Stu Bangas & A.G. – Selfy
Alcuni nominativi della golden age del Rap evocano rispetto ancor prima di poggiare la puntina sul disco, in particolare se provenienti dalla cospicua fucina di talenti chiamata Bronx, dove la Cultura ebbe origine generando in seguito artisti e dischi incastonati nella pietra, capaci di reggere a qualsiasi confronto col trascorrere del tempo. Andre Barnes, meglio conosciuto come A.G., aka Andre The Giant, appartiene indiscutibilmente a quella cerchia, in virtù della personale appartenenza a una scuola il cui sviluppo deriva dall’innato senso di autenticità e dalla capacità di generare rime dal nulla dall’angolo di una strada, qualità fondamentale per garantirne l’accesso a una crew quale Diggin’ In the Crates, vero fiore all’occhiello della New York anni novanta nonché perfetta metà del duo Showbiz & A.G., poderoso nel suo rappresentare le migliori caratteristiche della ruvidità sia lirico che produttiva tipica di quei luoghi e di quell’epoca.
Il saltuario ritorno di Andre nella scena attuale, oltre che essere di per sé notizia sempre gradita, rispecchia uno dei problemi di continuità più evidenti che l’Hip-Hop sta vivendo: da qualsiasi punto si osservi la situazione contemporanea, alla fine tocca sempre ai vecchi giganti tenere accesa la torcia della purezza culturale, nel tentativo di rinforzare il concetto di qualità del prodotto e l’essenza della competitività lirica più esigente, oltre che scoccare qualche opportuna frecciata indirizzata a tutti i presuntuosi che si aggirano per le classifiche più trendy di Spotify. Gigante, Andre, lo è sempre stato, grazie alla particolare scioltezza nel tessere barre ricche di riferimenti interni e wordplay di livello superiore, magari non avrà goduto di una carriera particolarmente ricca di soddisfazioni – specialmente nei lavori solisti, spesso sotto le attese – ma di certo non è caduto nella trappola della nostalgia fine a se stessa o si è convinto a seguire mode per continuare a sentirsi rilevante. Semplicemente, percorre la stessa strada che l’ha portato fin qui, col Bronx sempre scolpito nel cuore – da qualche anno ha spostato la residenza in Giappone – e onorando la Cultura tramite la manifestazione dell’arte medesima.
Lo ritroviamo oggi impegnato in una sfida del tutto particolare, già sovente accettata da veterani degni di simile status, ponendosi a confronto con la potenza sonora di Stu Bangas, che nel certificato di nascita riporta Boston e di questa trasporta tutta la robustezza sonora che la contraddistingue, creando un contrasto immediato. L’eleganza metrica e timbrica di Andre si scontra con beat ideali per combattere sul ring, dotati di una possente nervatura nelle sezioni ritmiche, approcci brutali, sequenze di sample oscuri, preferibilmente prelevati da pianoforti horror di chiaro stampo anni ottanta, e un’inconfondibile architettura hardcore, sguarnita di eccessive melodie o particolari guizzi nei cambi di direzione ritmici. Una delle critiche che abbiamo mosso in passato verso Stu è proprio quella sensazione di ristagnante ripetitività nel disegno complessivo del beat, quell’insistente somiglianza tra l’uno e l’altro che spesso fa capolino quand’è ora di tirare le somme, per quanto rimanga assolutamente comprensibile la scelta precisa che il producer ha effettuato a monte nell’attitudine da dimostrare.
I dieci pezzi che compongono i ventisette minuti di “Selfy” non incidono al punto da togliere completamente quest’idea dalla testa, dando luogo a un lavoro assolutamente positivo e godibile, ma che al contempo mostra pure alcuni limiti abbastanza evidenti. A.G. il Rap ce l’ha nel DNA, poco da fare, età o non età le sue rime fluiscono ancora con una naturalezza stordente, tantomeno si trova costretto – come altri colleghi – a inseguire forzatamente una freschezza che è riuscito con successo a conservare naturalmente in sé, assecondando intelligentemente la saltuaria monotonia dei ganci sferrati da Bangas, cui pare mancare solo una maggior versatilità nella costruzione generale da abbinare a una natura strumentale sulla cui consistenza basale nulla c’è da eccepire.
Tale concetto è sinteticamente e pertinentemente riassunto da “Creatures”, ovvero il cuore pulsante del disco, uno di quegli episodi che assaporano di banger vero e proprio: la tipologia espressiva del testo manifesta un’ipnosi perfettamente sincronizzata all’ossessivo loop di piano, molto particolare nell’estrazione per quel sentire proprio la pressione sui tasti; le strofe propongono continui collegamenti tra termini che evidenziano il savoir-faire da veterano, nonché la grande sicurezza nei propri mezzi, e seppure l’organizzazione del beat non sia particolarmente fantasiosa, la scelta del sample fa indubbiamente centro, proprio come accade per “She Like To Dress Up So I Modeled Her” (attenzione alle differenti grafie di diversi titoli tra Bandcamp e Spotify). In “Skywalker” Andre dimostra di saper transare opportunamente a livello figurativo, passando dalla prospettiva di inscalfibile b-boy alla metafora sessuale dal medesimo significato (<<truthfully, my square dare anyone to step inside/cross these lines, impossible to let it ride/on the surface, she composed, sexy with a set of thighs/lips started swelling, that’s telling me she wet inside>>), lasciando che il liricismo spicchi il volo verso l’alto, in particolare in un ritornello che dà l’idea di grandezza opportunamente coniugata all’ottima atmosfera onirica della strumentale.
Non per coincidenza, nei momenti in cui Stu Bangas esce dalla consueta quadratura si formano gli episodi che si ricordano più volentieri, proprio per l’intensità che ne deriva. “Suspense” è altro materiale da ascrivere tra i passaggi migliori, la stesura melodica cattura grazie al corretto posizionamento di archi, corde e trombe, dando luogo a un’autorevole prestazione verbale condita da certificazioni di superiorità e doppi sensi nei quali A.G. conferma la sua statura (<<I’m giving black entertainment, not owned by Viacom>>); altresì, la malinconia sussurrata dal giro di piano di “The Real Hip Hop Is Over Here” accompagna degnamente all’epilogo, vestito da omaggio ai padri della Cultura attraverso numerose citazioni immediatamente riconoscibili e proponendo addirittura una strofa eseguita dal producer in persona.
La controbilanciatura è invece formata da quei tratti in cui l’intuibilità per ciò che il sound andrà a proporre diviene troppo chiara, nonostante Andre esegua la sua parte con la costanza richiesta. “Borderline” torna al tipico mood spettrale, i riverberi di piano convincono poco, così come i contributi di D-Flow, ospite oramai fisso dei lavori di A.G., e di uno spento Diamond D; “All These Things All These People” pone in rilievo le capacità inventive del rapper nel mettere in fila barre collegate dai luoghi visitati in carriera e abbinati a persone, dando luogo a un testo da seguire con attenzione, senonché il ripetitivo giro di synth somiglia a troppi altri; “I’m Really Rapping” picchia con un breakbeat da fabbro, ma la polpa non è poi molta: l’intenzione di rendere minimali alcuni brani permettendo al Rap di risaltare è chiara, ma non sempre i risultati sono quelli desiderati.
Al netto di quanto appena elencato, “Selfy”, il cui titolo è raffigurato in copertina attraverso il simbolo di varie monete a confermare l’indole da giramondo di A.G., è un disco assolutamente godibile, al quale manca solo qualche giro di vite per meglio equilibrare l’intatta stoffa lirica di Andre Barnes, il quale svolge il grosso del lavoro di appeal, a strumentali che non sempre fanno saltare dalla sedia, al di là del fatto che qualche momento esaltante non sia affatto difficile da trovare.
Tracklist
Stu Bangas and A.G. – Selfy (Lastop Records 2026)
- Borderline [Feat. Diamond D and D-Flow]
- Get It Going
- Creatures [Feat. Sadat X]
- Replicant [Feat. Cory Gunz]
- Skywalker
- She Like To Dress Up So I Modeled Her
- Suspense [Feat. Prince Julius]
- All These Things All These People
- I’m Really Rapping
- The Real Hip Hop Is Over Here
Beatz
All tracks produced by Stu Bangas
Mistadave
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