Hermit & The Recluse – Orpheus Vs. The Sirens

Voto: 4,5

La mitologia greca definisce Orfeo come l’artista per eccellenza: musicista, sciamano, aveva la capacità di animare le foreste e incantare gli animali attraverso il suono della sua lira, strumento di determinante ausilio nel portare positivamente a compimento l’altrimenti improbo viaggio navale degli Argonauti. Il più che originale concept sul quale è fondato “Orpheus Vs. The Sirens“, opera edificata da Ka congiuntamente alla produzione del californiano Animoss sotto lo pseudonimo Hermit & The Recluse, utilizza gli scritti ellenici per creare una metafora che il disco accosta continuamente all’esistenza del suo protagonista, traendo ispirazione da ciascuna delle figure indicate nei titoli dei dieci brani proposti, all’interno dei quali Orfeo diviene un riferimento fisso.

Una volta compresa con adeguatezza la filosofia dell’album e analizzando a fondo quanto espresso dal criptico artista di Brownsville nel suo trascorso discografico, i paralleli si traggono in maniera del tutto automatica. Ka si è difatti distinto quale cantore delle proprie sofferenze interiori e dei luoghi che ad esse hanno dato origine, affrontando una realtà quotidiana basata sulla ricerca del perdono, della redenzione; perciò, proprio come Orfeo, è ampiamente qualificato per la definizione che ne individua l’arte quale mezzo in grado di compiere il viaggio dell’anima lungo gli oscuri sentieri della morte.

L’espiazione ricercata rappresenta la personale ascendenza su Ade che l’artista ha suo malgrado avuto in passato e detiene ancor oggi, seppure con motivazioni e dinamiche totalmente differenti. Le geniali analogie su cui sono accuratamente cuciti tutti i testi rappresentano chiavi interpretative di titaniche proporzioni nel cogliere correttamente una retrospettiva biografica nuovamente riesumata per permettere al protagonista di rimpiangere le proprie azioni nella stessa misura in cui le giustifica, raffigurando Ka quale ideale traghettatore dannato per l’eternità che accompagna l’ascoltatore attraverso quel grande mare che conduce al suo personale Inferno.

Il peso psicologico delle responsabilità è sorretto con sovrumana tenacia, ma pure con la comprovata stanchezza che conduce alla malinconica chiusura di “Atlas” (<<in my end days pray I save more lives than I take>>), recitata con quella tipica espressività spenta che ben si accoppia all’ipnotica produzione; la figura del project è differentemente simboleggiata a seconda delle esigenze, aprendo la scena a domande retoriche che tracciano le distanze tra il divino e l’insicurezza umana (<<survive ruins, was it my doing or fate/is this pre-scripted, or am I doing it great?>>“Fate”), nonché a efficaci raffigurazioni della vita nel ghetto (<<to face the sea without knowledge or skill brings only death>>), parte di una raccolta di dialoghi opportunamente campionati dalla pellicola “Jason And The Argonauts”.

L’impresa è ardua, ma il protagonista ci mette tutto il cuore.

L’ansiogena odissea generata dai cattivi ricordi provoca un comprensibile meccanismo di autodifesa, attraverso il quale parte l’ennesimo riesame delle necessità di agire in determinati modi non fruendo di altra scelta se non quella di proteggere se stessi e le poche persone fidate da quei luoghi scuri e malati, scegliendo sistematicamente la strada della violenza per compiere un’instancabile missione paragonata alla conquista del leggendario vello dorato (“Golden Fleece”), passando obbligatoriamente attraverso il crimine e accettando con rassegnazione di pagarne le conseguenze (“The Punishment Of Sysphus”).

Ka naviga all’interno dell’ennesima tempesta interiore con la solita eleganza stilistica, mischiando la ricercatezza del lessico alla brutalità dei concetti, eseguendo un lavoro metrico perfettamente corrispondente agli alti standard qualitativi da lui stesso cementati in passato. La libertà compositiva mantiene ogni brano a debita distanza dal rischio di cadere in strutture prevedibili, la misura delle strofe è irregolare e le stesse sono a volte interrotte, per lasciare temporaneo spazio a una particolare frase d’intermezzo che introduca la conseguente ripresa del medesimo gruppo di barre, o fungono da ponte per l’enunciazione del successivo, la diligenza nel posizionare rime spesso interne è come sempre massima, flow ed espressività non si muovono di un centimetro da canoni oramai assodati, ma niente di tutto ciò intacca l’intensità di quanto l’artista va a comunicare, merito anche di un wordplay entusiasticamente doppiogiochista (<<blocks of outlaws, but all we watch out for is the Sirens>>“Sirens”).

La sfida portata da un contesto di tale grandezza concettuale non si presentava certo semplice da affrontare per una mente estranea a quella di un protagonista abituato ad arrangiarsi in toto, impressiona quindi il fatto che Animoss riesca a costruire un apparato sonoro perfettamente adeguato ai gusti musicali e alle tecniche di acquisizione dei sample prediletti dal suo committente. L’essenza ipnotica che accomuna ciascun brano è di determinante rilevanza per il successo dell’operazione, le sezioni ritmiche non sono completamente assenti ma sono accennate in sufficiente misura, i loop sono per lo più costruiti sulla ciclica ripetizione della stessa porzione di campione con qualche piccola ma significativa variazione tonale, oppure incollando due sezioni di una stessa fonte con risultati assai gradevoli per l’orecchio.

Prevale la natura drammatica, con archi e saltuari sintetizzatori atti a rappresentare le intensità delle traversie emotive dei testi, chitarra e organo sono tra gli strumenti più gettonati, estratti da contesti datati che riescono a trasmettere una sensazione coerentemente arcaica spruzzata da tratti di psichedelia, assemblaggio di sonorità in grado di creare un sapore epico senza appesantire il risultato finale con possibili forzature nei confronti del contenuto tematico.

“Orpheus Vs. The Sirens” compiacerà il consueto e ristretto circolo di ammiratori che Ka è riuscito a costruirsi attorno con la stessa cura con cui progetta le proprie rime, una cerchia ben identificata e lontana da una massa che mai potrebbe comprendere appieno il fascino di questa poesia urbana intenzionalmente ermetica e la densa oscurità di quei suoni ossessivi e ammalianti, affermandosi quale ennesima opera d’arte di una produzione discografica da sempre contraddistinta dalla sua unicità.

Tracklist

Hermit & The Recluse – Orpheus Vs. The Sirens (Obol For Charon Records 2018)

  1. Sirens
  2. Fate
  3. Orpheus
  4. Atlas
  5. Argo
  6. Golden Fleece
  7. The Punishment Of Sisyphus
  8. Hades
  9. Oedipus
  10. Companion Of Artemis

Beatz

All tracks produced by Animoss

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