Intervista a Skyzoo e Apollo Brown (04/09/2026)

Venerdì sera, l’estate è quasi finita, la settimana lavorativa pure e la sua chiusura non potrebbe essere migliore. Dopo cena, ho un duplice appuntamento in video con due dei più importanti rappresentanti dell’Hip-Hop contemporaneo, Skyzoo e Apollo Brown, prossimi a pubblicare il loro secondo album collaborativo, “Luxury Tax“. Non è la prima volta che parlo con Apollo, non appena il collegamento inizia ne faccio cenno – l’occasione era stata un’intervista congiunta che includeva anche Philmore Greene – e la risposta mi sorprende: certo, mi ricordo di te! Non è difficile capire i motivi dell’intesa tra i due artisti con cui sto parlando: dediti, colti, profondamente appassionati di ciò che fanno, creativi e seri. Sono amici, ridono, scherzano, possiedono la sicurezza dei veterani del gioco, ma al tempo stesso sono persone tranquille, molto a modo nel mettere a proprio agio l’interlocutore, in particolare quando captano che l’argomento è altrettanto conosciuto da chi li sta intervistando. Sembra di conoscersi da tempo, vista la naturalezza con cui la chiacchierata si svolge da subito. Ecco com’è andata…

Mistadave: allora ragazzi, la prima domanda di quest’intervista riguarda ovviamente il nuovo lavoro che state per pubblicare, “Luxury Tax”. Partiamo ricordando “The Easy Truth”, il vostro primo album insieme: sono passati dieci anni dalla sua uscita, cosa vi ha spinto a scrivere quest’altro capitolo e ad aspettare un arco temporale così lungo affinché accadesse?
Apollo Brown: come hai detto tu, dieci anni, amico… Un decennio è speciale. Ovviamente, io e Sky avremmo potuto fare tantissime cose in questo tempo, ogni tipo di progetto. Ognuno di noi è stato impegnato con i suoi progetti. Entrambi stiamo facendo le nostre cose, pubblicando dischi, album, lavorando con altri produttori e altri mc’s. C’è sembrato il momento giusto per ritrovarci. Il 25 settembre, quando uscirà l’album, saranno esattamente dieci anni dalla settimana in cui uscì “The Easy Truth”. Quindi è perfetto fare ora questa cosa e tornare insieme. Un altro capitolo, dicevi… “Luxury Tax” non è necessariamente una continuazione: è un lavoro complessivamente diverso. Tutti sanno cosa succede quando io e Sky lavoriamo assieme, è il matrimonio perfetto. Facciamo musica bellissima in duo. Era semplicemente il momento giusto.
Skyzoo: sì, al cento per cento. E, per aggiungere una cosa a quello che ha detto Apollo, abbiamo iniziato a parlarne già intorno al 2024. Eravamo in tour con Big Pooh, Blu, Exile e Fashawn, a un certo punto abbiamo detto: prima che ce ne accorgiamo, saranno passati dieci anni dal nostro primo album insieme. In quel momento erano solo otto anni e ci siamo detti quando arriverà quel momento, dovremo rifarlo. Prima di tutto perché ci eravamo divertiti tantissimo a realizzare quel disco, i nostri gusti musicali sono allineati, così simili. Vediamo le stesse cose, desideriamo gli stessi traguardi, nella musica e anche oltre. E poi c’era stato il successo del progetto, era stato un disco davvero importante. Allora ci siamo chiesti: perché non farne un altro per la gente? Perché non farne un altro anche per noi stessi? Per rivivere quella risposta del pubblico, quell’energia che nasce da quello scambio. Abbiamo iniziato a parlarne nel 2024, ma non abbiamo iniziato a fare musica fino a quest’anno. Era semplicemente qualcosa che avevamo in mente. Sapevamo che avremmo fatto altri progetti nei due anni successivi, ma nel 2026 ci saremmo dedicati all’anniversario. Ed eccoci qui. Quindi non è che abbiamo aspettato fino al decimo anno in silenzio. Quando ne abbiamo parlato, ci è sembrato semplicemente giusto farlo. Dieci anni… Dovevamo regalare all’album una giusta celebrazione temporale.
AB: esatto. E aveva perfettamente senso. Io e Sky ci sentiamo continuamente. Siamo amici, non ci lega solo la musica. Non ci vediamo solo quando c’è da fare un disco. Parliamo di tante altre cose. A volte ci sentiamo al telefono e la musica non salta nemmeno fuori. Poi eravamo in tour, quindi il discorso è arrivato naturalmente: stanno arrivando questi dieci anni. Dobbiamo dare qualcosa alla gente. E abbiamo ritagliato il tempo necessario per lavorare all’album.

M: all’epoca, “The Easy Truth” dipingeva un’immagine molto precisa dell’America, affrontavate tantissimi argomenti diversi. Pensate che in questi dieci anni la situazione di cui parlavano quei testi sia cambiata o sia rimasta identica?
S: oggi l’America sta molto peggio (risata generale, ndMistadave). Quei testi reggono ancora oggi e quasi sembrano dire ve l’avevamo detto. Come autore, raccontare quella realtà è il mio lavoro. Rifletterla. Fare in modo che tutto ciò emerga. Ed è quello che succede anche in “Luxury Tax”. E’ un disco diverso perché parte da una domanda: cos’è successo da allora? Tutte quelle emozioni, quei sentimenti e quegli argomenti di cui volevo scrivere…alcune cose sono cambiate, altre sono rimaste uguali. E’ una testimonianza di come funziona il mondo e, soprattutto, di come funziona questo Paese. E’ proprio questo il tema di “Luxury Tax”: le cose che desideri, sei disposto a pagare qualcosa di extra per ciò che comportano? Tutti abbiamo sogni. Abbiamo obiettivi, aspirazioni, cose che vogliamo per noi stessi, per la nostra famiglia, per la nostra tranquillità. Bene, puoi ottenerle. Puoi fare tutto quello che serve per comprarle, in senso figurato. Ma ci sarà sempre qualcosa in più da pagare. C’è una tassa. Come quando compri qualcosa: c’è sempre un obolo da versare e quel prezzo sale ancora un po’. La domanda è: sei disposto ad accettarlo? Sei disposto a pagarlo comunque?
M: hai collegato in qualche modo il titolo al concetto di luxury tax dell’NBA e del salary cap?
S: no (ride, ndM). Riguarda davvero tutti i sacrifici che facciamo per vivere la vita che vogliamo, per avere la carriera che desideriamo o la reputazione che vogliamo mantenere. Sono quei sacrifici extra. Quel costo aggiuntivo. Può essere denaro. Può essere attenzione. Può essere la reputazione. Sono semplicemente quei sacrifici in più.

M: una cosa che abbiamo sempre notato nei tuoi dischi è che scrivi un Rap molto complesso. Non sono testi lineari: sono intricati dal punto di vista delle metafore, delle sillabe, delle allitterazioni. Hai mantenuto lo stesso approccio anche per il tuo nuovo album?
S: assolutamente sì, perché è così che scrivo qualsiasi cosa. Posso scrivere una strofa veloce per un featuring o per un amico, qualunque cosa faccia, però, quando prendo la penna in mano quello è il mio stile. Ed è una scelta. Deriva dai rapper con cui sono cresciuto: Biggie, Jay-Z, Nas, GZA, Black Star, Jadakiss e tantissimi altri che mi hanno messo su questa strada. Ma deriva anche dalla mia formazione scolastica: ho studiato letteratura inglese al college, facevo corsi avanzati di inglese a scuola. Tutte queste cose si sono unite. E poi devi scegliere come vuoi giocare la partita. Quando cresci giocando a basket e vuoi davvero intraprendere quel percorso, ti chiedi che tipo di giocatore voglio essere? Voglio essere Magic Johnson? Voglio essere Kobe Bryant? Dipende dalle qualità con cui nasci e da ciò che ti attrae. Io ho scelto molto presto di essere quello dei doppi significati. Quello con i livelli di lettura. Quello che più ascolti e più scopri. Quello è il tipo di mc che ho deciso di essere.
M: quindi, mi pare di capire tu sia Kobe Bryant?
S: esatto (ride, ndM)!
M: nella mia esperienza di appassionato di Hip-Hop, ho ascoltato tantissimi dischi e ho sempre pensato che i tuoi testi fossero di altissimo livello.
S: grazie, davvero. Voglio essere uno dei migliori di sempre. Come dicevi tu, c’è tanta roba intricata, roba che richiede tantissimi ascolti. Ed è proprio questo il punto. E’ questo lo scopo. Perché penso che, se ascolti la musica di qualcuno e al primo ascolto hai già preso tutto quello che c’era da prendere, allora sei a posto. Cosa dovresti tornarci a fare? Invece, quando ascolti “Illmatic”, “Reasonable Doubt”, “Ready To Die”, “Liquid Swords” e tutti quei dischi, venti o trent’anni dopo continui ancora a scoprire cose nuove. E’ lì che ti rendi conto che sono veri classici. E’ per questo che celebriamo i trent’anni di “Reasonable Doubt”, i trent’anni di “Illmatic”, i venticinque o trent’anni di “Liquid Swordz” o di “Only Built 4 Cuban Linx…”. Gli album che arrivano e spariscono non li vedi festeggiare gli anniversari. Non succede perché non c’è niente da festeggiare, si esauriscono dopo la loro uscita. Essere durevole è quello che cerco di fare con la mia musica. Guarda noi: stiamo parlando di “The Easy Truth” dieci anni dopo. Quando abbiamo annunciato il nuovo disco, la cosa bella è stata vedere quella specie di scetticismo positivo. Gente che diceva non so se riuscirete a superare “The Easy Truth”. Quello è il complimento dei complimenti. Significa che abbiamo alzato l’asticella così tanto per noi stessi. Mi spinge a fare ancora meglio.
AB: assolutamente, senza dubbio. Però ogni disco è un’entità a sé. Io non paragono gli album che faccio oggi a quelli che ho fatto prima. Anche “Luxury Tax” non lo paragono a “The Easy Truth”, è un lavoro differente. Quello che dice Sky è vero, quella reazione l’abbiamo sentita tantissimo. La gente ci diceva: “The Easy Truth” è uno dei miei album preferiti di sempre, non so se riuscirete a batterlo. Se solo sapessero cos’abbiamo preparato di nuovo…ma succederà presto!

M: qual era il tuo pensiero mentre costruivi i beat per l’album?
AB: qualunque cosa faccia, non cambio molto – sono un produttore metodico. Ci saranno sempre quelli che diranno: i suoi beat sembrano tutti uguali. Lo so a prescindere. Lo dicono anche di Dj Premier. Lo dicono di 9th Wonder. Lo dicono di tanti produttori. Fa parte del gioco. Quando costruivo la musica per Sky, ovviamente pensavo ad alcune cose che gli piacciono. Conosco certi tempi e ritmi, certe atmosfere che gli piacciono. Ma non puoi entrare in uno studio pensando di dare a un mc quello che credi voglia sentirsi dare. Devi semplicemente essere te stesso. Devi fare la musica che pensi sia giusta per quell’album. Credo che il primo pezzo che ho fatto sia stato “No Discounts“, quello ha fissato il tono del disco. Volevo qualcosa di introspettivo e di sostanza, volevo che il suono ti portasse da qualche parte. Oggi tante canzoni sono soltanto parole e suoni, parole e piccoli effetti messi insieme. Io sono ossessionato dalla melodia. Ne ho bisogno. Perché è quella che ti prende la testa e la sposta. Che ti fa ricordare qualcosa o ti aiuta a dimenticare qualcosa. Lo so, è una frase fatta dire che la musica ti porta in posti diversi, ma è vero. Per me tutto parte da lì, dal creare musica che ti faccia provare qualcosa, che sia dura e allo stesso tempo nostalgica, che racconti qualcosa che hai vissuto anche tu. Per me tutto comincia dai beat. Devo dare al mio mc qualcosa che gli parli, così lui può rispondere con le rime.

M: Sky, da questo punto di vista tu sei uno scrittore capace di far immaginare all’ascoltatore la tua esperienza di vita, anche se chi ascolta non l’ha mai vissuta.
S: quello è l’obiettivo di uno scrittore. Vai al cinema. Guardi un film. Leggi un libro. Nove volte su dieci, racconta qualcosa che non hai mai vissuto. Pensa a Spike Lee. Pensa a Quentin Tarantino. Al cinema o in TV, però, riesci a visualizzarlo, a metterti dentro quella scena. Ed è quello che cerco di fare con la musica; che è più difficile, perché non hai niente da vedere, hai soltanto quello che senti. Quindi tutto dipende da quello che scrivo. Tu ascolti in cuffia e devi costruirti il film nella testa. Questa cosa l’ho imparata da Biggie, da Jay, da tutti gli artisti che mi hanno ispirato. Era come imparare a palleggiare, a tirare, a costruirti il tuo gioco. Io mi considero prima di tutto uno scrittore, prima ancora che un mc. Perché è la scrittura che rende possibile essere un mc, senza non sarei niente. E poi, quando hai davanti gli sfondi che mi dà Apollo, diventa tutto perfetto. Prima lui diceva che sono uno dei migliori, io lo dico di lui: è uno dei migliori in ciò che fa. Per me i beat devono avere lo stesso DNA. C’è una cosa che la gente deve capire, quando dicono tutta la roba di Apollo suona uguale: è giusto che abbia una somiglianza, c’è un solo chef in cucina, non puoi andare nello stesso ristorante e pretendere che ogni piatto sembri cucinato da persone completamente diverse. Pensa a Pharrell. A Dilla. A Dr. Dre. A Premier. Tutti i loro beat avevano un filo conduttore, riconoscevi subito chi fosse. Lo stesso vale per Apollo. I beat sono diversi, ma hanno lo stesso DNA. Sono come fratelli. Non sono identici, però hanno lo stesso naso (ride, ndM), hanno lo stesso padre. Ed è proprio così che dovrebbe essere.

M: quando hai ascoltato per la prima volta il nuovo pacchetto di beat di Apollo, cos’è stato a ispirarti?
S: trovo sempre ciò che devo scrivere direttamente nel beat, quindi scrivo al momento. Non ho un quaderno pieno di rime già pronte. So che alcuni lavorano così, va benissimo, io no. Non scrivo in aereo, sull’autobus, di notte o in camera. Scrivo solo qui, nel mio studio. Metto il beat, scrivo. Questa volta Apollo è venuto direttamente a casa mia. Per “The Easy Truth” mi aveva mandato i beat via mail, dopo averli selezionati ero andato a Detroit per registrare, questa volta invece è volato lui da me. E’ entrato nel mio studio, ha premuto play e mi ha fatto ascoltare quello che immaginava per l’album. Saranno stati, credo, una ventina di beat.
AB: ventidue, per la precisione.
S: sì, esatto, poi alla fine ne abbiamo scelti tredici o quattordici. La cosa bella è che mentre ascoltavo vedevo già il film. Sentivo un beat e dicevo: questo. Sono già sicuro di cosa ci scriverò qui, invece lì so chi voglio invitare, qui però voglio parlare di questo. Quando non avevo ancora il concetto, il beat me lo dava da sè. Poi faccio sempre una cosa, è una mia abitudine: per una settimana giro in macchina ascoltando soltanto le strumentali, ovunque vada, le lascio sedimentare. Piano piano capisco quali sono quelle giuste, finché non arriva il momento di entrare in studio e mettersi al lavoro.

M: immagino che nel nuovo album troveremo ancora molti commenti sul sociale nei tuoi testi.
S: sì, assolutamente. Ogni testo è pieno di tutto quello che sono sempre stato. Brooklyn, Bed-Stuy, il posto dove sono cresciuto. La paternità. La vita del quartiere. La gentrificazione. Gli effetti che ha avuto. I cambiamenti del mio quartiere e la differenza tra com’era e com’è oggi. I cambiamenti della mia gente: com’eravamo e come siamo diventati. Troverai discorsi sulle Pantere Nere. Troverai riferimenti a Nas. Troverai il lato più elegante di me. Troverai chi sono davvero, le persone con cui sono cresciuto. Perché sono fatto così. Tutto ciò fa parte della lista di cose che devo rappresentare. C’è tutto. E sono davvero emozionato all’idea che la gente ascolti questo disco. Vorrei che domani fosse già il 25 settembre. Non vedo l’ora che la gente prema play, si immerga nei testi, ascolti i beat, scopra i campioni, i chop… Ci sono così tanti momenti da analizzare in questo disco che non vedo l’ora vengano scoperti.

M: nei tuoi dischi fai sembrare Bed-Stuy quasi cinematografica…
S: sì, riesco a descriverla e farla sentire all’esterno. Grazie!
M: c’è un parallelo interessante con quello che dicevi prima sui film. Ascoltando i tuoi dischi, ho avuto la stessa sensazione che provai da ragazzo quando vidi “Do The Right Thing” per la prima volta.
S: Il fatto che paragoni ciò che faccio a “Do The Right Thing” è il complimento più grande che potessi ricevere. Non so da quanto conosci il mio percorso, ma quello è uno dei miei tre film preferiti di sempre. Spike Lee è il mio regista preferito di sempre, ha influenzato enormemente il mio modo di scrivere. Il modo in cui costruisce i suoi film. Il modo in cui scrive. Il modo in cui dirige. Tutto questo ha influenzato direttamente come io metta assieme i miei testi. Dico sempre che il mio quartiere era come “Do The Right Thing” mescolato a “Crooklyn”, quella combinazione per me era vita reale. Per questo continua a tornare fuori nella mia musica e per questo si sente sempre quella sensazione. Sapere che sto centrando proprio quell’obiettivo che, consciamente e inconsciamente, ho sempre cercato di raggiungere, è bellissimo. E’ come dire stasera volevo fare quaranta punti, poi li fai davvero. Per me è quella la sensazione. Ti ringrazio davvero.

M: durante il processo di registrazione, ci sono stati pezzi che avete inciso ma che poi non sono entrati nell’album?
AB: no, tutto quello che abbiamo fatto è finito nella versione finale, ogni singola traccia. Perché tutto quello che facciamo è intenzionale. Ogni cosa fatta, insieme o separatamente, è deliberata. Una volta finiti quei pezzi, quella era la scaletta, niente scarti. Perché dovrei mandargli un beat se non penso sia abbastanza buono? Ci siamo assicurati che ogni brano dell’album fosse all’altezza di quello accanto. E’ così che lavoriamo. Niente skip. Tutto il disco funziona dall’inizio alla fine.
S: dico sempre che esistono due modi di lavorare come mc. Il metodo 2Pac e il metodo Biggie: non ce n’è uno giusto o uno sbagliato. Il metodo 2Pac però è questo: registri cinque canzoni al giorno, alla fine ne hai cinquanta, poi scegli le migliori quindici. Perfetto. Il metodo Biggie era l’opposto: registrava solo ciò che sarebbe finito sul disco. Se ascolti “Ready To Die” e “Life After Death”, quelle sono le canzoni. E’ per questo che non esiste tantissima musica rimasta fuori dai suoi album. Quando sono usciti i progetti postumi, spesso erano strofe già sentite ma messe su beat nuovi o insieme ad altri rapper, il materiale era finito. Con Pac era diverso. C’erano cinque album già pronti. Hai sentito le storie: esce di prigione, boom, sei pezzi. Il giorno dopo otto. Quello dopo ancora altri cinque. C’era una quantità enorme di musica ed è bellissimo anche quello. Ma io sono decisamente scuola Biggie… Non esiste materiale in più. Non esiste un cassetto pieno di pezzi. Scrivo quello che serve per quel disco e per “Luxury Tax” ho scritto tredici pezzi. Fine. Faccio sempre questo paragone: quando uno scrittore pubblica un romanzo di venti capitoli, non è che ne aveva scritti venticinque e ne ha buttati cinque. La storia è quella: se togli quei capitoli, il racconto non funziona più. Per me un album funziona allo stesso modo.
M: altrimenti sarebbero solo riempitivi.
AB: esatto. Noi non produciamo filler. Ascolto fin troppi album che ne sono pieni, infatti poi non li ascolto mai una seconda volta. Quelli di certo non celebrano alcun anniversario.

M: parlando dell’Hip-Hop contemporaneo, nelle mie recensioni scrivo spesso che la torcia viene portata avanti sempre dagli stessi nomi. Secondo voi esiste una nuova generazione che consideri il lyricism qualcosa d’importante?
S: secondo me, sì. Penso sia il tipo di lyricism a essere cambiato, ma che esista ancora una generazione che gli dà valore. Basta guardare a tutto quello che è successo con Kendrick e Drake. Guarda come la gente ha analizzato ogni barra, indipendentemente da chi preferivi, è stato un momento enorme. Più mainstream di così, non si può. Avevi fan sfegatati che scomponevano ogni frase. Quindi sì, secondo me c’è stata una rinascita dell’importanza della scrittura. E’ importante tanto quanto lo era quando siamo cresciuti noi? Forse no. Ma una fascia di pubblico continua a volerla. Quella battle l’ha dimostrato. I due artisti più grandi del momento si sono affrontati senza parlare d’altro che di quello che sapevano scrivere. Come posso umiliarti con la penna? Questo è il fondamento del lyricism. Poi è chiaro: non è la forza dominante della radio. Non è quello che genera più contratti o più visualizzazioni su TikTok. Però quella corsia esiste ancora. E tanto mi basta.
AB: è là fuori, sicuramente. Non voglio passare per il vecchio che dice ai miei tempi…, però la musica con cui siamo cresciuti e quella che facciamo noi oggi, chiamala pure underground se vuoi, è un’eredità difficile da seguire. La cosa che sento dire più spesso dagli ascoltatori occasionali è questa: non voglio pensare. Non vogliono ascoltare un pezzo quattro volte per capirlo. Vogliono solo sentire delle vibrazioni. E’ la parola che sento più di tutte: vibe. E va bene. Io però continuo a fare quello che faccio. Sky continua a fare quello che fa. Gli ascoltatori scelgono il loro approccio, spero solo che chi ci ha sempre sostenuto continui a farlo.
S: l’unica cosa che mi dà fastidio è che i ragazzi più giovani che dicono di amare il lyricism abbiano abbassato tantissimo il livello. Sentono una barra banalissima e dicono: pazzesca. E io penso: davvero quella roba ti sembra incredibile? Sono severo nel giudizio, perché sono uno scrittore. Quando sento certe cose il mio metro è diverso. Alcuni artisti vengono celebrati per cose minuscole. E’ come fare i complimenti a qualcuno perché ha preparato un panino con burro d’arachidi e marmellata. E loro si presentano come super liricisti. Lo ripetono in continuazione e alla fine la gente finisce per crederci. E’ come quel tizio che gira dicendo di aver giocato nei 49ers (il caso Daejon Love, recentemente denunciato per aver finto di giocare a football per fregare soldi a potenziali investitori, ndM): lo ripeti abbastanza volte e molti ci credono. Poi ascolti e pensi: tutto qui? Se vuoi vedere davvero qualcuno palleggiare, te lo faccio vedere uno che palleggia davvero. Forse sono io il vecchio seduto sul portico, può essere. Ma il mio standard per il lyricism è alto.
M: vi confido che ho una figlia di diciassette anni e ascolta Trap, come tutti. Ogni tanto viene da me e mi dice: ascolta questo testo. E io le rispondo: carino…ma hai mai sentito KRS-One rappare? Ha più di sessant’anni e ancora oggi in pochi riescono a stargli dietro.
S: quando cresci con Nas, Elzhi, Phonte…poi ti accorgi che la massa nemmeno sa chi siano e cosa rappresentino. Non conoscono nemmeno il concetto di metafora. La cosa più semplice viene venduta come qualcosa di incredibile. Per me è come ordinare un’insalata da McDonald’s: sì, è un’insalata, ma puoi andare a mangiarne una vera altrove, qualcosa di davvero genuino e organico. Ecco la differenza.

M: tornando ai beat del nuovo album, quando ho ascoltato il primo singolo, “God Given“, in realtà mi è sembrato diverso dal suono abituale di Apollo. Forse per i bpm, forse per la costruzione; qual è stato il processo?
AB: aaahhh, quel break…quello è Brooklyn allo stato puro. E’ uno di quei break che tutti conoscono grazie a Biggie e sapevo che doveva stare su questo disco. Sì, il tempo dell’album è un po’ più veloce rispetto ad altri miei lavori. Ma per il resto è Apollo Brown al cento per cento. Come diceva Sky prima, è semplicemente la continuazione di ciò che siamo sempre stati. La gente viene da noi per qualcosa di preciso. E’ come andare in un ristorante perché ami quel piatto, se arrivi e il menu è cambiato completamente… Quante volte ci torni? La gente viene da Sky per un certo livello di scrittura, viene da me per un certo sound. Non voglio allontanare chi mi segue da quindici o vent’anni solo per conquistare nuovi fan. I nuovi fan arriveranno comunque. Ma non cambierò mai il mio modo di fare musica. Quello che sentirete in quest’album è Apollo Brown. Solo con qualche bpm in più.
S: è un disco bellissimo. Ha movimento. Ha tutto quello che serve. E’ quello che ti aspetti da noi, ma a un livello ancora più alto. Se vieni da Apollo per quel suono, c’è. Se vieni da me per quella scrittura, c’è. La gente non viene da noi per la hit di TikTok, per quella va altrove. Viene da noi per qualcosa di vero. Qualcosa di pesante. Apollo ride sempre quando dico questa cosa: noi diamo alla gente roba proteica. Quella che ti rimane addosso. Il cibo vero.

M: a livello di attrezzatura, cos’hai usato per i beat?
AB: sempre la stessa roba, Cool Edit 2000. E’ uscito nel 1997. Come da mia abitudine.
M: avrei dovuto immaginare che mi avresti risposto così!
AB: è quel vecchio software di manipolazione audio, prima che Adobe lo comprasse e diventasse Audition. E’ essenziale, nudo e crudo. Poi ho una Maschine qui accanto per aggiungere qualche elemento. Ma il resto è sempre lo stesso. Se una cosa funziona, non aggiustarla.

M:
tornando per un attimo a “The Easy Truth”, quel disco metteva in luce tante verità scomode sugli Stati Uniti. “Luxury Tax” continuerà sulla stessa strada?
S: sì, assolutamente. Continua a esplorare ciò che sta succedendo. Dove siamo e dove speriamo di arrivare. A volte le due cose coincidono, a volte sono lontanissime. Io guardo il mondo dalla mia finestra, con la mia lente, sono ancora quel ragazzo del quartiere. E’ vero, oggi vivo nei sobborghi. Ho una casa. Le macchine. Il sole. Un figlio. Una famiglia. Una moglie. Ma il modo in cui vedo il mondo è ancora quello di quel ragazzino nero di Brooklyn. Quello seduto sui gradini. Quello davanti al negozio all’angolo. Anche se domani mi trasferissi in Italia, continuerei a guardare il mondo con quegli occhi.

M: farete un tour per l’album?
AB: assolutamente sì. Una delle cose che facciamo sempre io e Sky è andare in tour. E’ una delle mie parti preferite di tutto il processo. Abbiamo già diversi programmi per la fine dell’anno e per il prossimo.
S: al mille per cento. Una volta abbiamo fatto un tour solo italiano. Dieci date, solo Italia e basta (non ci risultano tour interamente italiani di Skyzoo, ha fatto diverse tappe ma è probabile stia confondendo più date come un unico evento, ndBra). Sappiamo quanto supporto ci date. Quando prepariamo questi dischi, immaginiamo già il palco europeo con noi due a performare per voi. Non vedo l’ora di rifare le valigie, prendere quell’aereo e tornare da voi. Per dare finalmente vita a questo disco.

M: faccio questa domanda a tutti gli artisti che intervisto. Pensate che il pubblico europeo abbia un modo diverso di vivere l’Hip-Hop?
S: hai usato la parola giusta. Diverso. Non migliore né peggiore, diverso. Riceviamo tantissimo supporto negli Stati Uniti, ma quando veniamo in Europa…è un tipo di affetto diverso. Lo senti sul palco. Lo senti al banchetto del merchandising. Lo senti mentre cammini. Qualcuno ti riconosce, ti saluta. E’ difficile da spiegare. Ma lo senti davvero.

M: c’è qualcosa che volete dire per salutare il pubblico italiano?
S: solo grazie. Grazie a tutti quelli che ci seguono. A chi legge. A chi ascolta. A chi preme play. Grazie per essere ancora qui, dieci anni dopo. Quando verrà il turno del palco, sarà una vera celebrazione. Il vecchio insieme al nuovo. E’ proprio questo che sarà.
AB: quest’album è una celebrazione. Delle nostre carriere. Del percorso fatto insieme. E vogliamo solo dirvi grazie: il vostro supporto lo sentiamo davvero.

M: possiamo aspettarci un terzo album nel 2036 (risata generale, ndM)?
AB: sai una cosa? Potrebbe arrivare anche prima. Sono arrivato a un punto della vita in cui voglio fare musica coi miei amici e Sky è uno di loro. Voglio girare il mondo coi miei amici. Vivere tranquillo. Quindi, sì…potreste sentire un terzo disco. Magari per il ventennale del primo. Magari per il quindicesimo. Chi lo sa? Ma prima pensiamo al presente: il 25 settembre sarà una data davvero speciale.
S: e non vediamo l’ora di condividerla con tutti voi.

Su quest’entusiasmo ci salutiamo, la nostra ora è trascorsa come un fulmine, proprio come le vacanze estive e tutte le cose belle che accadono. Non ci resta dunque che attendere fine settembre e ascoltare cosa ci riservi “Luxury Tax”.

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