Kool G Rap – Riches, Royalty & Respect

Voto: 3/3,5

Al giorno d’oggi non si sa più che attendersi dai veterani comprovati che rompono anni di silenzio per tornare a pubblicare un disco e misurarsi con l’attuale Hip-Hop. Un rientro col botto che rimetta al loro posto certi personaggi e le loro redditizie scorciatoie di accettazione delle regole dell’industria? Un nuovo “Seventh Seal” che vada a compromettere le figure più importanti e influenti della storia del genere? Quando esce fuori il nome di Kool G Rap, la reverenza è d’obbligo: parliamo solo di uno dei primi cinque mc’s di ogni epoca, per molti il migliore in assoluto, uno che si è costruito la carriera con l’immaginazione, la capacità di tessere trame cinematografiche trasportate in musica da strada, la rivoluzione del modo d’intendere la metrica attraverso l’inventiva nel porre sillabe e assonanze al posto giusto e al momento giusto della battuta. Se certe tecniche sono utilizzate su larga scala tuttora (attenzione però, non sempre con risultati consoni…) lo si deve a lui, fonte d’ispirazione per tanti pesi massimi di ieri, di oggi e di domani.

Digerita la nota introduttiva, non resta che perlustrare cosa proponga il Nathaniel Wilson del duemilaundici, che di questo “Royalty, Riches & Respect” aveva offerto un antipastino in free download; dai primi esami emergono due costanti: la solita maestria nel mettere storie in rima e una produzione affidata a un esercito di beatmaker diversi tra loro, vecchia abitudine del Kool G solista, creando un insieme legato da un massiccio utilizzo di sample di stampo Soul che non esitano a campionare interi pezzi cantati dai vecchi dischi utilizzati.

L’atmosfera pimposa che ha caratterizzato negli anni tanti personaggi costruiti dal Nostro si riflette sia nei testi che nelle musiche, la cui perfetta sintonia viene inequivocabilmente fuori in quella “In Too Deep” cui spetta la palma di miglior traccia dell’album, grazie all’immaginifico rimare figurativo abbinato al sapore seventies del campione e all’incessante boom bap della batteria. Il che introduce a una considerazione che riemergerà anche in seguito a pochi ascolti, ovvero che Dj Supa Dave offre basi di un altro livello (eccetto il passo falso di “Pillow Talk”) rispetto al resto della ciurma, presa a barcamenarsi tra episodi molto buoni e altri completamente privi di personalità. Supa firma difatti altre due gemme del disco: in “Sad” pesca il jolly con un campione vocale che s’integra ottimamente alle rime; in “Pages Of My Life” conferisce un tono trionfale a un brano molto autobiografico, fornendogli un’atmosfera decisiva ai fini dell’interpretazione della traccia, che viene compresa correttamente se pensata quale celebrazione di una vita comunque arrivata fino a qui nonostante le difficoltà, non come una lamentela per il peso che sulla stessa hanno avuto alcuni drammi personali qui citati.

I metodi di scrittura sono quelli di sempre e attingono da una capacità per nulla comune. La riprova è in episodi come “American Nightmare”sceneggiatura dettagliata e ricca d’azione che racconta una situazione violenta e spiacevole come fosse un C.S.I. qualunque, Havoc aggiunge oscurità al ritornello col suo tono molto basso che si mescola a dovere a una delle più memorabili basi recentemente prodotte dall’Alchimista, la quale contribuisce con decisione alla tessitura di un’atmosfera raggelante alla pari del racconto. In “Harmony Homicide”, che chiude col botto grazie al suo crescendo di fiati, viene altresì fuori una creatività non ordinaria, che collega imprescindibilmente le tre strofe al titolo giocando con le metafore e invitando a nuovi ascolti per scardinarne un po’ alla volta le serrature interpretative.

Messa così sembra una bomba a mano, ma c’è (purtroppo) anche l’altra metà del disco, che propone con poco successo la scontata “70’s Gangsta”, la cui lentezza musicale incide negativamente sul flow, la monotona “Maggie”, che si fissa (ancora…) sui cliché imposti da tutte quelle innumerevoli (e oramai tediose) tracce composte su cantati pitchati, e l’impalpabile “$ Ova B*tches”, dove non esiste impronta alcuna del talento di Marley Marl, un’occasione andata sprecata per una potenziale reunion d’effetto. Se “Going In” colpisce soprattutto per la potenza del set di batteria, altrettanto non si può sostenere per “G On”, la quale ricicla “Words From Our Sponsor” dagli albori della Boogie Down Productions risultando purtroppo anonima. “The Meaning To Your Love”, bel testo incentrato sulla lealtà sentimentale, e “Ya Chic Chose Me”, da incorniciare per una prestazione al microfono semplicemente stordente (tre strofe interamente composte da linee multi-sillabiche), sono musicalmente sufficienti, aggettivo che non si vorrebbe utilizzare nella stessa frase dove compaia anche il nome di Kool G Rap.

Il quale, se non altro, ha il buon gusto di riproporsi attraverso quello che ha sempre fatto e che è sempre stato come rapper, lasciando la netta impressione dell’inalterabilità della sua classe, senza la necessità di riciclarsi e sapendo di aver già toccato l’apice tempo addietro. Se più avanti avesse ancora voglia di scrivere un disco, c’è da sperare che scelga produttori più tosti o, perlomeno, che faccia una selezione più rigida delle basi. Per il resto, non ci si può che inchinare.

Tracklist

Kool G Rap – Riches, Royalty & Respect (Fat Beats Records 2011)

  1. Pimptro
  2. Ya Chic Chose Me
  3. In Too Deep [Feat. Heather Walker]
  4. 70’s Gangsta
  5. Pillow Talk
  6. The Meaning To Your Love
  7. Sad
  8. Maggie
  9. $ Ova B*tches
  10. G On
  11. Pages Of My Life
  12. Going In
  13. American Nightmare [Feat. Havoc]
  14. Da Real Thing [Feat. Heather Walker]
  15. Harmony Homicide

Beatz

  • Blastah Beatz: 1
  • The Insurgency: 2, 10
  • Dj Supa Dave: 3, 5, 7, 11
  • Leaf Dog: 4
  • Level 13: 6, 14
  • Simply Smashin: 8
  • Marley Marl: 9
  • Gordon H.U.M.P. Humphrey: 12
  • The Alchemist: 13
  • Infamous: 15
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