’autenticità diversa. Se questo significa prendere strade più faticose dal punto di vista della scrittura, allora va bene così.

D: parliamo più in dettaglio del tuo nuovo disco, “Giorni felici”. Esce per GattoPirata, una realtà con cui collabori da “Pinta di rosso” con Grime Vice, che è del 2019 – praticamente da quando la label esiste; come nasce questo rapporto?
V: la risposta è molto semplice, nasce dall’amicizia. Conosco Lele (Grime Vice, ndD) praticamente da sempre. Il primo concerto in cui ho preso un microfono in mano risale ai tempi delle superiori ed è stato proprio lui a coinvolgermi. All’epoca si faceva chiamare Lord Casino e da allora siamo sempre rimasti in contatto. Per questo l’approdo in GattoPirata è stato del tutto naturale. In realtà, non avevo mai pensato seriamente di pubblicare con un’etichetta, anche se underground. Per me fare Rap significava registrare, incidere e pubblicare quello che riuscivo, senza troppe strategie. Quando Lele mi ha proposto di far uscire il disco con loro, ho accettato con entusiasmo. Più che un rapporto professionale, è il proseguimento di un’amicizia che dura da una vita.

D: oggi ti senti ancora inserito nella scena Rap underground?
V: direi di no. Per scelta, ma anche per com’è andata la mia vita, mi sono progressivamente allontanato dall’ambiente. Frequento pochissime persone della scena contemporanea e, in parte, questa cosa mi dispiace. Negli anni i miei interessi musicali mi hanno portato altrove. Per questo GattoPirata rappresenta quasi il mio unico legame stabile con quel mondo.

D: nel disco torna anche LVNAR, con cui collabori fin dagli esordi. Cosa rappresenta, oggi, questo sodalizio?
V: prima di tutto, voglio ringraziare Marco. Al di là del contributo musicale, la sua è stata una presenza fondamentale nell’ultimo anno e mezzo, soprattutto sul piano umano. La nostra amicizia viene prima della musica. Lavorare insieme continua a essere qualcosa di assolutamente spontaneo, io sono quello più cervellotico, arrivo con idee, concept, atmosfere, a volte propongo persino dei sample. Marco, invece, mi manda beat che sente vicini al mio modo di scrivere e, quasi sempre, succede qualcosa. E’ un’alchimia che funziona da circa vent’anni. Possiamo anche non sentirci per mesi, poi ci ritroviamo, ascolto qualche produzione, inizio a scrivere e pochi mesi dopo siamo in studio a registrare. Con lui avviene tutto in maniera naturale.

D: quanto è importante avere una persona così nel proprio percorso artistico?
V: è fondamentale! Dal punto di vista pratico, ma anche emotivo. Io non ho grandi rapporti con studi di registrazione, fonici o altri produttori. Con Marco so che posso arrivare con un’idea e trasformarla subito in qualcosa di concreto. Non so nemmeno se riuscirei a vivere la realizzazione di un disco in modo diverso, oramai il nostro metodo è questo.

D: oltre a LVNAR, nel disco ci sono anche le produzioni di J.Ryall. In generale, quanto è stato condiviso il lavoro sui beat?
V: in un paio di casi, sono stato io a proporre dei sample – ed è una cosa che vorrei fare sempre più. Probabilmente dipende dalla mia passione per il djing e per la ricerca dei vinili, mi piace l’idea di partire da un groove raro, sporco, nascosto. Per me la produzione Hip-Hop continua a essere soprattutto questo: ricerca. Poi è chiaro che oggi esistono tantissimi approcci diversi, con strumenti suonati e batterie elettroniche. Sono evoluzioni legittime e interessanti, ma resto molto legato alla costruzione classica del beat. Con LVNAR e Johnny il processo è stato semplice: loro conoscono il mio modo di scrivere, mi mandano produzioni che sentono vicine al mio linguaggio e io scelgo quelle che mi parlano di più. E’ sempre stato un lavoro basato sulla fiducia reciproca.

D: in dieci tracce, al microfono ci sei praticamente solo tu. Nessun featuring, pochissime collaborazioni vocali: è stata una scelta precisa o frutto del caso?
V: voluta, assolutamente. A un certo punto mi sono reso conto di essere un po’ stanco dei dischi pieni di featuring, spesso sembrano compilation più che album. Credo che, a una certa età, un artista debba anche mettersi alla prova cercando di reggere un disco con le proprie forze. Non lo dico con presunzione: semplicemente, sentivo il bisogno di realizzare un lavoro completamente mio. Poi c’è anche un motivo pratico. Negli anni mi sono allontanato dalla scena e oggi conosco pochissime persone con cui sarebbe naturale collaborare. Ci sono tanti rapper che stimo enormemente, anche molto diversi da me, e che considero più bravi di quanto non sia io. Però non sono il tipo che scrive a qualcuno per proporgli un featuring. Se c’è un rapporto umano, se ci si conosce davvero, allora nasce tutto spontaneamente. Diversamente, preferisco evitare. E poi, conoscendomi, se avessi iniziato a rincorrere collaborazioni, probabilmente il disco non sarebbe mai uscito…

D: possiamo dire sia anche il tuo lavoro più personale?
V: penso di sì. Per anni ho scritto soprattutto di Rap: del modo di vivere questa Cultura, delle sue dinamiche, del suo linguaggio. Raccontare me stesso mi è sempre risultato più difficile. Non sono uno storyteller nel senso classico del termine e continuo a sentirmi meno naturale quando porto nel Rap esperienze intime, con questo disco, però, sentivo il bisogno di allargare lo sguardo. Probabilmente è anche una questione d’età. Ho cercato di fondere la scrittura Rap con un linguaggio più vicino a quello che utilizzo nello spoken word, perché è lì che riesco a raccontare certe esperienze con maggiore sincerità. E’ una direzione che credo continuerò a esplorare anche nei prossimi lavori.

D: arriviamo allora alla domanda inevitabile, quella filosofica. Quali sono, oggi, i giorni felici secondo Voltus?
V: intanto, diciamo che il titolo nasce da “Giorni felici” di Samuel Beckett. Un’opera che amo molto e che racconta una condizione esistenziale in cui non ci sono facili consolazioni. Dentro quel testo c’è un enorme senso di vuoto, ma anche un’ostinazione quasi eroica nel continuare a vivere. E’ proprio questa tensione che mi interessava. Nei miei testi c’è spesso disillusione, c’è rabbia, c’è uno sguardo molto critico sul presente, ma non vorrei che tutto ciò venisse scambiato per nichilismo. Io non mi sento un nichilista. Credo piuttosto che, anche quando tutto sembra privo di senso, abbia comunque valore continuare a cercare qualcosa. Forse i giorni felici non arriveranno mai davvero, ma il semplice fatto di continuare a immaginarli è ciò che ci spinge a scrivere, registrare, creare e andare avanti.

D: il disco è uscito da poco, hai intenzione di portarlo in giro dal vivo?
V: lo spero davvero! Io suonerei ovunque, stare sul palco è una delle cose che amo di più. E’ vero che negli ultimi anni ho accumulato un po’ di ruggine, perché da ragazzo avevo molte più occasioni di esibirmi, mentre oggi è tutto più complicato; per riuscirci bisognerebbe quindi investire molto tempo nella promozione, nei social, nei contatti. Sono aspetti con cui faccio molta fatica a confrontarmi. Se qualcuno mi chiama, però, parto domani.

D: hai l’impressione che oggi ci sia una nuova vitalità nell’underground?
V: sì, soprattutto nelle province. Ed è una cosa che mi rende molto felice. Io sono di Saronno e appartengo a una generazione che, da quel punto di vista, è partita con parecchi handicap. Essere di provincia significava avere meno occasioni, meno spazi e dover fare molta più fatica. Oggi vedere artisti provenienti da realtà simili ottenere attenzioni mi fa davvero piacere. Non so se riuscirò a portare spesso questo disco in giro, ma me lo auguro. La mia unica domanda è se esista ancora un pubblico disposto ad ascoltare un certo tipo di Rap.
D: forse sì.
V: forse, semplicemente, bisogna ritrovarsi nei posti giusti.

Su queste riflessioni e su questi quesiti si chiude la nostra intervista. Voltus non rincorre le tendenze né sembra interessato a occupare uno spazio preciso nel Rap contemporaneo: “Giorni felici” è il risultato di un percorso lungo, fatto di pause, ripartenze e un rapporto con la scrittura vissuto come necessità personale, non come ricerca di consenso. Da ciò emerge il ritratto di un artista che continua a considerare il Rap un linguaggio rigoroso, esigente e profondamente legato all’identità di chi lo pratica, una visione lontana tanto dalle scorciatoie quanto dalle logiche del mercato: un modo di intendere la musica in cui l’originalità conta più della visibilità e la coerenza più della velocità. E forse è proprio qui che si nasconde il significato del titolo: quei giorni felici non sono un punto d’arrivo, ma l’ostinazione nel continuare a cercarli, strofa dopo strofa, rende l’obiettivo più vero.