Intervista a EliaPhoks (12/12/2022)

A una settimana circa dal lancio del disco, avevamo in programma il preascolto di “10.5” con EliaPhoks e Gionni Gioielli. Per impegni sopraggiunti, l’appuntamento è slittato; perciò ne abbiamo approfittato per gustarci più volte questa nuova uscita garofanata e organizzare le domande da sottoporre a un Elia che – credeteci sulla parola – sembra illuminarsi in volto quando racconta della sua ultima fatica…

Bra: il tuo nome si fa largo nell’ambiente soprattutto quando pubblichi “Buonanotte Phizzy Boy”, prodotto per intero da St. Luca Spenish – era il 2014. Raccontaci per sommi capi la tua gavetta nell’ambito dell’Hip-Hop.
EliaPhoks: diciamo anzitutto che vengo dalla scena dei graffiti e Phoks era il mio nome da writer, come mi chiamava la gente per strada. In generale, l’Hip-Hop è sempre stato un mio pallino proprio da quando ero un ragazzino – dodici/tredici anni; ovviamente ho vissuto tutte le varie fasi di quello che succedeva in città in quel periodo, ho avuto diverse crew tra le quali i Combomastas (con Othello, Secco Jones e Davide Shorty – ndBra) e a un certo punto ho cominciato a fare qualcosa con Street Food, che era una piccola realtà indipendente e con la quale è nato il mio primo disco ufficiale. Ma abbiamo fatto anche molte cose in gruppo, featuring e via dicendo; e ciò mi ha permesso di concentrarmi anche sulle robe degli altri, di sviluppare le loro idee, perché avevo già un’agenzia pubblicitaria e sono un grafico… A una certa, però, mi sono detto ok, ho qualcosa da dire e il risultato è stato “Buonanotte Phizzy Boy”, anche se poi mi sono un po’ fermato perché ero parecchio assorbito dal lavoro.

B: per certi versi entri nella scena palermitana passando dalla porta principale, affiancando abbastanza presto artisti come Bras, Louis Dee e lo stesso Spenish. Che fermento c’era all’epoca e come sono cambiate le cose in questi dieci anni abbondanti?
EP: guarda, è un argomento che ho trattato proprio con Louis Dee per una data di Flow per sempre e ti posso dire che l’intenzione della nostra generazione era appunto quella di distruggere la tradizione delle due fazioni che si opponevano a Palermo. Quella in cui sono cresciuto io era una scena abbastanza conflittuale, nella quale la diversità stilistica non veniva vista come un fatto positivo; si tendeva a creare una sorta di omologazione musicale e per me e i miei amici, che abbiamo sempre avuto un occhio verso gli Stati Uniti e magari eravamo sotto con cose come i Dipset e i Clipse, quell’immaginario street ma fresco, non è stata una passeggiata. La gente tende a mettere delle etichette, a creare separazioni… E invece gente come me e Louis, che facciamo pure cose diversissime, siamo diventati dei punti di riferimento non tanto per la musica, quanto per il modo di vederla, un’espressione che sia davvero libera. Che è ciò che ammiro oggi della nuova scena palermitana: fare quello che si vuole per me è un valore grandissimo, io ti stimo anche se fai cose che mi fanno cagare ma le fai perché è quello che senti di fare.

B: veniamo a “Ragazzi per sempre”, che esce a sette anni di distanza dal tuo primo lavoro solista. Prima dicevi che quest’intervallo è dipeso in sostanza da motivi di lavoro, ma quanto è stato difficile riprendere il cammino in un mondo che – lo sappiamo – cambia volto di continuo?
EP: non è stato difficile di per sé, ma è stato difficile fare il disco. Avevo un album pronto con Bras che poi non è uscito, nel mezzo purtroppo c’è stato il lutto di Jamba, quindi alcune cose diciamo che le ho prese da lì quando Spenish mi ha chiamato…
B: …non sembra affatto un disco di recupero!
EP: ti racconto bene la storia. Io ero in ferie, lui scende da Bologna e mi fa dobbiamo fare un disco; io ero molto preso dalle mie cose, volevo stare tranquillo, però avevamo a disposizione lo studio di Dj Rage – con cui divento amico in quel periodo – e quindi registriamo tutto, partendo dalle cose che avevo già scritto. Poi un giorno Spenish mi chiama e mi fa ho parlato con Gioielli e il disco esce per MRGA! Io ero già loro fan e pensavo fosse più una cosa così, un’idea, invece il giorno dopo Gioielli mi chiama, mi dice che il disco gli piace e che vuole farlo uscire davvero per MRGA. Che poi in origine “Ragazzi per sempre” era una roba abbastanza diversa, con più synth e 808; e allora abbiamo tolto qualcosina, ne abbiamo riviste altre, sono stati aggiunti più sample ed è venuto fuori “Ragazzi per sempre” come lo conoscete.

B: in effetti, diversamente da chi si è aggiunto al progetto Make Rap Great Again partecipandovi anzitutto in veste di featuring, penso a RollzRois, Armani Doc, Gentle T o Toni Zeno, tu firmi subito un disco – pubblicato in combo con La Victoria Records – e ti imponi come uno dei volti di riferimento del collettivo. Da quanto mi racconti, magari neppure ti aspettavi l’ottima accoglienza che avete ricevuto…
EP: posso dirti che l’impatto che ha avuto “Ragazzi per sempre” sulla mia vita personale è stato enorme. Non ho fatto un disco di platino e non sono diventato milionario, ma mi sono accorto che quella era una parte di me che stavo trascurando, in cui riuscivo e che mi faceva star bene. E siccome i miei punti di riferimento – ovvero Spenish e Daweed – erano geograficamente lontani, ritrovare in MRGA una crew, un gruppo di amici che fosse molto compatibile con la mia visione musicale, cioè divertiamoci e facciamo, freghiamocene, mi ha fatto prendere consapevolezza di voler fare il rapper, a prescindere dal lavoro che svolgo nel quotidiano. Quest’energia mi ha portato a partecipare, a essere sempre disponibile con una nuova strofa, a esserci. Ed è stato bellissimo!

B: l’album – che ho ascoltato più di tutti gli altri nel 2021 – tra le righe racconta di Palermo, e lo fa citando apertamente due film iconici di Marco Risi, di piccole storie di emigrazione e di relazioni. Una densità, se vuoi, che si maschera nello stile molto diretto di questa wave; sei consapevole di aver realizzato qualcosa destinato a durare più di qualche ascolto?
EP: (ride – ndB) me ne sono accorto dopo… Io sono molto legato alla mia città – e si sente; una roba che mi ha sempre affascinato del Rap degli Stati Uniti è che spuntano di volta in volta questi rapper che fanno diventare leggendaria la loro città, basti vedere Griselda e Buffalo negli ultimi anni. Rendere iconico il posto da cui vieni è forse la cosa più bella che possa fare un rapper, prendere le proprie origini – punti di riferimento, luoghi, modi di dire… – e metterle in un disco. Io ho fatto questo. Il bisogno di raccontare la mia città e il mio modo di essere mi ha permesso di riversare tutta quella cultura in un album diventato a sua volta un punto di riferimento. Era ciò che volevo fare, so che il disco ha avuto un impatto nella vita di molte persone e che qualcuno può dire c’è un rapper palermitano che parla delle mie cose. Ora sì, sono consapevole di aver fatto un disco importante. E magari io quelle cose continuerò a dirle, a raccontarle, ma è anche per questo motivo che non ho fatto un “Ragazzi per sempre 2”.

B: ecco, veniamo a “10.5”. Un disco magari più immediato di “Ragazzi per sempre”, di puro impatto. Com’è nato e che tassello è, nel tuo cammino personale?
EP: guarda, quando io e Gioielli non sapevamo ancora cos’avremmo fatto, eravamo già d’accordo proprio su questa cosa, non volevamo fare di nuovo “Ragazzi per sempre”. Quel disco è diventato un cult, perciò è inutile rifarlo. E quindi abbiamo preso quello che ci piace di più, i sample, una certa freschezza, la roba spensierata, unendola col mio immaginario sullo sfondo. Questa è una cosa che mi ha detto Gioielli, aprendomi gli occhi; mi ha detto che da “Ragazzi per sempre” alla roba con MRGA ho creato un percorso e la gente mi sta apprezzando per questo, senza associarmi per forza al rapper che deve sempre e per forza parlare dei problemi della sua città. C’è un’evoluzione che in “10.5” secondo me si sente. Inizialmente mi ha inviato cinque beat, io ho scritto, abbiamo un po’ limato tutto e, pur lavorando a distanza, non ritrovandomi mai con una strumentale brutta tra le mani ogni piccola difficoltà è stata superata. E siamo andati avanti. Poi per certe cose Gioielli ha come delle intuizioni… Tipo per “Adidas Nite Jogger Ivy Park” mi ha detto ok, hai bisogno di un beat del genere – e io minchia, sì! Ed è andata così, di molti pezzi abbiamo remixato le prime versioni per dargli quella pasta lì, cercavamo di capire come stava insieme la tracklist, riascoltavamo tutto… Abbiamo lavorato un po’ a braccio, con la consapevolezza di poter fare una roba figa. E siamo molto contenti di com’è venuto.

B: in questo disco continui a fare una cosa che ci piace tanto, ovvero canticchi qualche ritornello e usi la voce in modi differenti. Sei un po’ – e sia chiaro che vuol essere un complimento – il Tormento di MRGA, si capiva anche da altre tue performance e me ne viene in mente una in particolare, “Susanna Messaggio” in “Festivalbars”. Questa breve premessa per arrivare a chiederti: da un punto di vista tecnico, di mera scrittura, quali sono i tuoi principali riferimenti nel Rap?
EP: (prende un lungo respiro e riflette – ndB) allora, il mio rapper preferito in assoluto è Pusha T, da lui ho preso quel modo di parlare di cose un po’ cattive, taglienti, ma in maniera elegante. Lui me lo studio tanto, soprattutto per le barre sul drug dealing e tutto quel filone lì. E’ roba che fa parte del mio bagaglio, che ho visto nella mia vita e che racconto, è il mio modo di essere narratore, faccio più questo che parlare di me. Per le cose più cantate, non ti saprei dire bene da cosa viene… Forse da 50 Cent, che quando ero più piccolino mi piaceva per come canticchiava alcune barre; ma forse ti posso citare anche i Club Dogo, che si cantavano spesso i ritornelli e a me sono sempre piaciuti un sacco. Ultimamente, soprattutto per “10.5” dove i ritornelli sono poco tecnici, più stonati, ho preso come riferimento French Montana, in un certo senso volevo fare qualcosa su quel genere, e Stove God Cooks, lui fa quelle robe a una linea sola, senza la doppia di supporto, canta come se fosse sotto la doccia ed è quello che ad esempio faccio io sempre in “Adidas Nite Jogger…”. Per “10.5” i riferimenti sono questi.

B: da St. Luca Spenish a Gionni Gioielli. Che differenze cogli nel lavorare con l’uno e con l’altro?
EP: con Spenish c’ho fatto praticamente tutta una vita di Rap, siamo ipercompatibili… L’altro giorno eravamo in studio con Nex e abbiamo fatto un pezzo in un’ora e mezza, così, chiuso. Con Gioielli ovviamente c’è un altro work flow, anche per via della distanza; però quando dobbiamo fare qualcosa ci viene sempre facile. Lui non è uno che ama i ritornelli, ma ha visto che in me questa cosa è un punto di forza e non ha mai provato a impedirmi di fare quello che mi viene bene. Di contro, proprio per via di questa interazione, con “10.5” io magari ho fatto un disco più MRGA, trovando stimoli per me nuovi. Forse potrei dirti che differenza c’è se lavorassi in presenza anche con Gioielli, tuttavia mi sono trovato talmente bene a farlo anche così che proprio non so dirti… Cioè, gli scarti di questo disco sono dei beat assurdi che mi mangio le mani e dico minchia, forse potevo farci qualcosa

B: stando al gusto musicale, “10.5” abbonda di Soul. E’ un’impronta del solo Gioielli, che a sua volta non fa certo mistero di apprezzare un certo tipo di beatmaking, o c’è anche del tuo?
EP: quando Gioielli mi ha proposto di fare un disco assieme io gli detto sì, però facciamo un disco di Gioielli che produce EliaPhoks, non voglio romperti i coglioni… E ovviamente lui mi ha risposto figurati se mi faccio rompere i coglioni! (ride – ndB) Quindi il mood iniziale è quello, mi ha mandato qualcosa su misura per me, per come lui la vedeva per me. Tipo un beat come quello di “Nike Cortez” credo non lo avrebbe mai proposto a Blo/B o a RollzRois, sa che quella è una roba che piace a me, con quella cassa dritta. Così come sa che mi piacciono da morire i campioni vocali Soul. Mi ha mandato esattamente i beat che volevo e quindi sono contento, perché in questo modo “10.5” è una via di mezzo tra quello che piace a entrambi.

B: domanda consequenziale alla precedente. In futuro, dato che non hai preferenze troppo rigide, credi ti misurerai anche con strumentali più – diciamo così – spiccatamente moderne?
EP: guarda, non mi creo dei paletti. In questo momento mi trovo molto bene sulle cose su cui sto scrivendo, ma se domani dovessi fare anche un altro tipo di percorso non ci troverei nulla di strano. Non ti posso dare troppi dettagli, ma sto già lavorando anche con dei producer che fanno altra roba: se penso che cantare un ritornello, attaccare due/tre linee e far suonare tutto in una certa maniera possa portare a un bel pezzo, lo faccio. Non metto limiti alla musica, fermo restando che il mio presente è ciò che faccio con MRGA.

B: sneakers, donne, calcio, arte, autocelebrazione… “10.5” è appunto un disco che sta perfettamente in quello che oramai chiamiamo canone MRGA, ma in realtà parliamo di qualcosa che – con riferimento all’underground – si sta allargando a macchia d’olio. Da questo punto di vista, credi che l’Hip-Hop italiano stia cambiando e che in parte sia anche colpa/merito vostro?
EP: non credo MRGA possa cambiare il mercato, perché il mercato è troppo legato a dei fattori culturali – e quelli sono davvero difficili da cambiare. Secondo me il grande merito di MRGA è però quello di aver fatto diventare di nuovo cool il Rap, perché dopo un periodo in cui era solo una roba da backpacker, un po’ sfigato, MRGA arriva e dice noi parliamo quasi delle stesse cose dei trapper, ma lo facciamo in maniera figa, con cultura, ci mettiamo tutta quella knowledge lì – come dicevi tu: arte, sneakers… – e torniamo a dare una sua dignità a questa cosa. Cambiando l’underground, quello sì, e facendo diventare di culto i vinili, le maglie, le serate… Però stando sempre coi piedi per terra.

B: qualche tempo fa mi è capitato di leggere una tua vecchia intervista in cui dicevi di apprezzare molto Louis Dee (e avete collaborato più volte), Nex Cassel (ed eri già in “Rapper bianco”) e Marracash. La battuta sarebbe fin troppo facile, quindi non la faccio; in generale, la distanza tra underground e mainstream è un tema che sembra lasciarti abbastanza indifferente, vorrei sapere però se nel successo di un certo modo di fare Rap vedi più una potenziale occasione per far emergere anche realtà meno in vista o un ulteriore rischio di lasciare indietro chi non intenda adeguarsi a determinate mode e tendenze.
EP: ti dico la verità, non sono un fan di quella teoria secondo la quale il mainstream dà di riflesso visibilità all’underground. Penso siano due modi di vedere la musica completamente diversi, perché dietro ci sono culture diverse. Ti parlo per estremi, nella vita ognuno può ascoltare quello che vuole e molte volte queste dicotomie, è bianco o è nero, non mi interessano; ma dubito che chi ascolta oggi Marracash ascolti anche me – e viceversa. In sintesi, l’underground credo rimanga underground non perché ci si voglia ghettizzare, ma perché sia agli antipodi del mainstream. E infatti quando “Susanna Messaggio” è passata su Radio Deejay io non ho pensato che figata, ma minchia, ho fottuto il sistema! (ride – ndB)

B: toglici una curiosità. Di chi è il featuring non indicato in “Fila Tennis 88 BiggieSmalls Cream”?
EP: diciamo che è una mia amica molto conosciuta, ma che per motivi che potrò svelare solo più avanti non può apparire come featuring. Per ora purtroppo non posso aggiungere altro…

B: il disco è fuori, i feedback mi sembra siano positivi, MRGA è una macchina che non cala mai i giri del motore. Che momento è, per te, e come proseguirà quest’avventura?
EP: per me è un bellissimo momento, perché – mi ripeterò – sto facendo esattamente quello che mi va e la gente sta capendo il viaggio che ho deciso di intraprendere con “10.5”. Sono dove vorrei essere e – non te lo dico in maniera paracula – davvero non so cosa farò dopo; in questo momento mi sono imposto di godermi il disco e il mio momento di forma, sapendo che ci sono anche fasi di calo. Ho delle idee per il 2023, ma vorrei tenere ancora tutto come un’incognita, tranquillo del fatto che il Rap per me è una passione, non un lavoro.

B: come collettivo, avete pubblicato un numero di dischi che non ha pari nella realtà italiana – e non solo. Qual è, in generale, l’iter realizzativo di MRGA?
EP: per la lavorazione dei dischi, fondamentalmente decide Gioielli. C’è un grandissimo apporto creativo dato da Blo e Fabio, ogni tanto coinvolgono anche me, ma la maggior parte delle attività le calendarizza Gioielli. Poi noi ci muoviamo per le robe di grafica, i comunicati, ecc… Siamo una piccola factory che fa tutto da sé, non c’è un iter standard ma viaggia tutto sull’impeto del voler fare le cose e di volerle fare bene divertendoci.

B: c’è qualcosa che non ti ho chiesto ma ci tenevi a dire?
EP: no, mi hai chiesto delle cose molto interessanti che mi hanno permesso di parlare di quello che faccio e di “10.5”.
B: allora vorrei ci lasciassi con un tuo consiglio. Palermo è forse la patria italiana dello street food: quali sono i posti dove bisogna assolutamente andare?
EP: eh, bellissima domanda… Ci sono dei posti rimasti com’erano in origine, sicuramente Franco U’ Vastiddaru o anche Rocky, che fa il pane con la milza alla Vucciria ancora per strada, fino alla notte. Questi sono posti storici del centro, poi ci sono lo Stigghiolaro di San Lorenzo – le stigghiole sono delle interiora di agnello che vengono mangiate per strada – e quello sotto il Ponte di Viale delle Scienze, molto hardcore. Comunque nei quartieri coi mercati della tradizione lo street food è sempre buonissimo.

Raccogliamo i suggerimenti e ringraziamo Elia per la disponibilità, per la sincera felicità riversata in ogni risposta che gli consentiva di raccontare la propria musica e per le belle parole rimaste fuori dall’intervista. Se c’è altro da sapere, lo trovate in “10.5”!

Foto di Fulvio Bellanca.