Nas – King’s Disease III

Voto: 4,5

Il concetto ce lo siamo ripetuto decine di volte, adeguando la conformazione delle attese in maniera inversamente proporzionale alla graduale crescita della diffidenza: potremmo introdurre uno qualsiasi dei dischi di Nas con queste stesse parole e rappresentare efficacemente un sentimento collettivo che raramente è stato smentito dai fatti. Si può solo immaginare – ma non conoscere nella realtà – cosa significhi scrivere un disco d’esordio come “Illmatic“, più volte parificato al secondo arrivo del Messia sulla Terra, vedendosi spedire in orbita la carriera in età freschissima, in un brevissimo attimo, ricevendo fama, prosperità e l’onnipotenza riservata a chi muta in oro tutto ciò che tocca, dovendo tuttavia affrontare una pressione e un’aspettativa cui nessun altro, provenendo dalle retrovie, aveva mai dovuto sottoporsi.

Eppure, a più di trent’anni dalla registrazione di quella storica combinazione di versi con cui lasciò di stucco Large Pro e tutto il resto della popolazione di New York piombando con la forza di un meteorite nella line-up di “Live At The BBQ“, Nasir Jones è ancora qui a raccontare di sé, di bilanci tra vittorie e sconfitte, di traversie legate al suo essere iconico, di cosa significhi indossare le sue scarpe e compiere il percorso che l’ha accompagnato sino a questo punto, ancora in splendida forma alla soglia dei cinquant’anni, con il tachimetro giunto a segnare l’album numero quindici di una discografia non sempre adeguata alle potenzialità espresse. Sull’efficacia di quelle pubblicazioni, tra picchi irraggiungibili e cadute rovinose, nulla dobbiamo aggiungere: è già stato detto e scritto tutto a tempo debito in maniera più che esaustiva; ciò che conta ora è l’attualità, la quale ha visto sorgere un ritrovato equilibrio grazie alla fruttifera collaborazione con Hit-Boy, che se non altro ha spazzato via l’importante coltre di sfiducia nel mezzo della quale molti fan avevano perso l’orientamento. Per quanto il suddetto sia lontano dall’idea di producer con cui avremmo voluto associare il ritorno del Re a uno state of mind collegabile a quello degli esordi (d’altro canto, Pete Rock pare più interessato ad alimentare polemiche sterili e condividere idiozie sui social network…), gli va dato atto di essere riuscito a rimettere in carreggiata le quotazioni di quell’ex ragazzino prodigio che soleva osservare il quartiere dalla finestra di un fatiscente appartamento popolare, per poi ricavarne rime scolpite nella pietra.

Stabilire se “King’s Disease III” sia il migliore di questa trilogia che lo stesso va a chiudere è un esercizio del tutto legato al gusto personale; pare invece poco discutibile l’oggettività nel sostenere che sia proprio quest’ultimo lavoro a restituire a Nas un legame con le sue origini, rinunciando a seguire quanto dettato dalla moda. Un sospiro di sollievo, questo, per chi ha atteso il momento per decenni, nonché scelta artistica che evidenzia il bisogno del Nostro di acquisire nuovamente una certa dose di street credibility, per quanto ci si debba comunque adattare a dei compromessi, se non altro per lo status di affermata superstar globale. Se la sua maturazione era comunque evidente a seguito delle problematiche personali raccontate su “Life Is Good“, qui sopraggiunge una notevole prova di saggezza, quasi inedita se relativizzata a un genere ancora molto giovane, per quanto faccia piacere dimenticarsi che anche i suoi esponenti, prima o poi, invecchino. La differenza è data dall’atteggiamento: anziché vivere sulla gloria passata, Nas si presenta in uno stato di forma mostruosamente inalterato.

La dimostrazione di longevità è il soggetto principale di un album che giunge in un momento nel quale l’artista possiede una chiara visione della sua identità e una fiera consapevolezza dell’evidente peso specifico che ha rivestito per l’Hip-Hop, misurandosi con una realtà – soprattutto economica – assolutamente diversa rispetto agli inizi, senza tuttavia perdere il filo con le origini (<<rep that 718, it’s hard to depart from that feelin’/…/I ain’t forgot the roaches and the mices>>“Legit”), con le strade dov’è cresciuto, con le persone che non hanno avuto la fortuna di essere ancora qui con lui. C’è un tempo per le rimembranze e ce n’è un altro per godersi tutti i frutti del successo e permettersi quell’ostentazione autocompiaciuta che tanto appaga l’ego (<<I’m free as I ever been, I might hop on a jet to Japan/just to eat sushi if customs let me in>>“WTF SMH”), ma non per questo ci si dimentica di rivestire un ruolo determinante per la comunità, essendone un esempio nel mettere a disposizione la fama per scopi benefici. I messaggi più importanti dell’album sono infatti legati alle legittime ambizioni riposte nei propri mezzi, un’influenza positiva che delinea tanto gli utopici sentimenti di “Don’t Shoot” quanto la presa di coscienza di sé di “Legit” (ma quanto è bello quel giro di piano?!).

Nas mantiene quanto promesso in apertura dei giochi (<<the audacity masterfully crafted these classics/so naturally, had to be Nasty back at it/they argue “KD1”, “KD2” or “Magic”, what’s harder when “KD3” go harder than all of them?>>“Ghetto Reporter”) e ci va giù duro, per davvero. Si diverte a far riecheggiare scherzosamente “Ether” anche in tempi di pace tra gli eleganti archi di una “Thun” spedita dritta negli annali, giusto per ricordare che l’orgoglio per quella corona cittadina è sempre pulsante; offre una lezione universitaria di traccia concettuale erigendo la maestosa “Michael & Quincy” su una fitta serie di comparazioni evocative; ricorda di possedere una rara creatività e mette giù intere strofe figurative, impersonando direttamente la tipica contesa Hip-Hop fluendo tra le battute in maniera eccelsa, espandendo magistralmente il significato di “Beef” in contesti storici, nonché universali. Chiaro, poi, come il peso di anni di critiche si faccia avvertire e si senta nuovamente la necessità di estrarre qualche pietruzza scomoda dalle costose calzature, lasciando spazio alle punte velenose della concettualmente originale “First Time” (<<first time you heard Nas you probably heard somebody say that I pick bad beats>>), allestita su un testo tutto da godere.

Una penna del genere non ha certo necessità di inutili featuring selezionati solo per dimostrare di saper stare nel presente (chiara pecca del primo “King’s Disease“) o ammiccare in maniera esplicita al mainstream, dal quale Hit-Boy prende fortunatamente le distanze dimostrando di comprendere appieno le attuali esigenze del suo prestigioso cliente. All’ottima produzione va dato il merito di aver tolto di mezzo quel senso di disagio così tante volte generato dall’associazione tra un sopraffino talento metrico e beat insoddisfacenti: il producer sfodera un ampio arsenale di sezioni ritmiche, trovando un ideale baricentro tra l’indole pulita delle sue sonorità e l’obiettivo di mantenere quell’aria di ruvidità che pervade parecchi momenti del disco. Si va dai tagli al laser dei brevissimi sample di “Michael & Quincy”, una vera mattonata in stile newyorkese, alla raffinatezza in stile Bad Boy di “Serious Interlude”, dalla linea di synth offuscata dell’avveduta “Once A Man, Twice A Child” alla squisita modernità di “30” (altra idea comparativa assolutamente vincente), dalla densa durezza nella commistione tra campionatura tradizionale e strumentazione moderna che dona un’aura magica alla deliziosa “Recession Proof” al clamoroso beat switch di “WTF SMH”, terminando con la marcetta militare di “Til My Last Breath”, sulla quale scorrono ideali titoli di coda a conferma di una direzione scenica assolutamente centrata. Certo, qualche mediazione va pur sempre mandata giù, se non altro perché Nas sa di doversi confrontare con delle grandi platee, considerazione che giustifica la presenza della potenziale club hit “Hood2Hood” (comunque non male) o di leggerezze come “Get Light” (più difficile da digerire).

Mentre in giro per il web ci si chiede quale sia il miglior risultato del prolifico fatturato che Nasir Jones ha emesso nell’ultimo triennio, dal nostro personale punto di vista non sussistono dubbi: chi ha atteso, sperato, si è illuso inutilmente, desiderava un nuovo classico che rendesse giustizia al passato, se lo troverà servito su un piatto il cui valore rispecchia in toto quei tre lingotti che risplendono in copertina.

Tracklist

Nas – King’s Disease III (Mass Appeal Records/The Orchard 2022)

  1. Ghetto Reporter
  2. Legit
  3. Thun
  4. Michael & Quincy
  5. 30
  6. Hood2Hood
  7. Recession Proof
  8. Reminisce
  9. Serious Interlude
  10. I’m On Fire
  11. WTF SMH
  12. Once A Man, Twice A Child
  13. Get Light
  14. First Time
  15. Beef
  16. Don’t Shoot
  17. Til My Last Breath (Bonus Track)

Beatz

All tracks produced by Hit-Boy except tracks #11 by Hit-Boy and Jansport J and #12 by Hit-Boy and Chauncey Hollis III

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