AZ – Doe Or Die III
L’imponente flotta di pubblicazioni rilasciata l’anno passato da Mass Appeal Records ha propagato un’onda che non intende fermarsi alla celebrazione degli artisti già coinvolti nel vigoroso progetto eretto dall’etichetta di proprietà di Nasir Jones e Peter Bittenbender. All’interno di una line-up di grande spessore, uno dei turni di battuta non poteva che essere riservato ad Anthony Cruz in nome di un binomio collaborativo che lo lega a Nas dalla notte dei tempi, per quanto, revisionando rapidamente una discografia fonte di numerose discussioni, nei dieci tentativi precedenti non sia mai pervenuto il clamoroso fuoricampo che il pubblico si sarebbe atteso. All’interno di un contesto che intende anzitutto rendere omaggio, risulta dunque più che consona la scelta di permettere ad AZ di poter chiudere un cerchio assai complesso, costituito da alti e bassi in simili misure, festeggiando le tre decadi di età del suo disco più significativo, “Doe Or Die“, realizzando il terzo capitolo della saga.
Quell’esordio rimane ancora oggi croce e delizia nell’esperienza complessiva del rapper: da un lato, è uno degli album più significativi di sempre nell’ambito del Rap mafioso, un lavoro che ha indubbiamente resistito con forza al trascorrere degli anni; dall’altro, il medesimo continua a rappresentare l’apice insuperato di una carriera in cui AZ – pur a fronte dell’indubbia maestria lirica – ha spesso faticato a ritrovare un allineamento di simile consistenza. Se l’intenzione di “Doe Or Die III” era la creazione di un filo tematico/referenziale profondamente legato al disco originale, la missione si può certamente ritenere compiuta: laddove “Doe Or Die II” pareva più che altro un ritorno confezionato per creare entusiasmo attorno alla rottura di un lungo silenzio, quest’ultimo raccoglie invece in pieno l’eredità del primo, individuando diversi punti di contatto riconducibili a quell’indimenticabile 1995. Sin dal primo ascolto, risulta infatti evidente la forza del gancio concettuale che contraddistingue i trentaquattro minuti del percorso, sviluppato attraverso una penna che non ha perso un grammo delle sue notorie brillantezza ed eleganza, rivisitando una triangolazione tematica i cui vertici sono costituiti da malavita, lussuria e compiacimento per quanto si è riusciti a ottenere partendo da un chiaro punto di svantaggio sociale.
La natura di vero sequel è altresì tracciata da riferimenti più o meno evidenti alla scaletta originale, siano essi un ritornello che fa il verso a un vecchio pezzo, l’aggiornamento di uno storytelling dove il tempo intercorso diviene l’asse portante della stesura lirica, un beat ruvido, volutamente reminiscente della struttura sequenziale dell’esordio, ivi includendo pure i momenti più patinati della produzione. Sosa è in vena, la qualità delle sue rime ne evidenzia uno stato di forma impeccabile, in cuor suo sa che l’occasione della ricorrenza richiede il massimo utilizzo dell’efficacia lirica, motivo per il quale non risparmia un sol colpo. Il problema, casomai, rimane quello di sempre, lo stesso che ha spesso frenato l’aspettativa di un definitivo classico firmato dal Nostro: la scelta dei beat. Pare quasi un tema che tende a ripetersi indissolubilmente negli anni, nel senso che la forza della ruvidità di passaggi come “No Need For Lactose”, la quale rievoca i minacciosi rintocchi della leggendaria “Uncut Raw” cui è collegata, è un propellente essenziale nel far risaltare la luminosità lirica di un talento eccelso nel disporre le parole in rima. Tuttavia, ciò va inevitabilmente a scontrarsi con l’esigenza di creare qualcosa di maggiormente fruibile, vedasi l’inserimento di una “So High” sinistramente reminiscente dei Trackmasters di turno, con tanto di ritornello appositamente realizzato per far muovere quanto c’è sotto i fianchi. Il riferimento a ciò che fu “Sugar Hill” nel ‘95 è assolutamente esplicito e, per quanto sia comprensibile il contrasto stilistico richiesto da AZ verso i suoi produttori, non sempre il bilanciamento riesce a stare del tutto in piedi.
Diverso il discorso per il forte senso di eleganza trasmesso da “Uniqueness”: il loop edificato da Mike & Keys è intenso, immerso in un Soul che esalta la raffinata potenza lirica da sempre abbinata al rapper; il gorgheggio campionato, gli archi in sottofondo che forniscono melodia senza far troppo rumore, la batteria appena accennata, lasciano pieno spazio per passaggi carichi d’introspezione, distinti da eccellente perizia tecnica (<<it’s over, your boy sober, sitting back thirty years older/stare closer, see the tears on my shoulders, distillin’/lost feelings, need therapy for the healin’/from what I see, I could never be a civilian>>), ciascun ingrediente è corretto e il pezzo diviene presto la colonna portante dell’operazione. Lo sguardo rivolto all’indietro inquadra tanto il modesto punto di partenza, raffrontandolo con un’agiata attualità, quanto i tratti che hanno maggiormente caratterizzato il primo “Doe Or Die”, ampliando costantemente gli allacci argomentativi verso quel passato specifico. Pure la nota “Ho Happy Jackie” è invecchiata di trent’anni, viva non si sa come, ma non ha perso l’abitudine di cercare uomini facoltosi, come AZ racconta con dovizia descrittiva in “Still Jackie”, ennesimo episodio dimostrativo di una fluente versatilità lirica abbinata a una strumentale – firmata da Statik Selektah – che si limita a essere carina. Altresì, “Gimme The World” non è altro che “Gimme Your’s” cambiata d’abito, con Jada a sostituire Nas nelle stonature del ritornello (e colpevolmente lasciato senza una strofa per sé), adagiata su una creazione R’n’B anni ottanta – cortesia di Large Pro, che campiona “You Don’t Have To Cry” di Renè & Angela con risultati un tantino incerati – sovrapposta a una sezione ritmica ricca di lodevole nervo. Esco è fortunatamente presente per “Surprise”, la quale, su un buon giro di piano, rinnova una chimica lirica di livelli monumentali.
Statik convince ben di più al secondo tentativo, correggendo l’equilibrio tra sostanza del beat e altezza testuale, perciò se “I Was Once There Too” si concretizza come uno dei passi migliori del disco non è certo una casualità. Il binomio tra piano e tromba gira molto bene, piatto chiuso e cassa creano un percorso ritmico infettivo, il testo cita influenze essenziali (<<I slid in, Rakim birthed my style/Kane warmed it up, Kool G turned my dial>>), per poi passare alla dimostrazione di una longevità del tutto inattesa e quindi molto sentita dall’artista in ciascun brano. Il sentimento è autenticamente accentuato da “We Made It”, una sorta di revisione terapeutica di un passato tribolato trasformato in carriera vincente, ove trova spazio il ricordo dei commilitoni di strada che non sono più qui portando AZ quasi al pianto durante strofe che ne sottolineano ancora una volta l’estrema eleganza, nonché la perenne sensazione di non provare fatica alcuna nell’enunciazione (<<deadly with them darts, moving steady on the charts/bred by them sharks, give cred to the narcs/’cause I found my lane, pulled up and I parked>>). Il cerchio attorno a quest’incredibile trentennio si chiude con “Winners Win”, nella quale Andre divide carta e penna col figlio Amar creando un quadretto molto tenero, considerata la nascita di quest’ultimo appena prima della pubblicazione dell’esordio.
Per tutte le motivazioni riportate sopra, offrire un giudizio pressoché definitivo su “Doe Or Die III” non è esattamente un gioco da ragazzi. Come già indicato, si trascorrono momenti ben sopra alla consueta ordinarietà e altri che fotografano le problematiche ricorrenti della discografia di AZ, ovvero l’alternanza nella solidità delle produzioni, constatazione lievemente meno digeribile in un contesto così breve, peraltro comprensivo di un paio d’intermezzi poco utili alla causa. Tra l’indubbia tonicità del lavoro lirico, con alcuni pezzi senz’altro inseribili tra i migliori di carriera, e una mancanza di allineamento a volte troppo manifesta, la promozione è piena, per quanto aleggi la percezione che, rispetto alle potenzialità in questione, ci sia sempre quel qualcosa di manchevole nel completare a dovere un puzzle di tutto rispetto.
Tracklist
AZ – Doe Or Die III (Mass Appeal Records 2026)
- The Origin (Intro)
- No Need For Lactose
- Gimme The World [Feat. Jadakiss]
- Uniqueness
- So High [Feat. Mumu Fresh]
- Ho Happy (Skit)
- Still Jackie
- Surprise [Feat. Nas]
- Fresh Water
- Winners Win [Feat. Amar Noir]
- I Was Once There Too
- Love My Life
- We Made It (Outro)
Beatz
- K-Def: 1
- Ron Browz: 2, 13
- Large Professor: 3
- Mike & Keys: 4, 6
- Bink!: 5, 9
- Statik Selektah: 7, 11
- Mike & Keys with the additional production by Omar Grand: 8
- Buckwild with the co-production by B Hank: 10
- N.O. Joe: 12
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