Hieroglyphics – 3rd Eye Vision

Voto: 4 +

Sul concetto di difesa del patrimonio culturale dell’Hip-Hop ci siamo espressi in innumerevoli recensioni e di certo non è un pensiero legato solo ai tempi più recenti. Se la Cultura è sopravvissuta sino a ora, nonostante le documentate dimostrazioni d’incapacità di personaggi incensati quali divinità terrene, il merito non può che essere attribuito alla frangia più vera e radicata del movimento, capace di resistere all’attuazione di quella patetica sciacquatura portando faticosamente avanti il reale senso della questione, facendo valere la sacralità del diritto di tenere un microfono in mano, esibendo una sistematica superiorità mai del tutto riconosciuta da chi di Hip-Hop s’intende solo superficialmente e tenendo ben piantati i piedi in una posizione mai conforme al compromesso.

Puntando la freccia verso la scena di una trentina d’anni fa, ci si trova dinanzi a una situazione complessa: New York sta perdendo scettro e direzione, in parte perché i grandi del passato arrancano nell’adattarsi ai sempre vivaci mutamenti del genere, un po’ perché la west coast sta letteralmente dominando il panorama. La California è infatti fucina di superstar planetarie, il G-Funk di Dre ha rivoluzionato i gusti e tutti corrono appresso alle sue intuizioni; Snoop e Tupac sono i simboli di quel momento, mentre il Bronx vive un momento di difficoltà nelle preferenze degli ascoltatori. Dunque, per comprendere a fondo quale sia stata l’importanza di una crew come gli Hieroglyphics, è obbligatorio riflettere sul ragionamento appena esposto: il coraggio nell’andare totalmente controcorrente, la fierezza di rispondere in faccia alle major (le quali avevano scaricato ciascuno di loro) per seguire un percorso completamente indipendente, il bisogno di unire le forze per scrivere un disco che potesse riportare in auge la misticità dei sacri valori del Rap, sono elementi essenziali per interpretare correttamente l’attitudine della loro campagna pro-underground.

In un momento storico nel quale lo sguardo è direzionato solo verso due obiettivi, denaro e materialismo sfrenato, il terzo occhio della Hiero Face osserva con distacco, ben sapendo che la Cultura non si sarebbe dovuta trasformare completamente e cercando invece di mantenere il suo profilo più spirituale, racchiuso nell’origine stessa della competizione verbale. I tempi sono quelli giusti per dar vita a un supergruppo storico al punto di essere definito come la risposta west al Wu-Tang Clan, pur avendo seguito un percorso contrario: laddove RZA aveva prima lanciato il collettivo per poi sparare i missili individuali, gli Hiero erano già separatamente titolari di dischi fondamentali. Del Tha Funkee Homosapien aveva tre pubblicazioni all’attivo; i Souls Of Mischief (A-Plus, Opio, Phesto e Tajai) avevano confezionato una pietra miliare con l’esordio “‘93 Til Infinity“; Casual e Pep Love erano mc’s di riconosciuto talento. Nasce così un album impostato sulla competizione amichevole, dove tutti sono rapper collaudati e dotati di capacità tecniche superiori, riportando non solo l’Hip-Hop alla visione degli albori, ma offrendo al contempo un punto di vista completamente diverso rispetto a bolidi, champagne e faide territoriali.

Per molti versi, “3rd Eye Vision” è equiparabile a una battaglia di freestyle registrata in studio, caratterizzata dall’estrema abilità negli intarsi metrici, dalla capacità dei singoli mc’s di provare varie combinazioni e trovarsi comunque a occhi chiusi nei vari passaggi, da una proprietà di linguaggio che mira a mostrare l’intelletto, la filosofia, l’astrattismo, creando un vero e proprio repertorio accademico, magari di non facile approccio. Ventidue brani per un’ora e dieci di sentiero, roba per la quale ci si deve prendere mezza giornata di ferie, dato il rapido consumismo dei tempi odierni, nonché per l’attenzione che si deve porre a ogni passaggio per approfondirne adeguatamente la comprensione. La produzione, curata a turno dagli stessi Hiero col fondamentale ausilio di Domino e l’appoggio di Toure e J-Biz, è uno schiaffo a quanto fosse in voga all’epoca girando per Oakland: niente sintetizzatori da macchine scoperte sul piano sonoro o testi da gang stories, ma un lavoro fornito da molteplici attori capaci di plasmare un mood omogeneo e coerente. Il basamento sulle caratteristiche essenziali del boom bap di costa opposta non è che l’ennesimo segnale di un anticonformismo manifestato a 360 gradi.

“You Never Knew”, il primo singolo estratto, riassume adeguatamente ogni qualità sinora espressa: vi presenzia ogni membro del collettivo, ciascuno preso a fornire flow innovativi, continui incastri multisillabici di rime interne, cambi di testimone di stordente naturalezza e una serie di strofe che mai pretende di atteggiarsi con violenza, ma fa semplicemente valere la sua egemonia tecnica e morale, lasciando la concorrenza nello sbaraglio più puro sopra un Soul ritmato, smontato e ricomposto con senso della melodia, con la voce pitchata all’insù di Patrice Rushen quale ciliegina sul dessert. “All Things” si muove su un breakbeat classico e piccoli elementi Jazz che forniscono la tensione giusta a un pezzo che, utilizzando in parte lo storytelling, affronta l’annosa questione delle perquisizioni ingiustificate delle forze dell’ordine, tra un gioco di parole e una barra infarcita di multiple relazioni metriche.

“The Who” rimbalza su colpi di tromba, evidenziando varietà nella struttura dei brani, data la rapida successione negli avvicendamenti, eseguiti con mnemonica perizia: laddove il rapper di turno getta l’alley-oop a canestro, l’altro arriva a schiacciare con sonora prepotenza, come attesta altresì “Dune Methane” (o doin’ my thang, se preferite), zeppa di Funk, esaltante l’ottimale combinazione tra la melodica delivery di Casual e le improvvise accelerazioni di un Opio scioltissimo nella dizione. I picchi dell’album sono non a caso coincidenti con questo tipo di chimica, come quando i quattro Souls Of Mischief forgiano un capolavoro lirico attrezzati di armatura e scimitarra attraversando le impervie lande di “Mics Of The Roundtable”, beat squisitamente pertinente al tema offerto da A-Plus, evocando quella fantasia narrativa necessaria al tentativo di riprendere il Santo Graal dalle mani dei malintenzionati. “Oakland Blackouts”, altro beat da cineteca, propone una micidiale doppietta tra Opio e Del, eccellenti pure nella varietà del dizionario; “No Nuts”, altro glorioso duetto tra Del e Pep Love, gira su una batteria grassissima da headnod immediato e un gran sample di vibrafono. Il particolare sapore da serata open mic è degnamente rappresentato da “Off The Record”, una composizione Jazz dove note di piano e chitarra fluiscono liberamente tra le rime, ognuno dei rapper è introdotto da un presentatore, donando al pezzo un’atmosfera racchiusa, tipica dei cypher.

Nonostante l’attrazione dettata dai singoli elementi, non si cada nell’errore di pensare che questo sia un disco di rapida digestione o semplice da affrontare. Alle tracce più forti vengono alternati pezzi assai ruvidi, ma intriganti come “At The Helm”, una produzione molto dura che sovrappone quattro tagli di chitarra, un solo di Del che ne risalta le capacità d’intrattenimento (<<I even tried to bury the hatchet, man/’cause we all African/you wanna be a rapper? Start practicin’/you can’t even flow right/spend most of your time fuckin’ hoes, gettin’ in fights>>), picchiando continuamente senza troppi fronzoli. “The Last One” risulta tra i pochi beat non troppo convincenti, così come “See Delight” alla lunga è ripetitiva, nonostante l’intesa tra Opio e Pep Love sia esplosiva.

Tra le particolarità del disco figurano poi una serie di brevi brani assegnati a ciascun rapper, dove ognuno può esibire le proprie peculiarità creando movimento nella scaletta e dando una pausa alla manovra corale. Le produzioni diventano essenziali, probabilmente per l’esigenza di far figurare i pezzi come spazi dedicati al freestyle più che alla musica, il che conduce alla logica conclusione tirando le somme sull’esperienza: in fin dei conti, “3rd Eye Vision” si rivela essere ciò per cui è stato concepito, una monumentale dedica al purismo più intransigente. Il suo focus quasi ossessivo sulla competizione lirica comporta una rigida restrizione tematica (“One Life One Love”, che parla di schiavitù, è una rara eccezione), la produzione vive i suoi alti e bassi mancando a volte di colore, ma risulta costantemente coerente alla suo approccio filosofico. Nel suo rappresentare una fiera e devastante dimostrazione di potenza tecnica, pur nella sua non completa perfezione, a ventotto anni dalla pubblicazione l’esordio collettivo degli Hieroglyphics conserva la sua riconoscibilità nell’ambito dell’Hip-Hop più puro, con quell’iconico terzo occhio costantemente intento a osservare dall’alto della sua immensa sapienza, raffigurando l’epitome di una cooperazione a dir poco iconica.

Tracklist

Hieroglyphics – 3rd Eye Vision (Hiero Imperium 1998)

  1. Intro
  2. You Never Knew
  3. All Things
  4. Casual
  5. The Who
  6. Dune Methane
  7. Phesto D
  8. At The Helm
  9. The Last One
  10. Tajai
  11. Oakland Blackouts
  12. Mics Of The Roundtable
  13. See Delight
  14. Pep Love
  15. Off The Record
  16. A-Plus
  17. After Dark
  18. Opio
  19. No Nuts
  20. Del
  21. One Life One Love
  22. Miles To The Sun

Beatz

  • Domino: 1, 3, 8, 10, 15, 16, 17, 19, 20
  • A-Plus: 2, 12
  • Del Tha Funkee Homosapien: 4, 5
  • Casual: 6, 9
  • Phesto: 7
  • Opio: 11, 13, 18
  • J-Biz: 14, 22
  • Toure: 21

Scratch

  • Robski: 11
  • J-Biz: 21, 22
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