Intervista a Peter Wit (01/12/2025)
Nel suo prezioso operare all’interno dell’underground, Payback Records sta dimostrando di avere un occhio particolarmente attento verso una nuova generazione di rapper che, pur essendo cresciuta nel pieno dell’esplosione della Trap, conserva legami evidenti con una scuola più classica. Gio Fog, Liffe, Barra1, J. Levis e Damn Daniel sono nomi coi quali abbiamo via via familiarizzato; Peter Wit, giovanissimo mc nato a Segrate, è parte di questa famiglia: fuori da qualche giorno con “Giovani d’oggi”, l’abbiamo conosciuto un po’ meglio grazie all’intervista che state per leggere…
Bra: il tuo nome comincia a circolare qualche anno fa, compiendo presto un salto in avanti grazie all’ingresso in Payback Records, che pubblica “SP14”, due EP e ora “Giovani d’oggi”. Essendo poco più che ventenne (sei del 2004), la prima domanda viene un po’ da sé: a che età hai cominciato col Rap e quali sono stati i passaggi più importanti di quest’inizio di percorso?
Peter Wit: allora, a scrivere le prime cose – diciamo per gioco – ho cominciato davvero prestissimo, intorno ai dodici anni. Inizio ad approcciare più seriamente il Rap, andando in studio e pensando anche di pubblicare qualcosa, quando ne avevo più o meno quattordici, mentre ne avevo quindici quando è uscito il mio primo mixtape, che per fortuna ora non si trova più da nessuna parte (ride, ndBra). In generale, i tre momenti chiave del mio percorso penso siano l’incontro con Nez, grazie al quale ho realizzato il mio primo disco fatto con un minimo di cognizione di causa, quando sono entrato in Payback e ho subito fatto uscire un po’ di roba con loro e sicuramente la pubblicazione di questo progetto nuovo, che per me ha un significato particolare.
B: provenendo da una generazione differente dalla tua, sono curioso di capire quale possa essere il background di un rapper che si è avvicinato a questa cosa intorno al 2015. Quali sono i dischi, gli ascolti, che consideri formativi per il tuo modo di intendere il Rap e, a ritroso, fino a dove ti sei spinto nell’esplorazione di un genere che ha più di mezzo secolo?
PW: all’inizio magari ascoltavo più Rap italiano, perciò dei dischi che ritengo fondamentali per il mio percorso posso citarti “60 Hz”, “Novecinquanta” e “Mi fist”…
B: …che è già curioso, perché sono usciti tutti prima che tu nascessi.
PW: è vero. Poi dopo le scuole medie comincio ad approfondire la conoscenza anche del Rap americano e ho ascoltato sempre più quello, ho cercato di approcciare questa cosa un po’ come se fossi uno studioso, cercando di vedere sempre cosa c’era prima. Se pensi a quello che girava in Italia quando andavo alle medie, nel 2016, non ti dico che non mi faccia pensare a dei bei ricordi, però a me piaceva essere quello che ascoltava roba che non avesse niente a che fare con tutto il resto, infatti passavo da “It Was Written” di Nas a un “Capital Punishment” di Bin Pun, che ho proprio divorato…
B: veniamo al presente. “Giovani d’oggi” nasce, come chiarito già nel comunicato stampa, da un periodo complicato, nel quale hai messo in discussione le tue stesse ambizioni artistiche. Cos’ha aperto questo momento di crisi e in che misura il nuovo disco ha contribuito a superarlo?
PW: prima di questo disco, un po’ di roba l’avevo già fatta; il problema è che mi sono reso conto si trattava di episodi che per me avevano avuto valore soprattutto nel momento in cui li realizzavo, volevo però dire delle cose diverse, non limitarmi a scrivere le prime rime che mi passavano per la testa. Ho capito che mi stavo concentrando troppo su qualcosa che forse mi portava più benefici in tasca, ma non mi motivava come prima. E in questa presa di coscienza ha giocato sicuramente un ruolo fondamentale Nicolas, che mi fa da manager ma anche da mentore, grazie al quale ho capito che per fare della musica che rimanga nel tempo occorre dire delle cose. E’ stato un momento quasi rocambolesco, di grande cambiamento, il cui risultato è appunto “Giovani d’oggi”, che ha delle intenzioni molto diverse rispetto al passato e se da un lato ha chiuso un capitolo, dall’altro ne ha aperto uno nuovo ancora da scrivere.
B: dicevamo che fin dal primo tratto di carriera hai stretto almeno un’alleanza fondamentale, quella col produttore classe ‘91 Neazy Nez, con cui collabori fin da “Simba is the future”. “Giovani d’oggi” è affidato per metà a lui e per metà ad Azukori, accostamento di due stili che si distinguono abbastanza facilmente – più moderno il primo, dritto e tradizionale il secondo; come mai questa scelta, che sembra quasi assecondare due lati contrapposti della tua scrittura, e cosa cercavi in questo caso a livello di sound complessivo?
PW: tra l’altro è curiosa ‘sta cosa che notavi perché, se ci pensi, Nez e Azukori si passano tredici anni e hanno due approcci diversi anche rispetto alle loro generazioni…
B: …è vero, in un certo senso è come se l’uno sia solito guardare all’epoca da cui proviene l’altro, invertendosi.
PW: esatto. Dal canto mio, non è che cercassi un dato suono in maniera specifica, più che altro volevo riuscire a fare quello che avevo bisogno di fare e se con Nez ho sempre lavorato benissimo, abbiamo una sinergia pazzesca, con Azukori ho trovato quella stessa facilità di andare d’accordo. Con Nez il modus è: mi dà una cartella con una valanga di beat e con calma me li seleziono; abbiamo fatto lo stesso con Azukori e in effetti ho avuto la conferma che loro due fossero gli unici che potevano darmi gli spunti per scrivere un disco così, perché tutto quello che ho abbozzato e poi definito meglio l’ho provato fin da principio sui loro beat. A conti fatti è stata la cosa più giusta, più azzeccata.
B: quindi hai scritto sui beat che poi hai utilizzato?
PW: io scrivo sempre sui beat definitivi, sono molto fissato su questa cosa perché i miei pezzi nascono da lì. Per “Giovani d’oggi” ho trovato prima l’idea, il concetto da esprimere, e poi ho scritto, quindi mi servivano di volta in volta le singole strumentali da utilizzare. Ci sono stati solo due cambi ma per questioni di sample, altrimenti avrei potuto lasciare tutto com’era.
B: la titletrack condensa subito i temi principali del disco, facendo riferimento a un lavoro che non appaga, a un senso d’insoddisfazione personale e a uno stile di vita, anzitutto quello dei tuoi coetanei, nel quale sembri non riconoscerti. E’ una visione cupa, che condividi con l’ascoltatore più come monito, per suggerire un’inversione di rotta, o come una critica, per rivendicare un punto di vista differente e affermare i tuoi valori e il tuo carattere?
PW: bellissima domanda e interpretazione già corretta di entrambe le cose, nel senso che volevo fare sia l’una che l’altra. Sicuramente c’è l’intenzione di raccontare qualcosa di mio, ma nel farlo mi piace pensare che l’ascoltatore ne ricavi uno spunto di riflessione. Parlo di un ragazzo di vent’anni che ha una vita abbastanza normale e non sempre è contento di ciò che fa, in tanti potrebbero rispecchiarsi in questa descrizione e riflettere quindi sul proprio stato d’insoddisfazione.
B: nel suo piccolo, pensi si tratti di un disco generazionale?
PW: penso che “Giovani d’oggi” possa ascoltarlo chiunque a prescindere dall’età, ma per un mio coetaneo sarà più facile ritrovarsi in quello che dico, nelle storie di chi più o meno è nella stessa situazione. Poi ovviamente c’è sempre una cifra stilistica, un valore più qualitativo, apprezzabile da tutti gli appassionati di Rap.

B: non a caso, nel tuo racconto citi esplicitamente – sempre in chiave negativa – anche i social. Che rapporto hai con questo strumento e quanto, da artista, pensi di doverne fare comunque un certo uso per essere presente, visibile?
PW: come artista, faccio quello che devo fare ma sono molto aiutato da lui (indica Egreen, ndB), nel senso che mi gestisce spesso le pubblicazioni se sto lavorando o perché sono abbastanza impacciato e non riesco a star dietro come dovrei a questa cosa. Se ne parlo in chiave negativa non è invece perché io sia estrano, immune alla realtà dei social, critico il modo in cui ci uniformano, ci rendono tutti uguali e figli della stessa visione. Quindi sono parole che rivolgo anche a me stesso, non voglio sembrare quello che dice agli altri come e cosa fare da un piedistallo, ecco. In primis, si tratta sempre di autocritica.
B: in “Tutta la vita” ti rivolgi ai tuoi affetti, la famiglia; rispetto alla tua sfera artistica, alla passione per il Rap che da una stanzetta di casa hai portato fino a vari palchi, che consigli, supporto e magari anche dubbi hai trovato nelle persone che ti hanno cresciuto e ti stanno accanto?
PW: guarda, io so di avere una grande fortuna perché ho tutta la famiglia al mio fianco, ho una mamma, un papà, un fratello e una sorella che non mi hanno mai ostacolato nel mio percorso, anzi mi hanno spronato e dato sostegno. “Tutta la vita” è un brano un po’ diverso dagli altri perché l’ho scritto in un momento in cui ero tanto provato, nel giro di un mese erano morti entrambi i nonni che ho avuto la possibilità di conoscere e ho scritto tutto qualche settimana dopo per esorcizzare questa perdita e fissare cose. Anni fa un pezzo di questo tipo non l’avrei fatto e sentirmi dire che questa poteva essere la strada giusta per dire qualcosa di me, mi ha davvero motivato. Quel pezzo è amore puro.
B: con l’eccezione di Dj MS ai piatti, il disco manca di featuring. La scelta riguarda più il motivo che ti ha spinto a realizzarlo, ovvero il bisogno di raccontare una fase di riflessione personale, o i brani sono semplicemente nati così, già completi?
PW: non posso entrare nel dettaglio, ma abbiamo deciso di tenerci qualche cartuccia per il futuro. Il disco era chiuso, abbiamo scartato pochissimo e ci siamo detti save the best for last…
B: in contemporanea lavoravi anche ad altro, come i vari brani usciti poco prima?
PW: no. I singoli che sono usciti prima facevano riferimento a un progetto differente, iniziato e finito in un altro periodo e poi dilazionato nel tempo. Diciamo che ero coperto per qualche mese, poi c’ho messo una settimana bella intensa a scrivere quello che mancava, ma ci sono voluti sei mesi per riprendere a farlo, elaborando i pensieri che intanto si erano accumulati.
B: per realizzare “Giovani d’oggi” hai dovuto rinunciare a un tratto del tuo Rap, l’ego-trip. Si è trattata di un’esigenza transitoria o, dopo averne fatto discreto ricorso, pensi di aver perso interesse per la dimensione più autocelebrativa dell’Hip-Hop?
PW: non ho perso interesse per l’ego-trip, pensavo non fosse né il momento né il disco giusto per farlo. Sono sicuro che “Giovani d’oggi” abbia aperto degli spunti per i prossimi progetti, ma ovviamente non rinnego quello che ho fatto in passato, perché quella è una dimensione che c’è, esiste, mi appartiene e sarei sciocco a prevedere che non mi riguarderà più in futuro. Non volevo parlare di quanto sono bravo a rappare, di quanto ho il cazzo grosso o di quanti panetti ho venduto, sono cose che ho già detto e non mi andava di ripetermi. Un disco di quel tipo non mi avrebbe sbloccato.
B: a un certo punto, come dicevamo, entri nell’orbita di Egreen e quindi anche di Payback; com’è cambiata la tua visione artistica a partire da quest’esperienza?
PW: per me è stato come quando un fighter va a fare un camp in una parte sperduta del mondo e trascorre l’esperienza della vita. Quando hai a che fare con persone che ne sanno molto più di te, qualunque sia il tuo lavoro, è il momento in cui devi stare zitto e imparare. Poi con Nicolas è nato un rapporto fraterno e in svariate occasioni l’aiuto c’è stato anche da un punto di vista umano. Posso dire con orgoglio di aver cominciato a lavorare con lui agli albori di Payback, addirittura prima della sua ufficializzazione, e il mio modo di approcciare questa strada ne ha risentito infinitamente, mi ha consentito di iniziare a fare sul serio.
B: due anni fa sei stato ospite del tour organizzato per il decennale de “Il cuore e la fame”, mentre è di oggi la notizia che a gennaio farai da opening ai live con cui Kaos e Dj Craim porteranno in giro “Scheletri”; come vivi il palco, l’esibizione dal vivo, e quanto tempo riesci a dedicare alla preparazione delle tue performance?
PW: il palco è il mio momento preferito, è la cosa che più mi piace del far musica! Prima di conoscere Nicolas non l’avevo mai visto dal vivo ma avevo recuperato qualsiasi suo video live su YouTube, perciò posso dire di aver fatto il mio personalissimo camp con uno dei performer più incredibili dell’Hip-Hop italiano. Cerco di impegnarmi, di dare il massimo e di crescere, non do mai per scontata la preparazione di un live e quando ho una serata trascorro due settimane provando in ogni occasione possibile, anche in macchina quando vado al lavoro. La sensazione di ansia che c’è prima, che cresce fino al giorno del concerto, è difficile da spiegare ed è la cosa più bella che esista se fai il Rap. Anche oggi che posso dire di avere più dimestichezza col palco, l’emozione è sempre tanta. Aprire per Kaos, poi, è un onore assoluto, un allineamento di pianeti stupendo, forse me ne renderò conto solo nei giorni successivi, quando vedrò tutti i video.
B: prima di salutarci, hai spazio libero per dirci tutto quello che eventualmente ti va.
PW: chiacchierata molto bella, l’ho apprezzata tanto. Colgo solo l’occasione per dire che il prossimo 21 dicembre presenteremo “Giovani d’oggi” a Milano al NAMA (Nuovo Anfiteatro Martesana, ndB) e faremo capire a chiunque verrà a vederci quanto crediamo in questa roba e quanto impegno ci mettiamo. L’obiettivo più vicino è questo, portare a casa la data nel miglior modo possibile.
Bra
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