2001-2025: 25 anni di Hip-Hop underground (pt. 2 – Italia)

INTRO2 come promesso, dopo aver indicato 25 uscite statunitensi (una per anno) attraverso le quali suggerire un’ipotetica, parziale e soggettiva mappatura del quarto di secolo appena trascorso, proviamo a fare altrettanto con l’Hip-Hop italiano. La logica – semplicissima, riassunta nei quattro punti che seguono – rimane la medesima: non si tratta di una classifica; abbiamo pescato solo tra i quasi 700 titoli commentati nel nostro archivio, attenendoci peraltro alla sfera underground; nei limiti del possibile, non ci sono ripetizioni; infine, sempre con le dovute eccezioni, l’elenco comprende progetti che alla maggior parte dei cultori dovrebbero risultare già noti (se così non fosse, è l’occasione giusta per rimediare). Senza pretese di completezza, spesso indecisi tra un’opzione e l’altra (ancora fino a un quarto d’ora fa…), ci sembra comunque plausibile che qualcuno di questi dischi (tutti con relativo link Spotify, Bandcamp o Soundcloud) possa avere un significato specifico anche per voi lettori; fatecelo sapere, se vi va.

2001 | Fritz Da Cat presenta Fede e Fabri Fibra – Basley click the album
Non è semplice descrivere il clima (lugubre) che si respirava a inizio millennio nell’Hip-Hop italiano. Tra chiusure, abbandoni e riscontri pressoché nulli, qualche temerario provò a invertire una rotta in apparenza irreversibile, come nel caso di Fritz Da Cat, Fede e Fabri Fibra: “Basley click the album” non sbocciava all’intersezione tra Lyricalz e Uomini di Mare, rappresentava invece una ragionevole deviazione dai percorsi che i due rapper in particolare avevano intrapreso tempo addietro. A sua volta, Fritz ebbe l’intuito di fornire una gamma musicale che ne accogliesse i versi più spontanei e lo spirito caustico, ironico, riuscendo nell’obiettivo di intrattenere con gusto. In una realtà alternativa a quella che conosciamo, il disco è andato a segno e le carriere dei Nostri – soprattutto una… – hanno preso direzioni coerenti rispetto al seme piantato qui; non potendo dir nulla di quegli sviluppi, ci dobbiamo accontentare di quest’unica ma significativa – e spesso sottovalutata – collaborazione. Play qui.

2002 | Neo Ex – L’anello mancante EP
A proposito di universi paralleli: dovrà pur essercene uno nel quale, se due veterani come Kaos (Radical Stuff) e Gopher (Isola Posse All Stars) uniscono le forze nella faccenda più estrema di questa scena, le attenzioni dell’ambiente si concentrano solo ed esclusivamente attorno alla loro collaborazione. Se la memoria non c’inganna, è andata un tantino diversamente da così, ma i Neo Ex non avevano certo paura di ingiustizie e scarsa visibilità; anzi, in quella melma erano forse abituati a sguazzarci. “L’anello mancante EP” è un instant cult, frutto di un affiatamento naturale, consolidato, che qui scorre libero su del gran Funk mentre il Rap della terza età le suona a tutti di santa ragione senza doversi neppure sporcare troppo le mani. Il nostro pensiero non può che andare alla scuola bolognese dell’Isola, più che un salto nostalgico nel passato si tratta però di un’inequivocabile testimonianza di quell’attitudine, che per noi è senza tempo. Play qui.

2003 | Microspasmi – 13 pezzi per svuotare la pista
Sì, lo sappiamo, è l’anno di “Mi fist” dei Club Dogo. Sarebbe stata una scelta troppo facile, quindi preferiamo pescare “13 pezzi per svuotare la pista” – titolo già fighissimo – di Goedi e Medda aka Microspasmi. A quattro anni dal buon EP “Scena vera”, il duo si conferma tra le realtà più originali del periodo e per farlo gioca una mano in apparenza semplicissima: gustoso il taglio delle strumentali, efficace la prova al microfono, il resto viene da sé. In realtà, il pregio principale dell’operazione risiede nel suo tono sarcastico e disilluso, riuscendo a toccare un gran numero di temi con un approccio parecchio originale. Trascorso un biennio di buio pesto, l’Hip-Hop italiano cominciava a uscire dal suo torpore e schierava artisti che avevano fatto le prime esperienze rilevanti nella seconda metà del decennio precedente, proiettandosi però in un presente che dava giustamente sfogo a formule e stili nuovi; il contributo dei Microspasmi, in questa fase, fu indiscutibile. Play qui.

2004 | Cor Veleno – Heavy Metal
Mettiamola così: quando tiri fuori un paio di hit underground come “Le guardie, i pompieri e l’ambulanza” e “Potente in culo”, puoi già dirti a metà dell’opera. Ma Squarta, Primo e Grandi Numeri non avevano affatto intenzione di accontentarsi… Anche in questo caso, le fondamenta sono nell’Hip-Hop di fine anni novanta: il gruppo tiene botta, rimane fedele al suo essere sempre grezzo e fissa il primo tassello significativo di un percorso evolutivo molto personale. Dopo un EP e qualche nota di “Rock’n’Roll”, “Heavy Metal” alza la posta in gioco e svela il lato più adulto dei Cor Veleno, bravi a districarsi tra brani di pancia e momenti riflessivi. Rimane esplicito, diretto e genuinamente coatto il linguaggio, espressione di un carattere – e di un’origine – che ha segnato l’intera traiettoria del trio, arrivando a coniugare un’indole poco conformista con delle legittime ambizioni di visibilità. Play qui.

2005 | Lord Bean aka Bugs Kubrick – Lingua ferita
Dopo un 1999 in cui Lord Bean piazzò un buon demo e due featuring importanti (su “Dio lodato” e “Novecinquanta”), tutti aspettavamo il primo disco solista del rapper e writer. Che non arrivò mai, anzi la sua presenza si ridusse a un silenzio interrotto solo qualche anno dopo, quando “Lingua ferita” uscì in un formato che peraltro ne sottolineava ancor più la distanza da determinati meccanismi: mentre l’Hip-Hop cominciava di nuovo a reclamare un po’ di attenzioni dall’esterno, Bugs Kubrick si affidava al free download e recuperava le strumentali dal catalogo Def Jux di El-P. Un modo abbastanza netto per chiarire la propria posizione e il totale disinteresse a salire su quel carrozzone, tornando a un Rap per molti aspetti politico, sociale, una fotografia impietosa, scattata in pieno berlusconismo con espliciti intenti di denuncia e riferimenti all’attualità. Un’operazione credibile, non allineata, coraggiosa, che ancora oggi smuove ricordi e riflessioni con forza immutata. Play qui.

2006 | (Francesco) Paura – Octoplus
Chiusa l’esperienza dei 13 Bastardi, (Francesco) Paura è pronto a mettersi in gioco per mirare alla – relativa – affermazione personale. Realizzato assieme al produttore salernitano (Fabio) Musta, “Octoplus” è una conferma delle potenzialità che l’mc partenopeo aveva già espresso in gruppo, però secondo un gusto esclusivamente suo. C’è tanto Funk in questo primo capitolo della sua esperienza solista, ci sono collaborazioni di pregio (Danno e Dj Gruff) e c’è il supporto della vecchia crew (Svez, Callister e Castì); più di tutto, però, c’è una prova lirica di spessore, che concede spazi adeguati a una penna originale, potente, dal tratto parecchio riconoscibile. La scrittura è al servizio di un ampio ventaglio argomentativo, ponendo le basi per un percorso che – con “Slowfood” e “Darkswing” – negli anni riuscirà a distinguersi tanto sul piano dell’autenticità, non rincorrendo mai le tendenze più sfacciate, quanto su quello dell’abilità tecnica. Un lascito importante, prima di appendere il microfono al chiodo. Play qui.

2007 | Kaos – kARMA
Ecco, parliamo di eredità… Quando “kARMA” veniva pubblicato (rigorosamente in una deliziosa autoproduzione TrixShop), “-/-/-/-/- (L’attesa)” e “Merda & Melma” erano usciti da otto anni, “L’anello mancante EP” (vedi sopra) da cinque e intanto Kaos era apparso giusto in un paio di featuring (con Turi e Colle der Fomento): in molti si erano già rassegnati al suo addio artistico. Il tema tornerà appunto con prepotenza nel terzo disco solista del rapper come in quelli successivi, giungendo semplicemente alla conclusione che l’Hip-Hop italiano ha un bisogno viscerale di Marco Fiorito – e forse viceversa. Se l’hardcore è l’habitat naturale di Kaos, “kARMA” ne aggiorna la visione affidando la maggior parte dei suoni a Don Joe e Shablo, senza intaccare però di una virgola quel connubio di fotta e schiettezza che ha reso unica la sua storia. La brutale lucidità di ogni ragionamento, l’integrità della sua coerenza, il livore con cui viene scandita ogni parola: non c’era e non c’è alcuna eredità da assegnare, perché non c’è mai stata e non ci sarà mai una figura paragonabile a quella di Kaos. Play qui.

2008 | Artificial Kid – Numero 47
Un disco come “Numero 47” non saremmo stati in grado di immaginarlo neppure nei nostri sogni più bagnati. Danno, Stabber e Dj Craim; un racconto di ambientazione cyberpunk; l’omaggio chiarissimo al sound Def Jux. Nel pieno di un periodo durante il quale sembrava che ogni rapper italiano dovesse accasarsi a qualche major, a un veterano della scena capitolina è sufficiente la King Kong Posse per realizzare uno dei progetti più originali mai proposti dal genere: ispirato da tonnellate di fantascienza (sia cinema che letteratura), il Danno parla di (dis)umanità, tecnologia, ansie e inquietudini attuali proiettate in un futuro poco rassicurante – nient’altro che specchi e metafore della nostra realtà. Il trio è in completa sintonia e un brano come “CPSOM”, per citarne uno, è efficacissimo nel combinare la strumentale astratta di Stabber, il preciso intervento ai piatti di Craim e le rime sontuose del Danno. A suo modo, nel suo piccolo, Artificial Kid è riuscito a fare la Storia. Play qui.

2009 | SottoTorchio – Musica per organi caldi
Decadente, nichilista, anticonformista. “Musica per organi caldi” è un progetto scuro, misantropo e genuinamente ostile, ma secondo un gusto che ha poco a che vedere con l’hardcore in senso stretto. Shagoora e GrannySmith, supportati in primis da Dj Danko e Dj Argento, esprimono una visione originale, che fa riferimento a Bukowski con doveroso rispetto e sincero amore per la scrittura. Il loro essere sgradevoli, violenti, è pura e semplice cifra stilistica: i SottoTorchio non fanno Verismo né sociologia, tolgono il cappuccio alla biro per sfogare un istinto, lasciando fluire verso l’esterno pensieri che non andrebbero confessati e pagine inchiostrate a bile. Nei nostri ricordi, “Musica per organi caldi” è il vertice di un percorso che accomunava altri esponenti della scena pugliese di allora, fissandone con precisione tutti i pregi: la passione per il sampling, con strumentali di altissimo profilo, le liriche feroci, il rigoroso disinteresse per ogni forma di compromesso. Play qui.

2010 | Sawerio & Bioshi Kun – Saweshi
Lontani da qualsiasi formulaicità, il rapper/writer salernitano Sawerio/Pepp Seiv e il dj/beatmaker sammarinese Bioshi Kun, campione mondiale IDA e membro dei furono Scratchbusters, fondono le rispettive personalità nell’ibrido “Saweshi”, condensato di stile, tecnica e irresistibili fruscii. L’album, scuro e affilato, è un gioiellino sia sul versante lirico, con soluzioni metriche e fonetiche (spesso in dialetto) molto articolate, che su quello strumentale, curato fin nel dettaglio di ogni tocco di batteria. Aggiungendo all’equazione i vari Paura, Dj Gruff, Dre Love e Millelemmi, calati senza difficoltà in un contesto sinistro e a tratti asfittico, l’operazione assume sfumature peculiari e assai invitanti. Nella sperimentazione del duo ci sono però metodo e consapevolezza, non si tratta di improvvisazione: per come combina scrittura e produzione, “Saweshi” è un episodio a sé nell’Hip-Hop italiano (non solo di allora), motivo ulteriore per recuperarne l’ascolto anche a distanza di quindici anni. Play qui.

2011 | Sandro Sù – Bisogna mantenere la posizione
Un osservatore poco attento – magari in buona fede – potrebbe inserire Sandro Sù, un tempo Phogna, nella controversa categoria dei sottovalutati. Nel senso: sottovalutati da chi? La visione artistica del rapper di origini molisane, attivo già a cavallo dei 2000, è cristallina e va dritta all’obiettivo: incastrare parole dall’estremo che bruciano palco e sipario, scrivere rime, levigare flow. Nel farlo, come dimostra “Bisogna mantenere la posizione”, riesce a eccellere, pertanto la nostra di valutazione non può che essere alta: il disco è ottimo, adulto quanto basta, intrigante sul versante dei suoni, con tanti scratch e una dotazione di featuring all’altezza. Sandro (già che c’è dà una mano anche alle macchine) ne rimane comunque il protagonista, dispensando strofe di qualità e raccontando tra l’altro spaccati di vita che all’ascoltatore medio dovrebbero risultare familiari. Non sappiamo cos’altro serva per essere valutati adeguatamente. Play qui.

2012 | Ghemon – Qualcosa è cambiato
Non avevamo ancora citato Blue Nox e tocca rimediare! Attorno agli anni dieci, il collettivo formato a Roma da – tra gli altri – Macro Marco, Kiave, Franco Negré e Ghemon si è distinto per originalità, qualità e costanza, pubblicando un filotto di titoli che ha reso molto meno piatto quel periodo. Per quel che riguarda il rapper di Avellino, “Qualcosa è cambiato” andava a chiudere una fase intensa e articolata, proiettandolo – ahinoi – in una stagione artistica sulla quale preferiamo soprassedere. L’album, l’ultimo Hip-Hop in carriera, sigillava i pregi principali di un lustro trascorso con grande intensità, offrendo un’ampia gamma espressiva, dal lato più intimo (“Fantasmi pt. 2”) a quello da battaglia (“Paraphernalia”). Sul fronte dei suoni, la stessa scelta dei singoli produttori fotografava il livello raggiunto, qui tenuto alto da composizioni più Soul come da gemme arricchite con un pizzico di Elettronica. Comunque la si pensi, il passaggio di Ghemon (Scienz) nel Rap italiano è stato significativo e le sue opere migliori sono lì a dimostrarlo. Play qui.

2013 | Egreen – Il cuore e la fame
Dopo diversi featuring e una manciata di mixtape che ne avevano fatto salire di parecchio le quotazioni, Egreen è pronto al salto di categoria e lo effettua con “Il cuore e la fame”, fuori per Unlimited Struggle e ricco di ospiti e produttori gravitanti nell’underground di (elevata) qualità. Il rapper nato a Bogotà, com’è nel suo stile, coglie l’occasione per mettere una lunga serie di puntini sulle i, esibendo un integralismo che, considerato il momento storico, dava modo a tanti di ritrovare quell’attitudine schietta e viscerale che nel Rap sembrava non funzionare più come una volta. Con un titolo così evocativo, che se vogliamo svela già molto sui contenuti del disco, Nicolas esprime un punto di vista col quale non è difficile empatizzare, tra l’altro fotografando il potenziale di un collettivo che in parallelo stava raggiungendo il proprio vertice. Col successivo “Beats & hate”, “Il cuore e la fame” forma in effetti uno dei tasselli principali dell’hardcore di quel decennio. Play qui.

2014 | Johnny Marsiglia & Big Joe – Fantastica illusione
Non del tutto a caso, rimaniamo in casa Unlimited Struggle con “Fantastica illusione”, secondo album in coppia per Johnny Marsiglia e Big Joe a due anni da “Orgoglio”. Se quest’ultimo lasciava intuire un percorso, un’idea in fase di definizione, il loro ritorno è nel segno di una crescita che non è passata inosservata. Massima l’intesa, per un progetto capace sì di stare al passo coi tempi grazie al sound molto rotondo del produttore, ma sempre teso alla ricerca di un’identità propria: i due artisti palermitani propongono un Hip-Hop elegante, caldo, che ha radici profonde e non teme di guardare verso un’estetica più – diciamo così – americana. Marsiglia è uno di quei liricisti che non ha bisogno di tecniche assassine per andare a segno, le immagini, l’intonazione sincera della voce, le pause e le parole collocate nel punto giusto di ogni verso rendono “Fantastica illusione” una prova di notevole efficacia, che a tutt’oggi non è sbiadita. Play qui.

2015 | Lil Pin – Kingpin
Ma certo, avremmo anche potuto scegliere “The equinox” come il più recente “Sardinia assassins”, ciò che conta è che Lil Pin figuri in questa piccola retrospettiva, avendo scritto dalle retrovie più buie alcune tra le barre più fighe degli ultimi quindici anni. Discorso che calza a pennello su “Kingpin”, realizzato con Kennedy alle produzioni e Dj Yodha ai piatti, in pieno stile Parabellum: il rapper di Q.S.E. arma il bazooka e lancia rime di precisione, chirurgiche, di quelle che i tanti “Rappers di merda” dovrebbero studiare per cercare di capire in che modo può essere fatta ‘sta roba. Ovvero con una montagna di riferimenti, chiusure originali, carattere e zero peli sulla lingua. Di più: sebbene in molti non l’abbiano ancora capito, l’album precorreva diverse tendenze a venire, ponendo al centro l’attitudine e il Rap stesso su dei suoni freschi e tuttavia classici. La ricetta dovrebbe risultarvi nota… Play qui.

2016 | Blo/B – Età dell’oro
L’abbiamo scritto diverse volte e lo ribadiamo: Blo/B è uno dei nostri rapper preferiti e non ce ne frega niente di quanto sia o meno famoso e di successo, ciò che conta è che potrebbe sedere in cattedra e spiegare a molte star (vere o presunte) cosa significhi scrivere un paio di rime. Dopo oltre dieci anni di attività, prima di MRGA e Think Fast, il rapper originario di Bresso arriva all’esordio solista con “Età dell’oro”, progetto che guarda al passato proiettandosi con decisione nel presente, secondo uno schema e uno spirito che attraversano l’intero percorso discografico del Nostro. Dieci i produttori, ma il taglio del sound è omogeneo e potente, con qualche tocco di modernità che non sposta di una virgola la foga di Blo, abilissimo a sganciare punchline come se le pescasse dal cilindro di un mago. E poi c’è “La mia Emme I”, che se avesse senso realizzare un manuale di Rap (no, non ce l’ha) figurerebbe nella sezione livello avanzato. Play qui.

2017 | FFiume – The Irhu experience
Gavetta, studio, dedizione, passione. Nel lungo percorso che porta FFiume dai suoi primi approcci al Rap sul finire dei novanta a un presente nel quale continua a deliziarci a suon di beat e rime, c’è tutto questo e anche molto altro. Da Reggio Calabria, girando tra Europa e Stati Uniti, Francesco ha raccolto energie che si sono poi riversate in una discografia di pregio, sovente marchiata Strettoblaster. “The Irhu experience” ne è un esempio, un vero e proprio gioiellino realizzato in gran parte col produttore pugliese Irhu, cogliendo simmetrie irresistibili tra suoni e parole: deliziosi i primi, con campionature raffinate e composizioni lodevoli, puntuali e articolate le seconde, dimostrazione empirica di una scrittura che, per vocabolario, stile e flow, raggiunge semplicemente l’eccellenza. “…experience” è un disco talmente bello da non avere bisogno di essere raccontato: recuperatelo e basta, se avete voglia di immergervi in una prova priva di sbavature. Play qui.

2018 | Colle der Fomento – Adversus
E’ stato a lungo il tormentone di ogni appassionato di underground italiano: quando esce il nuovo disco del Colle der Fomento? Alla fine, a undici anni da “Anima e ghiaccio”, il Danno e Masito hanno pubblicato “Adversus” ed è stato come ritrovare due vecchi amici di sempre, solo un filo più adulti. Il quarto progetto del Colle in quasi venticinque anni di attività è il frutto di una lunga gestazione, con nel mezzo episodi felici (l’esperienza dei Good Old Boys) e perdite importanti (Primo): nasceva in un modo, poi tutto si è fermato e, con l’inserimento decisivo di Dj Craim in cabina di regia, ha preso le fattezze che oramai conosciamo. Questo percorso si sente, nella musica di “Adversus”, ma non in senso negativo, la sincerità e il bisogno viscerale di fissare al microfono determinati pensieri restituiscono l’urgenza dell’operazione, un fiume in piena mai prima d’ora così cupo e introspettivo nella storia del duo. Trascorsi altri sette anni, la convinzione – e non è un termine che spendiamo spesso – di aver potuto ascoltare un piccolo e insperato capolavoro, è più forte che mai. Play qui.

2019 | Silla e Weirdo – Metamorfosi
Luogo comune vuole che, scavando negli anfratti meno noti dell’Hip-Hop, sia possibile scovare gemme nascoste; in realtà, basta guardare con un po’ di attenzione in più per rendersi conto che, a maggior ragione oggi, è tutto lì, a portata di mano. E’ infatti sufficiente conoscere la crew Mad Soul Legacy e il duo Crazeology per arrivare a “Metamorfosi”, primo progetto firmato in coppia da Silla e Weirdo, con qualche amico a dargli una mano, i compagni di crew e perfino un Benny The Butcher in ascesa. Protagonisti assoluti rimangono comunque il produttore, con delle strumentali golosissime e puntellate da batterie potenti, e il rapper, la cui scrittura è ricca di metafore e validissime soluzioni tecniche. A unirli è un gusto molto marcato, che rende “Metamorfosi” un’operazione facilmente collocabile all’interno della scena, sebbene dotata di un carattere personale, frutto di una ricerca e di un’intesa che non hanno nulla di casuale. Se vi è sfuggito, perché non rimediare? Play qui.

2020 | RollzRois – Make money like war
Dovreste già saperlo: da “Young Bettino story” in poi, siamo stati letteralmente investiti dal progetto Make Rap Great Again. Dopo circa due anni di piena e fortunata attività, la creatura di Gionni Gioielli in primis stava allargando il proprio raggio d’azione coinvolgendo volti nuovi ed emergenti; tra questi, RollzRois si è distinto con “Make money like war”, disco realizzato in gran parte in maniera autarchica, ma rispettando tutte le regole non scritte della factory. Ci sono degli ottimi featuring, ci sono i sample, ci sono la spocchia e la polemica, ci sono i riferimenti al Rap d’oltreoceano; Rollz fa suoi i cliché del genere e firma una prova di puro spessore, proiettandosi in un campionato più grosso con la giusta presunzione. L’album ha una posizione di rilievo nel catalogo MRGA, che in quel frangente si ingrossava a ritmi folli, e nel frattempo non ha perso nulla della sua ruvida belligeranza. Play qui.

2021 | EliaPhoks e St. Luca Spenish – Ragazzi per sempre
Capitalizzando uno stato di forma generale che ha reso unico il lustro di MRGA, “Ragazzi per sempre” è un’altra collaborazione che si è imposta tanto per la sua originalità, quanto per il notevole livello qualitativo proposto. Dalla Sicilia, EliaPhoks e St. Luca Spenish firmano una prova di grande impatto, che gioca abilmente coi rimandi alla saga di Marco Risi (“Mery per sempre” e “Ragazzi fuori”) per portare la realtà palermitana al centro della narrazione. Se Spenish è già una certezza per gli appassionati, Elia è un’assoluta sorpresa: la sua penna, unita a un’ampia ricchezza espressiva, si muove sicura tra racconti che pulsano di vita, contrasti e contraddizioni, schivando però tutta la retorica che spesso accompagna operazioni simili. Sebbene si sia fatto oramai un abuso del termine iconico, “Ragazzi per sempre” lo è: un disco che sceglie di guardare la realtà circostante con lucidità, senza dimenticarsi di rendere tutto rigorosamente great. Play qui.

2022 | Gionni Gioielli e Tosses – #FREECRAXI
Dulcis in fundo, Gionni Gioielli… A quasi quattro anni da “…Bettino…” e dopo aver curato una badilata di dischi, Matteo torna protagonista – con Tosses – all’interno di una nicchia che gli deve tanto. A modo suo, secondo il linguaggio e l’estetica MRGA, “#FREECRAXI” è un’operazione che guarda all’attualità, attingendo in particolare dalla cronaca del biennio pandemico; ne deriva un discorso critico, a tratti aspro, com’è nelle corde del rapper ma con accenti più riflessivi del solito. Il tema è la libertà, declinato in una mezz’ora intensa, prodotta in maniera strepitosa e piena di collaborazioni riuscite: col protagonista ci sono tutti i commilitoni più un efficace Nerone, riprova di un meccanismo che nella somma delle parti, raccordando stili non per forza coincidenti, ha trovato equilibri e simmetrie di valore. E’ inutile comporre una classifica di quelle quasi trenta uscite ufficiali (numeri pazzeschi!), però “#FREECRAXI” figura indubbiamente tra le migliori. Play qui.

2023 | Nex Cassel e Dj Craim – Fegato
Non ci spostiamo di molto: Micromala, AdriaCosta, Nex Cassel. Dopo un biennio discretamente intenso, il rapper di Caorle affida le macchine a Dj Craim e si riprende i riflettori con un disco che ha l’enorme pregio di procedere dritto verso il proprio obiettivo. Ci vuole “Fegato”, sì, per affrontare tutti i problemi quotidiani come per addentrarsi in questo strano meccanismo del Rap, Cassel ne ha da vendere, perciò non intende tirarsi indietro ed elargisce pure un po’ di “Brutti consigli”. Ottima, sebbene inedita, l’intesa tra i due, bravi a trovare un terreno comune per tenere assieme le rispettive storie artistiche, differenti ma non opposte. Nella sua genuina linearità, l’album sottolinea appunto l’enorme adattabilità di Nex che, tra “Rapper bianco”, “LO VE”, “Vera pelle”, “Mercato nero”, Fratelli Freschi e “Fegato” (stando al recente passato), non ha replicato una volta la medesima prova. Xe ben! Play qui.

2024 | Gentle T e Mr. Squito – La visione di Pantaleo
Il rapper pugliese Gentle T è senza ombra di dubbio tra le voci che abbiamo ascoltato maggiormente negli ultimi anni. Dopo un felice ingresso in Make Rap Great Again, Salvatore ha macinato uscite su uscite, aprendosi a numerose collaborazioni e affiliazioni; ad esempio, durante il 2024, in soli sei mesi ha pubblicato due dischi ufficiali per Payback Records, il primo dei quali è l’ottimo “La visione di Pantaleo”. Affiancato da Mr. Squito, il Nostro cristallizza una formula che padroneggia con efficacia: racconta di vite normali in una provincia del sud, con tutti gli annessi e connessi di disagi, ambizioni irrealizzate e fughe dal tedio quotidiano. Mettendo assieme i pezzi di una discografia che sta alimentando a ritmo sostenuto, se ne ricava un quadro complessivo di particolare interesse: che partiate o meno da “…Pantaleo”, l’invito è quello di riunire tutti i pezzi del puzzle e guardare l’immagine nella sua completezza. Play qui.

2025 | Liffe e Barra1 – Supercella
Largo ai giovani, come si dice, soprattutto quando dimostrano di avere una certa fame… Prima di “Supercella”, prodotto da Scoriacuore e fuori per Payback Records, di Liffe e Barra1 non sapevamo quasi nulla. Nell’anno che volge al termine, i due rapper bresciani classe 2001 (e, per magia, ecco il quarto di secolo che si chiude!) sono presto tornati in “Mano roja” con Gionni Gioielli, “Sottocassa” (Barra1 e novenove) e “Santa guerrilla” (Liffe e Kolpo): con oggettivo merito, vanno ritenuti tra i protagonisti del 2025 e dunque li volevamo a chiusura del nostro elenco. Entrambi molto capaci al microfono, se scrivevamo che il loro Hip-Hop guarda alla tradizione con rispetto e una sana deferenza verso determinate figure, cercando al contempo di condurre il tutto nel presente, oggi confermiamo quella prima impressione, corroborata da un rapido percorso di crescita che speriamo venga preso a esempio da altri. Secondo noi la scena è ancora viva, attiva, anche perché ci sono emergenti come Liffe e Barra1: le speranze dell’underground sono in mano a rapper che hanno altrettanta voglia di far bene. Play qui.