Intervista a Il Turco (18/05/2019)

L’appuntamento con Il Turco è al Roma Vinyl Village, mercatino del vinile che si tiene stagionalmente alla Città dell’Altra Economia a Testaccio. E’ l’ambiente ideale per parlare di passioni e di vite legate al mondo della musica, perciò ci accomodiamo all’esterno, alle spalle del palco dove ogni ora si alterna un diverso dj set, e cominciamo a ricostruire tutte le tappe che hanno portato il rapper così “Lontano”…

Bra: la tua carriera artistica comincia nella seconda metà degli anni ‘90, quando esordisci con la formazione a quattro dei Flaminio Maphia. Raccontaci com’era fare Rap a Roma in quel periodo e quali ambizioni poteva avere un ragazzo come te, di neppure vent’anni, entrando in un mondo visto ancora con una certa diffidenza negli ambienti musicali.
Il Turco: era anzitutto molto difficile immaginare che il risultato fosse ciò che abbiamo oggi, anche se poi ragionando e analizzando bene certe dinamiche è facile capirne tutti i perché. Di sicuro quando io ero ragazzino non si pensava che il Rap potesse prendere piede in un’Italia che sappiamo bene com’è fatta, conosciamo la cultura cui è ancora attaccata e non a caso l’Hip-Hop è stato appunto considerato per molto tempo solo uno scimmiottamento, una moda. Detto questo, credo che farlo ai tempi era totalmente differente dal farlo ora, la spinta era un’altra. Oggi l’obiettivo è il successo e subito, perché è diventato un concetto molto chiaro; è un po’ come nel calcio: i bambini si avvicinano a questa cosa e già si domandano quanto guadagna un calciatore professionista, perciò sei spinto da quest’idea. Invece quando noi abbiamo cominciato eravamo spinti dalla voglia d’esprimese, dato che non sapevamo proprio che cazzo fare della nostra vita, e dalla voglia di spaccare, punto. Più capivamo come funzionava e più la voglia era quella di essere rispettati, competitivi davanti a quelli che all’epoca per noi erano i personaggi di riferimento. Ora che tu sia piccolo o grande l’obiettivo è uno: fare i soldi. La nostra era un’ambizione genuina, di rottura.

B: complessivamente, hai attraversato quasi venticinque anni di Hip-Hop italiano, l’hai visto agonizzare e poi rinascere, hai pubblicato cinque dischi solisti e fatto parte di crew come il Rome Zoo e Gente de Borgata; a questa cosa hai dedicato un pezzo molto importante della tua vita, lei cosa ti ha restituito?
T: tutto! Tutto, nel senso che sui traguardi ottenuti si può pure discutere, a seconda del punto di vista puoi ritenerli dei fallimenti o delle grandi vittorie, ma il fatto che io possa fare musica a una certa età (Il Turco è un classe ’77 – ndBra) e abbia una mia nicchia – che non è la stessa nicchia di quando ho cominciato – per me è una cosa enorme. L’Hip-Hop mi ridà continuamente tanta energia, tanta forza; io ancora lo faccio per quella necessità di esprimermi che, come ti dicevo, sentivo quando ho cominciato. C’è l’arma a doppio taglio: quando non riesco, quando non è il momento, quando non brucia la scintilla dell’ispirazione, soffro; però mi sento fortunato, perché quando riesco a far uscire la mia musica ricevo tanto a livello emotivo. Quella è la mia più grande vittoria, a maggior ragione perché sono partito da un’epoca in cui era difficile ottenere determinate soddisfazioni, raggiungere il livello giusto; e ci si teneva stretto il proprio posto… Poi la scuola romana è sempre stata impegnativa, non regalava niente; io sono cresciuto andando a vedere i breaker alla galleria Regina Margherita, c’era Crash Kid che ballava e se avevi un atteggiamento troppo giocoso, poco serio, venivi subito messo fuori. Potevi stare lì, sì, ma con rispetto, dovevi studiare, capire e fare il tuo percorso.

B: nella tua musica, così come in quella dei gruppi di cui sei stato parte, rivendichi spesso il fatto di essere una persona vera, che vive una quotidianità comune e da questa prende spunto per le proprie rime. E’ un approccio antispettacolare, che scansa il cliché del rapper affamato di soldi e successo; quanto è difficile costruire un percorso sopra queste premesse e mantenerlo intatto negli anni a seguire?
T: per quanto mi riguarda, è capitato tutto molto naturalmente e non ho mai neppure pensato di costruirmi a tavolino una carriera artistica. Ho cominciato a farlo quando non sapevo quello che stavo facendo, mi è piaciuto, ho proseguito e mi sono ritrovato nelle condizioni di continuare a farlo, tanto più che andando avanti ne sentivo un bisogno sempre maggiore. Però sono i casi che hanno accompagnato il mio percorso, non posso dire di aver scelto tutto se non un atteggiamento di cui sono convinto ancora oggi e che nel tempo ho definito bene. E’ quello che succede anche nel mio essere artista: io produco in maniera molto naturale, in questo momento ho la fortuna di avere al fianco Ludovico di TAK Production e quando ho la scintilla che brucia, del materiale, lui mi mette nelle condizioni di poterci lavorare sopra. E infatti il mio percorso non è stato costruito solo da me, è frutto anche del tempo, dell’epoca che mi ha formato e delle persone che ho avuto attorno. Poi è chiaro che se non avessi alcun tipo di riscontro dovrei prendere altre decisioni, ma questa cosa fa comunque parte di me e ti dirò che lo faccio anche per rispetto del Rap stesso, perché la tendenza a ridurre il genere a una questione generazionale non mi piace per niente. Fermo restando che se hai vent’anni lo fai in un modo e se ne hai cinquanta in un altro.

B: va da sé che in un periodo così lungo alle soddisfazioni possono anche alternarsi dei periodi di crisi, di blocco. Ti sei mai trovato di fronte al fatidico bivio smetto/continuo?
T: forse solo una volta, dopo “Direzione non so dove”. C’è stato quel buco di cui parlavi prima in cui l’Hip-Hop sembrava stesse sparendo, periodo che corrispondeva a un momento molto complicato della mia vita, e il dubbio magari l’ho avuto; ma ho incontrato Mr. Phil, che era già mio amico, e ho ritrovato subito certi stimoli con “Musica seria”, che per me è stata una piccola rinascita.

B: nella tua discografia la fase solista e quella in gruppo non si sovrappongono mai, nel senso che c’è un prima, da “Tutta sostanza” a “Musica seria” (passando tra l’altro da Sparo Manero a Il Turco), c’è un poi che dedichi per intero al progetto Gente de Borgata, c’è un ora con “Rap’Autore” e “Lontano”. Fare musica da solo o assieme ad altri rapper per te risponde a esigenze personali differenti?
T: sicuramente sì. Ormai ho capito che di base sono un lupo solitario, faccio molta fatica a condividere determinate cose e in particolare l’arte, che ritengo una cosa personale, quasi intima. E’ bello stare assieme, ma appena nasce un problema non sono bravissimo a gestirlo; ho avuto bisogno di tempo per rendermene conto e infatti in passato ho cercato spesso la dimensione gruppo, ogni esperienza mi ha aiutato però a capire che sto davvero bene quando sono solo. Quindi vado avanti così ma non escludo niente, intendiamoci; non c’è nulla di costruito in quello che faccio e se in “Lontano” non ci sono featuring è perché il disco l’ho fatto senza confrontarmi con nessuno, quando per me era pronto ho pensato che non ci fosse bisogno di aggiungere niente. Poi magari per il prossimo faccio un sacco di serate, incontro amici con cui mi viene di nuovo voglia di fare Rap e metto assieme tante collaborazioni; non lo stabilisco prima, ecco.

B: veniamo appunto al tuo ultimo album, pubblicato da un paio di settimane. Il primo estratto, “Disco d’oro”, risale a quasi un anno e mezzo fa: s’intuisce una lavorazione abbastanza calma, lenta, che si riflette nei toni insolitamente introspettivi dei dieci brani proposti. Come si è svolta la realizzazione di “Lontano”?
T: non per ripetermi, ma il concetto della naturalità è strettamente legato al mio modo di lavorare. Questo disco nasce senza voler essere un disco: finito il ciclo di “Rap’Autore”, i live e via dicendo, avevo pensato di fare le cose in un modo nuovo, concentrandomi più che altro sui singoli perché richiedono poca lavorazione e perché io accuso molto l’attesa, tutta quella fase successiva alla registrazione che proprio mi distrugge. Quando è uscito “Disco d’oro”, nella mia vita stavano accadendo diversi cambiamenti e, pur se scrivevo varie cose che mettevo nella mia cartella testi, non avevo organizzato il lavoro come un progetto preciso; pubblichiamo “Ultima spiaggia”, poi “Grande” e un mese dopo mi rendo finalmente conto che avevo parecchio materiale nel computer, l’avevo scritto e basta, senza neppure i beat. Avevo però le classiche cartelle che mi erano state proposte da gente che aveva piacere di collaborare con me, le avevo ascoltate ed erano ferme lì. In una giornata fortunata riprendo tutto e i puntini cominciano a unirsi da soli, sento Ludovico, gli dico che ho altri sette pezzi e assieme ai tre già fuori “Lontano” è venuto da sé. Siamo andati in studio tre volte e abbiamo fatto ogni cosa, quindi a prescindere dal tempo trascorso è venuto tutto molto di getto. Anzi direi che è in assoluto il mio disco più spontaneo.

B: prima dicevi che non ci sono featuring. In realtà fa eccezione Egreen, confermato da “Rap’Autore”; da cosa nasce quest’intesa?
T: dal fatto che mi sento molto vicino a lui per via dell’attitudine così coerente, che è difficile smuovere e ritrovi in quei pezzi da sessanta barre senza ritornello che a me fomentano un sacco. E’ quello che ti dicevo prima: oggi la gente vuole diventare famosa, vuole uscire su determinate piattaforme, quando ero piccolo il mio sogno era invece di andare in TV da Costanzo per mandarlo a fanculo in diretta! Capito? Era una cosa più Punk, più libera, e in Nicholas riconosco questa similitudine, pur nelle nostre diversità artistiche. Conoscendoci, prima professionalmente e poi all’interno della nostra amicizia, abbiamo avuto occasione di manifestare un reciproco rispetto e da cosa è nata cosa, anche perché come al solito il caso c’ha messo del suo: Egreen aveva sentito il beat di “Ultima spiaggia”, gli piaceva, sapeva che era destinato a me e aveva proposto di farci sopra qualcosa per “Entropia 3”, il pezzo però era già pensato per il singolo e allora abbiamo deciso di chiuderlo comunque assieme.

B: a parte Mr. Phil, immancabile, hai sensibilmente rinnovato la lista dei produttori, che comprende Dj Fastcut, Squarta, Vinz Turner, Steven One, Dj Ceffo e Orlando. Prima raccontavi di come, in sostanza, hai abbinato le strofe alle strumentali che hai ricevuto; in generale, sei solito dare indicazioni nella definizione del sound del tuo disco o assembli tutto in base a quello che ti viene proposto?
T: io credo molto nei ruoli, in tutte le cose. Quindi mi affido al beatmaker e a quello che sento. Ci sono persone delle quali apprezzo in partenza il lavoro, che hanno un gusto che mi piace, perciò quando devo raccogliere del materiale vado a cercare loro – com’è stato ad esempio in “Rap’Autore” per Big Joe. Solitamente lascio fare, scrivo e mi lascio un po’ andare in base alla gente che incontro. Nel caso di “Lontano”, per me è stata quasi una magia, non so dire se si sente ma riascoltando il disco mi colpisce come tutto sia andato al suo posto. A descriverlo sembra che ho preso delle strofe, le ho messe assieme, ho pescato delle basi a caso e questo è quanto; guarda, in un certo senso è andata così, ma con grande naturalezza, con armonia, si è incastrato tutto. E penso si tratti di uno dei miei migliori lavori.

B: un riferimento cui non rinunci mai è quello ai fornelli, al tuo lavoro di cuoco. <<E ancora mi emoziono quando sento l’odore del soffritto>> è una barra bellissima di “Che te devo dì!?” e rende molto bene l’idea: riesci a mettere un po’ di Hip-Hop nella tua cucina?
T: se ho un sogno nel cassetto è proprio quello di far conciliare le due cose, perché più passa il tempo e più per me è chiaro che nella mia vita la cucina ha la stessa componente di insegnamento e salvezza che ha avuto il Rap, sono due aspetti importantissimi e non posso prescindere dall’una né dall’altro. Mi sento completo così. In questo momento un po’ ci sto riuscendo, perché sto lavorando in un’associazione culturale che si chiama Fusolab, in una struttura molto particolare, urbana, dove cerchiamo di offrire qualcosa di nuovo in un quartiere, l’Alessandrino, dove non succede mai un cazzo. Quindi un certo tipo di cucina che non è necessariamente l’osteria romana, ma anche quello, gusti particolari, qualcosa di bello per noi e per la gente che viene. Metto anche dell’Hip-Hop, perché tutti sanno chi sono e cerco di vivere quest’aspetto della mia vita anche lì dentro, faccio suonare amici, dj… Riesco a tenere assieme le due cose nello stesso momento.

B: ieri è uscito il video di “Freddy Kruger”, oggi incontri il tuo pubblico nella cornice del Roma Vinyl Village; sei nel pieno della promozione di “Lontano”: che feedback stai avendo sul disco e quando lo porterai live sul palco?
T: partiamo dai feedback, dalla gente che lo sta ascoltando. Mi dicono belle parole e sono contento, anche perché – come dicevo – vivo tutta l’attesa con grande stress, paranoie e cose così. Molti mi hanno detto del disco cose che pensavo io stesso e perciò i conti tornano. Live: ovviamente stiamo cercando di organizzare la serata zero, quella romana, ma è un periodo abbastanza complicato perché ci sono realtà mastodontiche che non credo mi calzerebbero bene e altre troppo piccole per le quali vale lo stesso discorso. Stiamo valutando quale sia il posto migliore e speriamo di essere pronti tra un mesetto, diciamo fine giugno. L’intenzione è quella di suonare e suonare molto, perciò stiamo raccogliendo le varie proposte. Considera però che non sono mai stato uno con un grosso booking o comunque con persone che gestissero questa cosa, mi hanno sempre chiamato e se non farò venti serate ne farò dieci. Va bene così.

B: hai parlato più volte di stress e guarda caso avevo appuntato una barra di “Kitchen confidential” che dice <<si vede lo stress, non nego l’evidenza/e a volte ‘sto Rap lo faccio con l’inerzia>>. Fare Rap con costanza, contestualmente agli impegni e alle complicazioni di tutti i giorni, significa proprio questo?
T: dal titolo, può sembrare che “Kitchen confidential” sia il classico pezzo che parla di cucina, con le metafore tipo <<taglio il flow col coltello>> e cose del genere. In realtà, col mio linguaggio, volevo appunto esprimere cosa significhi essere un rapper e un cuoco al tempo stesso, infatti ribadisco di non essere né un rapper che fa il cuoco per vivere, né un cuoco che vorrebbe fare il rapper. Sono sia l’uno che l’altro.

B: come altri artisti capitolini, ti è capitato di dedicare diverse rime alla tua città, raccontandone spesso episodi e scenari comuni. Ora che l’Hip-Hop rischia di essere vissuto più come un fatto personale, allo schermo del PC o sui social, credi che i rapper più giovani siano in grado di fare altrettanto?
T: domandona… Si possono avere tante opinioni, ma oggi come ieri secondo me c’è tanta gente brava, che scrive e produce con talento; è chiaro che c’è anche un modo diverso di vivere la propria città, come abitudini e come ambienti. Perciò non sono in grado di dire se ci sia qualcuno capace di descrivere bene quelle scene e non so neppure se io l’ho fatto così bene. So che l’ho fatto secondo il mio modo di vedere le cose.

B: prima di salutarci, c’è qualcosa che vuoi aggiungere?
T: sì. Voglio aggiungere che è un bel periodo e sono contento di quello che faccio, di come la gente mi percepisce e del fatto che se c’è qualcuno che ascolta la mia musica, allora può star sicuro che continuerà ad ascoltarla finché vivo.

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