Intervista a Moder (19/11/2025)
Lanfranco (Moder) Vicari, rapper ravennate classe ’83, è una vecchia conoscenza del sito, presente sia coi lavori in gruppo a firma Il Lato Oscuro della Costa che per i suoi progetti successivi, distinguendosi in ambo i casi per l’approccio non conforme agli scenari più scontati dell’Hip-Hop italiano. Pubblicato da un mese esatto, “Poco dopo mezzanotte” ci ha permesso di fare due chiacchiere col diretto interessato, un fiume in piena – come state per leggere – di racconti e pensieri…
Bra: l’ultima volta che ti abbiamo intervistato era addirittura assieme al Lato Oscuro della Costa, nel 2010, per “Amore, morte, rivoluzione”; in seguito abbiamo commentato l’EP “Sottovalutato”, “8 dicembre” e “Ci sentiamo poi”. Raccontaci di questo percorso evolutivo, del progressivo passaggio da un’ampia formazione alla dimensione solista.
Moder: in realtà, all’inizio io non volevo passare all’esperienza solista, ho sempre cercato di fare musica in maniera collettiva e Il Lato Oscuro era un po’ il sogno per racchiudere tutto ciò, nella mia testa doveva evolversi in una line up perfino più grande, l’idea era quella di racchiudere il meglio della Romagna all’interno di una sola realtà musicale. Era un periodo in cui personalmente non avevo nessun mezzo, ero povero in canna e, come me, il gruppo riuniva di fatto degli scappati di casa, tant’è che il nostro primo EP omonimo era tutto su beat americani, abbiam fatto un po’ con quello che c’era; anzi, il trip era quello di fare solo roba dal vivo, non ce ne fregava niente del lato discografico. Poi, suonando in giro, in molti hanno cominciato a dirci perché non fate un disco? e dopo un po’, devo dire con una grande lentezza, ci siamo messi a lavorare su “Artificious”; però è stato anche il momento in cui ho capito che fare dischi mi piaceva, rendendomi conto che la questione non era solo di spaccare sul palco alle jam: c’era un pubblico e non ce n’eravamo ancora resi conto. La cosa, a parte il fatto che dal punto di vista della comunicazione eravamo dei completi incapaci, andò molto bene, ritrovandoci noi stessi a essere un gruppo di amici che girava, provava in sala, si esibiva, sono stati anni molto formativi e stavamo talmente bene assieme che quella cosa mi è rimasta proprio dentro, è stata una grande scuola. Nel frattempo, anche se qualche progetto solista già partiva, proseguimmo come gruppo e io ho continuato a occuparmi molto dell’organizzazione dei live, giravo nei locali, conoscevo gente, facevo da fonico, creavo legami, arrivando ad “Amore, morte, rivoluzione” – che per me rimane un gran disco Indie Rap, ne sono molto orgoglioso – scoprendoci cambiati, gli equilibri un po’ scricchiolavano e forse le nostre esigenze si erano diversificate. Ho tentato di tenere assieme il gruppo, anche perché c’era un investimento emotivo notevole, ma non ci sono riuscito; ciononostante, ero ancora convinto di poter vivere di musica alla mia maniera e quindi, chiusa un’epoca, ho avuto bisogno di un paio d’anni per schiarirmi le idee, avevo pezzi fermi, stavo pensando già a un’altra strada col CISIM di Lido Adriano, fino a quando non hanno ripreso a chiamarmi per dei live, ritrovando quella spinta che pensavo si fosse spenta.
B: se quello del Lato Oscuro era un Rap controcorrente, poco allineato, la tua discografia ha via via assorbito elementi più contemporanei, musicalmente ma anche in fase di scrittura. E’ qualcosa che possiamo far risalire al tuo essere diventato più adulto, com’è normale che sia, o ambivi già in origine a qualcosa del genere, a far quadrare l’Hip-Hop con un gusto meno – diciamo così – settoriale?
M: in realtà quello è un aspetto che mi ha sempre caratterizzato, anche se da fuori magari sembravo il rapper più classico del Lato Oscuro – i nostri pezzi meno canonici, anche dal punto di vista testuale, spesso nascevano invece da idee mie. Ho un gusto più Pop per i ritornelli, nel senso di popolare, mi è sempre piaciuto tanto il cantautorato quanto il Rap sperimentale, in particolare l’onda Def Jux e via dicendo, tutti elementi che combinavamo nel Lato Oscuro dandoci una mano reciprocamente, perché ognuno portava qualcosa che magari era nuovo per gli altri, a partire da Nada che poteva suggerire cose di Elettronica come mega Rock. Ho sempre puntato a fare una musica che avesse dentro tanto altro, se percepisci qualche elemento di Southern Rock, cantautorato di Tucson, Leonard Cohen o Tom Waits, non è casuale; quello che all’inizio non avevo erano i mezzi, ho imparato che la scrittura è sempre il risultato di cosa ascolti, cosa leggi, cosa vedi, concepire un disco da zero richiede però una visione più ampia e fino a quando si trattava di lanciare le idee in un gruppo era tutto più semplice, c’era uno scambio, da solo ho faticato parecchio fino a quando non ho trovato in Duna, con cui facevo già il fonico, una figura assieme alla quale ragionare, anche fantasticando, su cosa mettere o meno in un disco. Mi serviva essere sul pezzo e ho dovuto capire come fosse possibile riuscirci, anche attraverso un confronto più diretto.
B: veniamo a “Poco dopo mezzanotte”. Con “8 dicembre” e “Ci sentiamo poi” completa una trilogia che, in certa misura, ci sembra passi dall’io al noi, dall’introspezione a un discorso ampio, non per forza autobiografico. Intanto, vorremmo sapere se sei d’accordo su questo punto; poi, ci piacerebbe capire se l’idea di un trittico fosse già presente quando lavoravi al primo dei tre episodi o abbia preso forma solo in seguito.
M: parto dalla fine. Senza sapere con esattezza dove mi avrebbe portato questa scelta, l’idea era però già in origine quella di realizzare una trilogia; spezzando, se vogliamo, l’intenzione iniziale di fare più EP, perché era una dimensione che sentivo mia. Ricordo eravamo a un concerto con Claver e, come succede spesso, ci scambiavamo i pezzi alternandone un paio a testa, la serata andò molto bene e poi ci ritrovammo al banchetto dove lui vendeva le copie di “Mr. nessuno”, mentre io avevo l’EP “Sottovalutato” che non era un disco vero e proprio, allora (imitandone la voce e ridendo, ndBra) mi dice Moderì, devi fa’ il disco!: mi resi conto che aveva ragione e quella notte stessa decisi di fare “8 dicembre”. E poi sì, di disco in disco siamo passati più al noi, nel senso che, quando sono ripartito con la carriera solista, nella mia testa ho deciso che avevo 18 anni – anche se ne avevo più di 30 (ride, ndB). Avevo già appreso il mestiere dello scrivere, ma volevo rimettermi in gioco su tutto, partire da me stesso, dalla mia storia, chiedendomi con cosa non avevo mai fatto i calcoli; risposta: la morte di mio padre nel giorno del mio compleanno. Episodio che ha cambiato tantissimo la mia vita, la mia visione del mondo. Dovevo dire un tot di robe mie e l’ho fatto, con grande sincerità, però andando avanti non volevo ripetermi e rifare le stesse cose, quindi se quello era il disco dell’adolescenza (raccontata molti anni dopo), “Ci sentiamo poi” doveva essere quello che faceva vedere una prima crescita e “Poco dopo mezzanotte” avrebbe rappresentato la maturità, senza perdere nulla del mio modo di fare il Rap ma parlando più come un adulto, scrivendo anche per gli altri. Meno ego, meno io, io, io, un modo di raccontare che potesse coinvolgere l’ascoltatore. Ti dico la verità: la tecnica per la tecnica è una roba che oggi non mi intriga più, non a caso “Poco dopo mezzanotte” è il disco che mi è costato più fatica, un po’ perché qualcuno magari si aspettava facessi “Birre in lattina” ad libitum (e non volevo), un po’ perché trovare quella precisa chiave di lettura ha richiesto un certo impegno, un po’ perché – sempre a proposito degli altri – per la prima volta avevo voglia di coinvolgere molte persone, cosa che in passato non era accaduta, avendo scalette con un paio di featuring e dei ritornelli cantati.
B: di certo possiamo dire che il tutto si sia svolto con tempistiche che oggi in pochi si concedono. Quattro anni tra il primo e il secondo disco, cinque tra questo e il terzo: sono intervalli lunghi, dovuti a un processo creativo complesso, magari anche faticoso, o semplicemente hai dovuto fare i conti con i tempi concessi dalla vita quotidiana?
M: un mix dell’una e dell’altra ragione. Sicuramente mi sono accorto di poter essere molto più veloce, ho imparato a esserlo, ma accontentarsi non mi piace e un pezzo può star fermo in studio anche tre mesi se non sento di aver trovato quello che cerco. Lavorando in ambito musicale, poi, anche scrivere è parte del mio lavoro, un impegno che non deve togliere spazio al resto, non potendo più – come quando avevo vent’anni – chiudermi in studio un lunedì sera e andare avanti tutta la notte. Devo far quadrare diversi aspetti e non è semplice.
B: ci sono almeno due costanti, in questa sequenza di titoli. La prima è la presenza di (Andrea) Duna, che citavi prima, figura che rimane al centro della direzione artistica a prescindere dai diversi produttori coinvolti. Com’è nata questa collaborazione e qual è la vostra interazione in studio?
M: Andrea mi ha visto proprio crescere, ha una decina d’anni più di me e viene dalla old school, mi ha raccontato cose mitologiche come organizzare concerti per i Sangue Misto e robe così. E’ un personaggio magnetico, che sa essere molto inclusivo nonostante venga da una generazione che invece tendeva a guardare il nuovo sempre dall’alto in basso, è una persona che condivide, che insegna quello che sa, per di più è un fonico incredibile e anche i dischi del Lato Oscuro sono stati fatti con lui, quindi c’è un rapporto molto solido. La cosa che mi piace è che non abbiamo mai svolto il compitino, oramai con una scheda audio, tool tipo Valhalla, quattro compressori e plug-in il mix è fatto, noi invece abbiamo sempre voluto dare un carattere ai nostri dischi, qualcosa che – digitalismo o meno – venga comunque fuori durante l’ascolto. Averlo di fianco è stata la cosa più naturale per me, con lui riesco ad avere una direzione artistica franca, un confronto serio. Ti faccio un esempio pratico: “Poco dopo mezzanotte” è partito chiudendo anzitutto i singoli, per poi terminare il disco in sé, abbiamo cominciato quindi da “Tu la notte e la città”, passando in seguito a “Roby Baggio” che aveva sempre una voce femminile, arrivando a “Settembre”, il pezzo con Peyote, per il quale avevo fatto preparare un altro layer con dei cori, a questo punto è stato Andrea a farmi notare che rischiavamo di dare lo stesso colore a brani anche diversi. Il suo è stato un intervento molto puntuale, efficace, non correggendo qualcosa che era venuto male, però ragionando sull’opportunità di fare o meno una roba in un certo modo. Ancora, all’inizio “Lo sapevi già” aveva un campione abbastanza classico e poi diventava un pezzo più Trap, Andrea ha voluto rendere meno ovvio questo passaggio e abbiamo chiamato Nicola Peruch, che è un collaboratore di Roy Paci e coi suoi synth è riuscito a dare un’altra dinamica al brano. Questa puntigliosità, la sua grande competenza, è stata indispensabile sia per me che per l’album.

B: musicalmente, “Poco dopo mezzanotte” passa da composizioni più moderne come in “Lo sapevi già” ai pianoforti di “Niente di male”, dal Jazz di “Settembre” al Blues di “Bologna Centrale”, arrivando alla classicità di “L’unica amica leale”. Questa ricchezza di spunti è il riflesso di un tuo gusto o esprime la necessità di guardare anche al di fuori dell’Hip-Hop?
M: entrambe le cose. Allora, io l’Hip-Hop l’ho inseguito tantissimo, nei momenti in cui mi ci sono un po’ distaccato – artisticamente parlando, non da appassionato – ho capito che non era necessario seguire delle regole troppo precise. Ho bisogno di guardare fuori dall’Hip-Hop perché alcune delle cose che ci vedo ora non mi interessano. Mi è sempre dispiaciuto non saper suonare uno strumento e mi piace talmente tanto il Rap che per me è diventato necessario mescolare, unire, invece che cambiare genere; ascolto tanta musica diversa e mi è spesso tornata in testa questa dichiarazione di Neffa in cui diceva stavo facendo il disco Rap, vado al mare in vacanza perché non riuscivo a farlo, vedo una ragazza che cantava una canzone e ho pensato “voglio essere la canzone sulle sue labbra”; quella frase è diventata un po’ un mantra per me, rendendomi conto che quando sono stato la canzone sulle labbra di qualcuno ho realizzato di aver fatto qualcosa. Per dire, a me piace tanto l’estetica Griselda, la seguo di brutto e quest’estate ho invitato Conway all’Under Fest, ma non mi appassiona questa scuola delle barre per fare le barre, credo che sulla lunga distanza l’underground non possa sopravvivere se non dice un cazzo. O meglio, ok le barre, ma allora devi essere un Dio a farle, voce, stile, punchline; Benny The Butcher può farle, Sean Price poteva farle, Ghostface Killah, che è uno dei miei rapper preferiti, può passare di palo in frasca col Rap. Ecco perché nel disco ho un pezzo su quella linea, “L’unica amica leale” con Jack The Smoker e Claver Gold, ma non più di uno, è un tributo alla scuola più tecnica, con approcci artistici diversi. Però fare solo quello è limitante.
B: l’altra costante è la presenza di Glory Hole Records, con la quale hai realizzato l’intera trilogia. Cosa comporta far parte di una realtà specializzata tra le più longeve in Italia?
M: Glory Hole mi ha aiutato tantissimo dall’inizio e penso sinceramente che senza Gaz ora non sarei qui a parlare con te. Per me, è anzitutto un posto dove ci sono tanti amici che stimo, da quando sono entrato – com’è normale – ci sono stati molti cambiamenti, era il 2015 e prima del disco ho avuto un po’ di live preparatori con loro, eravamo in tanti, varie generazioni, con un focus specifico sulla scrittura, se consideri i percorsi di Murubutu, Don Diegoh, Claver e via dicendo, ma sempre con un occhio puntato sull’underground, grazie a figure come Dj FastCut e, in quella fase, rapper come Lord Madness, Brain… Insomma, si respirava una certa aria e ognuno di noi ha dato il suo meglio al progetto. Per “Poco dopo mezzanotte”, in realtà, c’è un bell’abbraccio tra Glory Hole, il CISIM come co-editore e Django che si occupa del booking. Al momento non riesco proprio a immaginarmi in una struttura diversa: perché questa mi dà tutto quello di cui ho bisogno, non mi sta addosso sulle tempistiche e mi lascia massima libertà artistica, si fida di me. E’ partita come una scommessa tra amici davanti a una birra e lo spirito è sempre rimasto quello di una crew, è prima di tutto una bella fratellanza. Molto importante è che, come me, Gaz ami tanto i live come motore per far girare la musica, evitando invece sponsorizzazioni e strategie di questo tipo, che non ci rappresentano. Per lavoro, mi capita di aver a che fare con realtà grosse e quindi conosco retroscena, budget, promozioni…poter evitare certi meccanismi di marketing a me gasa tanto, mi fa star bene con quello che faccio.
B: tra i brani più significativi, spicca sicuramente “20 luglio 2001|Carlo Giuliani”, che usciva con qualche mese di anticipo sull’album. Sul tema, purtroppo, non si segnalano molti brani simili – noi ricordiamo “Generazione X” di FFiume e Folto Caruso; come mai hai sentito il bisogno di tornare su questa storia a distanza di quasi un quarto di secolo e avverti la mancanza di contenuti un po’ più politici nel Rap italiano?
M: io sono un millennial e ho visto cambiare profondamente il mondo, ma sempre da una posizione decentrata, nel senso che ad esempio ero minorenne quando c’è stato il G8 di Genova e quindi non ho potuto esserci. Avevo già delle convinzioni politiche molto forti e quasi idolatravo la generazione precedente alla mia, che era attiva e – lo dico senza mancare di rispetto a nessuno – aveva perfino qualcosa di cool, che faceva presa su un ragazzo della mia età. Ovviamente ero incazzato e immaturo, partecipavo ai collettivi e pensa che la prima carriera cui ambivo era appunto quella politica – dopo il pro skater, che però in Italia era impossibile (ride, ndB). In quei giorni, tornando a casa dopo aver lavorato al mare, seguivo sempre tutte le notizie: quando vidi il corpo di Carlo Giuliani a terra, morto, qualcosa si spezzò, ho capito che ci avevano presi in giro, che ci venivano sottratte tutte le possibilità che pensavamo di avere; anzi, a chi è venuto dopo noi è andata peggio e questa cosa, il sogno di un futuro migliore, non è stata neppure prospettata, il capitalismo all’americana aveva vinto e non c’era un altro paradigma in cui sperare. Ho quindi deciso di parlare di questa storia perché non l’avevo mai fatto prima, volevo raccontare quella passione, del fatto che mi fossi fidato di chi diceva che potevamo cambiare il mondo, dato che noi ci credevamo davvero e un ragazzo l’ha pagata per tutti. Se poi dovessi dirti che il Rap politico mi manca, la risposta è no. Perché molto spesso – le eccezioni ci sono – quando il Rap si è dedicato alla politica l’ha fatto per slogan, fuori tempo massimo e banalmente. In “20 luglio 2001”, io, Dutch e Torme abbiamo infatti voluto fare qualcosa di diverso, una canzone che sia di protesta, che sia uno storytelling, ma con un’idea artistica precisa, studiando quella storia col dovuto rispetto. Penso che nella musica le cose più politiche arrivino oggi da chi spesso è considerato male all’interno della scena Hip-Hop, forse perché descrivono una realtà – a volte riuscendoci, altre no – che conoscono davvero, da vicino, mentre alcuni rapper più grandicelli ci mettono sempre dentro qualche frase studiata a tavolino.
B: uno dei registri principali di “Poco dopo mezzanotte” – e forse della tua musica in generale – è la nostalgia, la rievocazione di ricordi spesso amari, un po’ come in “Settembre”. Ti riconosci in questa descrizione e quanto la scrittura, che nel comunicato stampa definisci il tuo mostro, riesce a esorcizzare quest’aspetto?
M: è sicuramente una componente della mia musica, ma la chiamerei una nostalgia attiva. Nel senso che non mi sento fermo sul ricordo, il passato mi serve per tracciare dei paralleli col presente e per interpretare il futuro. Se si fa bene quest’esercizio, si trovano risposte importanti sul nostro quotidiano. Per quel che riguarda la scrittura, come ho potuto capire anche dai laboratori che faccio, non credo invece che l’arte possa sostituirsi alla terapia, è uno strumento e magari in una fase iniziale può aiutare a comprendersi e a comprendere il mondo, ma di per sé non risolve i problemi. Nel mio caso, credo che la scrittura non mi abbia salvato da niente, anzi forse a volte mi ha fatto star male. Se avessi speso in maniera differente quelle energie, forse la mia storia sarebbe andata in un’altra direzione.
B: l’artwork del disco sembra la tavola di un manga. Cosa puoi dirci della sua ideazione e realizzazione?
M: guarda, non mi prendo nessun merito perché è tutta farina del sacco di Nicola Varesco, che potrebbe essere la terza costante dei miei dischi dato che si è occupato delle grafiche dell’intera trilogia. Negli anni ha imparato a conoscermi alla sua maniera e ha sempre trovato un’interpretazione personale del concept, ogni volta io gli ho solo spiegato il titolo e lui ha fatto il resto. Per “Poco dopo mezzanotte” gli ho raccontato del mostro, della scrittura che mi spinge a cercare una verità che magari neppure c’è, lui s’è visto il film (“Sette minuti dopo la mezzanotte” di Juan Antonio Bayona, da cui è tratto il titolo, ndB) e da lì è partito, non ho visto nulla fino a pochi giorni dalla chiusura del disco. Quando poi ho avuto la grafica finita, che è tutta realizzata a mano, ho capito che si trattava di una piccola opera d’arte, minuziosa, se ci fai caso all’interno ha dei rimandi a tutti i miei dischi precedenti, così come l’idea delle tag di ogni persona che ha partecipato è sua. L’ho ringraziato mille volte, ma continuerò sempre a farlo: in un periodo di grafiche fatte con l’AI, noi ce ne siamo usciti con un bellissimo disegno in bianco e nero, a ulteriore sottolineatura di chi siamo.
B: considerando quanto ci siamo detti, è inevitabile chiederti se, chiudendo una trilogia, “Poco dopo mezzanotte” apra anche una nuova fase della tua carriera, diversa dalla precedente.
M: sì, in qualche maniera per forza. Ho imparato tante cose, ho capito di voler proseguire con dischi meno lunghi, mi piacerebbe far trascorrere meno tempo tra un progetto e l’altro, ma ancora non so dirti con esattezza in cosa consisterà questa nuova fase. Sicuramente non ho intenzione di ripetermi. Continuerò a far cose con alcuni produttori di quest’ultimo disco, vorrei anche fare un piccolo salto nel passato coinvolgendo Koralle, ovvero Nada del Lato Oscuro, però il grande sogno è quello di realizzare un disco tutto suonato, basso, chitarra, batteria, pianoforte e archi, non escludendo un producer che magari ci aiuti a mettere tutto assieme. Sono convinto che il beatmaking non abbia limiti e mi piacerebbe sperimentare qualcosa in questo senso.
B: chiusura di routine. C’è qualcosa che nell’intervista non è emerso e senti il bisogno di aggiungere?
M: sì… Credo sia un momento nel quale appassionati e artisti debbano chiedersi dove sta andando l’Hip-Hop. E’ tutto molto telefonato, i percorsi sembrano già scritti e l’impressione è che alla fine di questi venticinque anni ci si sia convinti di aver creato qualcosa di grosso, ma in realtà si è partorito un cucciolo… Bisogna forse riflettere meglio su come ci vediamo l’un l’altro, nel senso che la frammentazione dell’oggi ci ha portato a essere molto deboli come comunità. La conseguenza è che fanno fatica a succedere determinate cose e se succedono non riusciamo neppure a vederle, si deve ripartire da un confronto, dalle jam o come preferisci chiamarle, evitando quell’omologazione che nell’underground è evidente tanto quanto nel mainstream. Ci stiamo parlando troppo addosso, ecco.
Bra
Ultimi post di Bra (vedi tutti)
- Intervista a Peter Wit (01/12/2025) - 5 Dicembre 2025
- Intervista a Peter Wit (01/12/2025) - 5 Dicembre 2025
- Erick Sermon pubblica “Dynamic Duo’s Vol. 1” - 5 Dicembre 2025



