Intervista a Claver Gold (11/10/2022)

16 settembre: quest’anno il mio compleanno è stato di venerdì. E, come sapete, di venerdì viene rilasciata la maggior parte dei dischi nuovi. Così, venerdì 16 settembre usciva anche “Questo non è un cane” di Claver Gold. Neppure un mese più tardi, l’abbiamo raggiunto con un mezzo parecchio old school – Skype! – per farci raccontare qualche dettaglio sulla sua realizzazione. Ma, quando eravamo alle battute conclusive, nel mio palazzo salta la corrente. E la registrazione viene in parte fallata. Insomma, ringrazio fin dall’introduzione Daycol per la pazienza e la disponibilità senza le quali questa chiacchierata non sarebbe potuta arrivare sui vostri schermi…

Bra: l’ultima volta, ti abbiamo intervistato in occasione di “Requiem” – fine 2017, quindi. Sono trascorsi cinque anni, hai pubblicato “Infernvm” con Murubutu, c’è stato un tour abbastanza impegnativo e, ovviamente, tutto ciò si è inframezzato a una situazione di instabilità dovuta alle restrizioni di cui ciascuno sa. Cos’è successo, per te, in questo lungo intervallo di tempo e in che misura questi eventi si sono riversati in “Questo non è un cane”?
Claver Gold: in realtà, ho cominciato a scrivere “Questo non è un cane” prima di “Infernvm”, diciamo che avevo già una bozza e qualche idea. Poi mi sono sentito con Alessio (Murubutu, ndBra), volevamo fare questo disco e quindi ho lasciato un po’ lì la cosa. Nel frattempo, ci sono stati appunto un paio di lockdown, la pandemia e tutto il resto, perciò ho avuto modo di potermi concentrare e ritornare su quanto mi appassionava, di curare con la dovuta attenzione le cose – arte, cinema, letture – che mi hanno dato lo spunto per scrivere il disco che avevo in mente. Considera anche che in quei cinque anni ci sono tante date, c’è “Lupo di Hokkaido” (con i Kintsugi, ndB), c’è tanto lavoro; io ho i miei tempi e mi ritengo fortunato di poter fare un disco dopo così tanto e di poterlo fare come volevo.

B: il disco si pone consapevolmente come un progetto intenso e dunque complicato; non da ascolto distratto, ecco. Quando scrivi, ti chiedi se e quanto sarà agevole entrare nei tuoi racconti e – diciamo così – nel tuo mondo?
CG: è un bella domanda… A volte sì, mi pongo quesiti riguardo agli ascoltatori, ma non vengo mai influenzato da questa cosa. Però durante la scrittura, la fase creativa, c’è un punto in corrispondenza del quale mi domando se verrà capito quello che sto facendo, come sarà recepito – ma credo se lo chiedano un po’ tutti. Senza che ciò vada in qualche modo a determinare il risultato finale del progetto che sto realizzando. Poi secondo me per chi è già pronto, per chi ha ascoltato gli altri miei dischi, “Questo non è un cane” non sarà quello più pesante. Sicuramente è un disco alleggerito dalle produzioni, meno cupo, dando forse un respiro nuovo a dei testi nei quali è comunque facile riconoscermi. Il passaggio è: un nuovo modo di vedere le cose, perché il tempo passa anche per me, e delle produzioni musicali ugualmente nuove.

B: uno dei ricordi più vivi lo dedichi a Bologna, città che di fatto ti ha adottato quando eri ancora un giovane rapper che si faceva le ossa al Tecniche Perfette. Dal punto di vista artistico, prima che personale, che ruolo ha avuto la scena felsinea sul tuo percorso evolutivo?
CG: guarda, quando sono andato a Bologna era ancora una delle capitali del Rap italiano, c’era un gran movimento a livello culturale, c’erano laboratori, jam, serate… Ho conosciuto talmente tanta gente che faceva Rap in quel periodo, che lo faceva in maniera diversa dal mio, che sarebbe stato impossibile non essere influenzati da loro. Per me che venivo da un paesino di provincia, è stato meraviglioso potermi nutrire di tutte queste diversità e inizialmente si è trattato proprio di questo, tanto studio, tanta acquisizione delle tecniche, sempre guardando a chi era più grande; e poi chiaramente c’è stata la mia di evoluzione, a livello di Rap.

B: rimanendo più o meno sul tema, non hai mai avuto problemi a rendere chiaro il tuo orientamento politico, tanto più che lo scorso primo maggio eri sul palco di Piazza San Giovanni, a Roma. Credi che l’Hip-Hop italiano debba spendere questa sua potenziale connotazione, magari parlando più della gente comune e meno di sé?
CG: io credo che chi ha dentro di sé una spinta, anche minima, e il coraggio per poterlo fare, è giusto che lo faccia. Chi invece è totalmente disinteressato, è chiaro che fa bene a non immergersi in un mondo che non gli appartiene. Adesso che il Rap italiano è diventato – da un punto di vista anagrafico – grande, può sviluppare tematiche sociali invece che parlare sempre di quelle tre/quattro cose. Dipende solo da noi. Fermo restando che è anche una questione di età, perché quando sei un filo più adulto è più probabile che certe questioni ti tocchino da vicino, parlandone nella tua musica.

B: inevitabile, a questo punto, fare riferimento alla stretta attualità. A giorni si aprirà ufficialmente la XIX legislatura della Repubblica Italiana, la prima così tanto spostata a destra. E’ un fatto che ti lascia indifferente o in qualche modo ti fa riflettere?
CG: posso essere sincero?
B: certo.
CG: inizialmente, nei giorni precedenti alle elezioni, ero molto preoccupato. Lo sono tutt’ora, ma non mi aspettavo che la gente votasse davvero così in massa per la destra: quando ho visto il primo sondaggio da Mentana, a momenti svenivo – e pure lui… Da lì ho pensato vabbè, ormai è fatta e mi sono concentrato più sui fattori che hanno determinato questo risultato, l’ignoranza, l’analfabetismo funzionale, la scarsa memoria storica, i fuori sede che non vengono messi in condizione di votare… La somma è ciò che è successo.

B: il blocco centrale di “Questo non è un cane” è quasi interamente dedicato all’amore, ovviamente secondo declinazioni e sfumature differenti – penso soprattutto a “Josephine”, “Rainbow” e “Gitana”. Quanto è difficile essere originali nel maneggiare l’argomento per eccellenza della canzone popolare italiana? E ritieni sia ancor più complicato riuscirci in un ambito, l’Hip-Hop, che spesso manifesta una certa avversione per la sfera sentimentale?
CG: la maggior parte dei pezzi Hip-Hop è un po’ contro il gentil sesso, no? Però non so se si tratti di sessismo, machismo o del fatto di sentirsi forti e non aver bisogno di nessuno. Da parte mia, c’è tutto un percorso da antieroe che mi porta a dire che ho bisogno di aiuto, ho bisogno di amore, ho bisogno di parlare; e non mi faccio problemi a mettermi a nudo. Io voglio essere così come sono e mi vedi. Invece crearsi un certo tipo di personaggio rende difficile scrivere un pezzo d’amore. Che poi, come dicevi, in “Questo non è un cane” non c’è il classico pezzo d’amore, ma credo neppure ci sia più nel Rap italiano, a meno che non facciamo riferimento alla hit super commerciale che però magari guarda pure ad altri generi. E tuttavia se ci fosse non me ne farei certo un problema. Tutti amano, è inutile far finta che non sia così.

B: la domanda precedente ci porta dritti a “Sapori e sostanza”. Rimproveri alla scena una certa superficialità, rivendicando la tua aderenza alla realtà, alla sostanza del titolo; allora ti chiedo: al Rap italiano manca una sorta di assunzione di responsabilità, ovvero un salto deciso nell’età adulta?
CG: assolutamente sì. Manca perché un po’ è mancato il passaggio di testimone da una generazione all’altra. E poi perché culturalmente, con riferimento all’Hip-Hop, non abbiamo un background che ci permetta di essere definiti quale genere. Guarda la Francia, la Spagna, la Germania: la classificazione è ben definita, con delle caratteristiche che, a seconda dei casi, possono andare più verso il boom bap o la Trap, ma l’Hip-Hop è Hip-Hop. Qui… E’ più un misto, si naviga a vista. Al tempo stesso, avendo una grande scuola di cantautori, avendo arte, poeti, scrittori e via dicendo, credo sia giusto almeno provare a raccogliere quell’eredità, invece che scimmiottare americani e francesi.

B: ribaltando il concetto, cosa pensi del Rap che non dice nulla di concreto, che infila barre su barre per il solo gusto di farlo?
CG: sinceramente, io quel Rap lì non lo ascolto più. C’è una strofa di Lord Bean nel pezzo con Bassi (si riferisce a “Fuori dal pattume” in “Guarda in cielo”, ndB) in cui dice <<ti puoi tenere il Rap quando parla del Rap stesso>>; e per me è così. Non è una roba che mi interessa. Ok le punchline, ok i freestyle, ok divertirsi, ma quando ascolto un disco deve comunque lasciarmi qualcosa, altrimenti rimane il vuoto.

B: c’è comunque un brano abbastanza muscolare in “Questo non è un cane”, è “Nak su kao”, quasi un parallelo tra le arti marziali e la potenza dei colpi assestati con delle rime…
CG: …in realtà volevo proprio metaforizzare il concetto di guerriero bianco, dal film con Van Damme (“Kickboxer” di Mark DiSalle e David Worth, ndB) in cui combatte contro dei lottatori che praticano il Muay Thai in Thailandia. Se vuoi è un po’ come mi sento io in questa scena: quello fuori contesto. Non è detto che si vinca, ma è giusto partecipare al massimo delle proprie possibilità.
B: quindi il Rap può essere una disciplina di vita, uno strumento attraverso il quale affrontare anche le battaglie quotidiane? E per te lo è stato?
CG: per me sì, lo è stato. La cultura Hip-Hop mi ha insegnato tanto e probabilmente mi ha anche salvato la vita. Ma il Rap di per sé, fuori dall’Hip-Hop, non credo basti per salvare le persone. Una canzone può salvare un ascoltatore, magari può indicare una strada, ma per salvare anche chi l’ha realizzata c’è bisogno di altro, di un percorso di formazione.

B: non credo di farti un torto nel dire che gli autori di “Questo non è un cane” siano due – l’altro, ovviamente, è Gian Flores. Non è la prima volta che ti fai affiancare da un solo produttore, ma in questo caso opti anche per un taglio meno duro, alla portata di un’utenza ampia, con arrangiamenti puri al posto dei sample. Come si è svolta l’interazione e quali indicazioni hai dato – se ne hai date – per la raccolta dei suoni?
CG: con Gian Flores avevamo già lavorato a “La maggior parte”, una raccolta di brani provenienti da alcuni dei miei lavori precedenti. Ci siamo resi conto di trovarci molto bene a lavorare insieme e abbiamo deciso di farlo anche su questo nuovo disco. Le indicazioni sono arrivate da me, ma abbiamo fatto sempre tutto assieme: dalla scelta dei suoni alle batterie. Gian è un ottimo professionista e un grande arrangiatore, è facile lavorare con lui perché è molto bravo a immedesimarsi nelle esigenze di ciascun artista che produce.

B: l’impressione, magari sbagliata, è che comunque intendessi rimanere a distanza dalle principali correnti sia underground che mainstream del momento; è così?
CG: io ritengo “Questo non è un cane” un disco più underground che mainstream, vista anche l’assenza di veri e propri singoli o di featuring importanti in termini numerici. E’ un progetto underground confezionato molto bene, in realtà. Da parte mia, non c’è alcun distacco dalla scena underground o pretesa di arrivare al mainstream. E’ semplicemente una via di mezzo per raccontare le persone in modo più aperto.

B: da “Tarassaco*Piscialetto” in avanti, tutti i tuoi progetti portano impresso il marchio Glory Hole Records. Dieci anni esatti per un’intesa che resiste: come vi siete incontrati e cosa vi lega?
CG: tutti i miei dischi sono stati prodotti da Glory Hole, questo invece è una co-produzione tra Glory Hole e Woodworm. Il nostro rapporto nasce moltissimi anni fa, a tutti gli effetti siamo stati io, Stephkill e Mr. Gaz a fondarla. L’idea è nata in una serata di delirio, dall’esigenza di dar vita a una realtà indipendente che potesse produrre una scena di giovani della nostra zona. Volevamo contribuire alla loro crescita per vedere cosa sarebbe venuto fuori. E, per fortuna, è andata bene, si è rivelato un progetto duraturo, direi anche grazie e soprattutto all’amicizia che ci lega.

B: stando più in generale sulla tua discografia, sei in attività da un po’ e hai rilasciato tanta musica, tra tue uscite e collaborazioni. Sei appagato? Sei stanco? Sei soddisfatto? Sei a un punto di svolta della tua carriera? Vorremmo tracciassi un bilancio su quanto fatto fino a qui, anche in vista di ciò che magari ancora desideri fare.
CG: sono appagato dal mio percorso, come dicevo prima mi ritengo fortunato, perché ho la possibilità di fare la musica che voglio, quella che mi piace, e vivere di questa. Ho la possibilità di dire che la mia roba non fa parte del Rap game, perché per me non c’è nessun game, nessun gioco. Non so cosa verrà in futuro, ma credo che “Questo non è un cane” sia un punto di svolta per la mia carriera e mi porterà in una direzione ben precisa, che però non ho ancora totalmente individuato.

B: per “Questo non è un cane” hai previsto prima una serie di incontri e poi, per fine anno, un tour. L’intenzione di raccontare, di spiegare, di condividere, mi sembra chiara; cosa stai preparando per i concerti che comincerai a breve?
CG: il tour inizierà a novembre e si concluderà poco prima di Natale. Abbiamo pensato a una formazione molto Hip-Hop: Gian Flores suonerà qualcosa e mi supporterà ai vocals, Mr. Gaz sarà in console. Voglio che sia un live Hip-Hop, Rap, non voglio troppi musicisti e strumenti sul palco. Voglio che si senta e si veda, a livello sonoro ed estetico, che è puro Hip-Hop.

B: l’ultima domanda è quella antipatica. Con chi dobbiamo prendercela per delle foto promozionali in cui indossi dei mocassini coi calzini bianchi?
CG: i mocassini sono meravigliosi, sono delle Sebago consigliate dal mio amico Dino. Prendetevela con lui, quindi! No, scherzo, in realtà Dino ha un grande stile…
B: battute a parte, se c’è ancora qualcosa che vuoi dirci, ringraziandoti intanto per la tua disponibilità, hai carta bianca.
CG: va bene così!

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