Triflusso (Caleb, Jhona e Zoro) – Trinity

E’ oramai opinione condivisa (da parte di addetti ai lavori, riviste e siti di punta) che il Rap abbia subito un inevitabile salto evolutivo: non più disciplina correlata in via imprescindibile all’Hip-Hop, bensì linguaggio a sé, ben inserito in un contesto musicale onnicomprensivo e ibrido per definizione – il cosiddetto genere Urban. Risultato? Artisti molto diversi tra loro come Sfera Ebbasta, Coez (nella fase post Brokenspeakers), Achille Lauro e Ketama 126, pescando quasi a caso dei nomi noti ai più, vengono ritenuti dei rapper per pura osmosi, indipendentemente dal fatto che utilizzino modalità di scrittura solo in parte riconducibili a un mezzo espressivo che dovrebbe combinare un gran numero di figure retoriche, schemi metrici più o meno complessi, un vocabolario fitto e la necessaria fantasia nell’allocazione di sillabe, pause e cambi di ritmo. Per dirla in una parola: tecnica. Parametro che – forse siamo maliziosi – sembra essere svanito dalle valutazioni di chi commenta questo tipo di pubblicazioni e invece rappresenta il perno centrale di “Trinity”, ritorno per i Triflusso a quattro anni abbondanti dal loro omonimo e apprezzato esordio.

Caleb, Jhona e Zoro, nucleo interno al collettivo bolognese OTM, ribadiscono la formula di quest’ultimo con un approccio che premia anzitutto la qualità degli incastri, di alto profilo nella totalità dei trentasette minuti di durata. Poco più che ventenni, i tre mc’s mettono in campo abilità decisamente sopra la media, coinvolgendo l’ascoltatore in un percorso che richiede capacità minime di orientamento (<<non ti senti pronto? Forse è un po’ troppo presto/dopo ci prendi contro, fermo restando che/non ti rendi conto, smonto e rimonto il verso/è un processo controverso bro’, non riesco a fermarlo>> – Jhona in “Hekatombe”) e schiva la definizione di un intreccio tematico troppo rigido, preferendogli un’astrattezza che non va interpretata come mero vuoto contenutistico. Al contrario, i virtuosismi di “Trinity”, frutto di un articolato gioco di rimandi, citazioni e finezze lessicali (<<‘sto mondo è messo male, che è ‘sto schifo?/Mostro quel che so fare, resto vivo/spezzo il pane, verso il vino/il sistema ti vuole cinico, flow è ciclico, si completa/profeta, si spiega il mio nome biblico/purifico ‘ste repliche e i gusti che li attirarono/moltiplico le metriche e i flussi, grida al miracolo>> – ancora Jhona nella titletrack), attivano un necessario processo di decodifica che conduce a una miriade di possibili spunti; come per un artwork che ricorre a Gustave Doré e, magari senza volerlo, al contempo indirizza a “Descendants Of Cain” di KA.

Posto che la chiave di lettura sia questa, la concatenazione di rime è sì tale da frastornare, tuttavia le immagini evocate sono di oggettiva potenza. Che si faccia riferimento alla sfera relazionale (Caleb in “Eden”: <<versi amari come lacrime che verso/verso amari sopra a taniche d’incenso/…/guardami crollare a pezzi, contare i prezzi/collari intessi, volare in backflip back/resta calma, la tua assenza sai mi scava, rido/coscienza sporca come i piatti dentro il lavandino/…/non sei più mia, rompo il culo al primo che ti guarda e sì/farà schifo, sento ancora adesso quando vieni>>) o si mettano assieme scienze naturali, astrologia e megatoni di barre (Zoro nel primo estratto video “Quasar”: <<a me i flussi basta pensarli/questa galassia collassa in burrasca e tempesta/petardi su Alpha Centauri/…/mi reco in luoghi leggendari, Pi greco in logiche mentali/collego il micro ai moti celestiali/…/sono il vostro Cristo metrico, come già visto, levito/mefistofelico, vi disfo, aristotelico/…/il mio flow cinetico contrasta le leggi di Keplero/schiaccia sassi di magnesio, di prassi leggo gli astri/e sulla traccia stendo incastri e ottengo gli assi di Cartesio>>), l’impianto lirico trabocca di suggestioni che spingono molto in alto l’asticella dell’intrattenimento, svelando di volta in volta nuovi link sui quali fare click.

A questo proposito, l’arruolamento dei soli Mattak e Kmaiuscola tra i featuring in scaletta è una mossa impeccabile: stare al passo dei Triflusso non è semplice, ma “Obscurus” e l’esplicita “Pentarkhia” (<<la K caccia incastri, poi si allaccia a ZZ/e schiaccia in faccia i lanciarazzi/alla tua crew di mangiacazzi>>) non alterano il flusso ininterrotto di allitterazioni e versi elaborati che il trio cesella con uguale efficacia sui vari suoni selezionati. A dettare l’andatura di “Trinity” è infatti una cartella di strumentali che abbina moderno e tradizione nel migliore dei modi, fissando un equilibrio che non forza mai la mano in una direzione o nell’altra: se il timbro di Rico Manlio, Kintsugi e DeQuantiside è parecchio onirico, quello di TalcBeats (Armata del Tronto) ha un tratto più robusto (“Yurei” è un gioiellino macchiato di Jazz che non sfigurerebbe affatto in un’uscita underground U.S.A.), Nicolò Scalabrin, infine, trova una gustosa sintesi tra sample e casse non campionate.

Consapevoli di rivolgersi a una nicchia, Caleb, Jhona e Zoro firmano dunque un progetto che non mancherà di soddisfare quella fetta di appassionati che da un disco Hip-Hop si aspetta in primis dosi consistenti di Rap: qui ce n’è davvero tanto e di ottima fattura.

Tracklist

Triflusso (Caleb, Jhona e Zoro) – Trinity (No label 2020)

  1. Eden
  2. Quasar
  3. Trinity
  4. Obscurus [Feat. Mattak]
  5. Hekatombe
  6. Trifecta
  7. Planetarium
  8. Pentarkhia [Feat. Kmaiuscola]
  9. Yurei
  10. Olympus
  11. Penrose

Beatz

  • Rico Manlio: 1, 3
  • Kintsugi: 2
  • TalcBeats: 4, 9, 10
  • DeQuantiside: 5
  • Rico Manlio e Nicolò Scalabrin: 6
  • Nicolò Scalabrin: 7, 11
  • Kmaiuscola: 8
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