Apollo Brown and O.C. – Trophies

Voto: 4,5

ABOCtrophies500Sono passati tanti anni da quando Flavor Flav se ne fotteva il giusto di un Grammy, ma certi concetti tendono a restare immutati nel tempo, almeno per chi antepone lo spirito alla chincaglieria. Le considerazioni e i paragoni che si possono offrire prendono un numero potenzialmente infinito di campi e professioni, in questa sede però si parla solo di musica e dell’arte di saperla fare, andando molto più in là della superficialità applicata da chi giudica se un disco è un classico basandosi sul numero di unità vendute. “Trophies” è esattamente questo. E’ un’opera capace di scendere due gradini in più di profondità, è un attestato della professionalità di chi l’ha scritto e composto che non ha certo bisogno di chissà quale collocazione all’interno di una classifica, oltre che costituire una – speriamo – non rara opportunità di sentire quindici tracce conseguenza dell’incrocio tra uno degli mc’s più talentuosi e sottovalutati della storia e un produttore in inarrestabile ascesa, che un bel giorno verrà ricordato come un asso di indiscutibile valore.

La sostanza di un album è composta dalle sensazioni che riesce a lasciare, dalle emozioni che fa affiorare, elementi che sfilze di dischi d’oro appesi alla parete di una villa da sogno non possono replicare. Nell’era dell’esibizionismo da award e delle amicizie plastificate tra gente piena di soldi ma priva di sentimento, Omar Credle ci omaggia con un atteso ritorno, scoprendo per la prima volta i benefici di legarsi alla Mello Music Group e il suo modo di concepire l’Hip-Hop, ottimizzando l’opportunità di lavorare col signor Apollo Brown, un produttore con la p maiuscola che ha il pregio di essersi riuscito a costruire uno stile distinguibile e inimitabile, laddove molti  fanno il minimo per guadagnare il massimo e magari passano pure per creativi. Ci sarà pure un motivo se viene la pelle d’oca ascoltando attentamente ciò che O.C. ha da dire sull’industria discografica, sulla sua lunga assenza dalle scene e sulla coerenza artistica sopra la splendida base confezionata per “Prove Me Wrong”, pezzo che sembra circondato da un’aura magica tutta sua, o arrendendosi dinanzi alla creatività di una traccia come “The Pursuit”, boom bap di una potenza assurda che apre le ostilità a dovere, nel quale si narra di una fuga dalle forze dell’ordine in un inseguimento degno di O.J. Simpson, facendo immediatamente emergere la forza descrittiva del rapper. Certo, poi c’è anche da dire che O.C. non incanta solo perché fa riflettere, sa pure catturare col suo estro nello scrivere strofe su un argomento frivolo come le sessioni di fumo, qui trasformato in una schiera di immagini rilassanti (<<Tranquil as my feet in the sands of Antigua>>) dipingendo con colori tutti suoi la fuga da uno stress che si fa sempre più opprimente (“Anotha One”), così come sa far valere la sua minuziosità raccontando di una possibile calamità naturale – ispirata dagli eventi atmosferici dell’anno passato che inondarono una parte di New York – che lui stesso mette in scena con una dovizia di sensazioni, visioni e particolari che fanno sentire parte integrante della catastrofe imminente (“Nautica”).

“Trophies” offre l’ottica di una persona che, seppur dotata di talento, è altresì capace di riconoscere i suoi limiti, di rimediare agli errori scaturiti dall’inesperienza, non a caso più di qualche testo è dedicato al consiglio, alla motivazione, al giusto indirizzamento nei confronti dei più giovani da parte di un veterano che ne ha viste tante – e più di tante vorrebbe non vederne più. E’ esattamente su quest’onda che arriva la spinta emotiva di “Options”, la quale invita a non scoraggiarsi davanti alle decisioni sbagliate e a trarne l’esperienza corretta, di “Fantastic”, una capiente retrospettiva personale compressa in poco più di due minuti, nonché di “Caught Up”, che si sdegna di fronte a ragazze che si prestano a qualsiasi cosa davanti a rapaci promesse mai mantenute solo per trenta secondi di fama. Uno dei passi più emozionanti è, nel contempo, un omaggio a chi quest’artista lo ha influenzato, un tributo chiamato non troppo casualmente “The Formula”, sensibile e delicato nelle parole e nelle musiche, che va indietro nel tempo per ricordare come si è imparato a gestire la dizione, il flow, il ritmo, levandosi simbolicamente il cappello dinanzi a D.O.C. e al suo “No One Can Do It Better”. Apollo Brown è l’ideale contraltare di tutto ciò, le sue basi intrise di bassi vibranti trasmettono emozioni pari a quelle delle liriche e sono ottenute dal solito maniacale lavoro di taglio e cucito che coinvolge fiati, violini, organi, piatti, pezzi di batteria e, in genere, tutte quelle strumentazioni pescate a piene mani da vecchi cimeli Jazz, Blues e Soul, allargando saltuariamente gli orizzonti a campioni impensabili, come quando riesce a infilare i Cream e la loro “White Room” in “The First 48”, non scordandosi mai di rifinire il tutto con il caratteristico fruscio di sottofondo divenuto marchio di fabbrica di ogni sua creazione. La promessa di un classico sfornato da due pesi massimi per una volta è mantenuta sul serio, non c’è spazio per niente che potesse essere omesso, per nulla che possa essere considerato superfluo. Un fantastic piece of architecture, come suggerisce il cantato che fa calare il sipario su uno dei migliori dischi che il duemiladodici sia riuscito ad offrire.

Tracklist

Apollo Brown and O.C. – Trophies (Mello Music Group 2012)

  1. Trophies
  2. The Pursuit
  3. Prove Me Wrong
  4. Nautica
  5. Anotha One
  6. Disclaimer
  7. We The People
  8. Signs
  9. The First 48
  10. Angels Sing
  11. Just Walk
  12. The Formula
  13. People’s Champ
  14. Options
  15. Caught Up
  16. Fantastic

Beatz

All tracks produced by Apollo Brown

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