Daniel Son and Futurewave – Son Tzu & The Wav​.​God

Voto: 4

Sembrerà un paradosso, ma raccogliere informazioni su una particolare discografia oggi non è compito agevole, tanto alta è diventata l’intensità che contraddistingue la costanza nelle pubblicazioni. Non è raro imbattersi in copiosi elenchi di uscite già giunte alla doppia cifra nonostante le giovani età di autori che sfornano più dischi nello stesso anno solare e Daniel Son, rapper poco più che trentenne cresciuto nel gelo delle strade di Toronto, costituisce un ottimo esempio di ciò. C’è infatti parecchio da dissotterrare all’interno di una cronologia ufficiale che non ha ancora toccato i dieci anni di attività ma vanta numeri di tutto rispetto tramite l’aiuto della Crate Divizion, team di produzione composto da nominativi già noti all’underground (Vic Grimes, Giallo Point, PhybaOptikz), e al concittadino Saipher Soze, co-autore del progetto “Divizion Rivals“, rispecchiando in toto l’esigenza di chi non è così conosciuto da potersi permettere intervalli realizzativi troppo dilatati.

Al di là di quanto detto, la fotografia attuale della carriera di Daniel Son evidenzia come la stessa stia vivendo un periodo di particolare prolificità nelle interazioni con Futurewave, altro conterraneo che sta muovendo onde sonore di discreta altezza. Già apprezzato in occasione di “Razor’s Edge“, realizzato con l’ottimo Rome Streetz, il producer canadese professa intuizioni compositive basate su un boom bap infettivo, ricco di elementi classici ma non ovvi, lodevole per la complessità delle strutture ritmiche e ricercato nell’efficacia esplorativa di vari generi musicali dai quali attingere per l’estrazione dei campioni, delineando uno stile che punta esplicitamente verso il filtraggio a bassa fedeltà delle sezioni ritmiche e al reperimento di sample per nulla ovvi, delineando atmosfere scure, misteriose, lunatiche – chi più ne ha, ne metta.

Pubblicato in coincidenza dello scorso capodanno, attento nel catturare l’attenzione con le sue citazioni alla cultura orientale tanto nella raffigurazione visiva che negli inserti audio di vecchie pellicole (elementi che, se mischiati al Rap ruvido, risvegliano sensazioni sempre molto piacevoli), “Sun Tzu & The Wav.God” rappresenta una sintesi più accurata di altre nella testimonianza della reciproca funzionalità tra i due interpreti. Il rapper possiede un metodo espressivo molto concreto, un linguaggio diretto e quasi del tutto privo di metafore o similitudini, adatto a formare cronache di strada raccolte attraverso un indotto di pensieri, timori, paranoie, traumi, considerazioni sul proprio vissuto, legando l’insieme al tangibile senso di appartenenza verso una realtà dentro la quale c’è una scena sottoesposta molto viva, per quanto sia distante dalle luminescenti levigature emanate da chi si è atteggiato in cima alla CN Tower con l’indispensabile ausilio di Photoshop. C’è dunque da riscontrare una prestazione corposa, costruita su una metrica meticolosa nel cercare con assiduità la rima doppia a flusso sostanzialmente continuo (<<I be the man of the hour/all the wolves starving, your plans get devoured/they got their hands out, I got the hand with the power, grams and the powder/out in New England mixin’ clams with the chowder>>“Son Rise”), donando una gradevole musicalità a un enunciato dal timbro gutturale, abbinato a una pronuncia chiusa che sceglie talvolta di saltare alcune consonanti per creare una migliore definizione dello stile, insieme di qualità che permettono a Daniel di provare il suo valore.

Le sinergie conducono così alla trascrizione di sensazioni e ricordi non sempre agevoli da riesumare, di scelte forzate o agitate riflessioni derivanti dal metodo di conduzione della propria esistenza sopra a beat edificati con gusto non meno che eccellente. La cadenza del Rap si incastra con naturalezza nelle battute fornite da batterie dure, ovattate, complesse per come inseriscono spesso e volentieri giri di rullante, dando vita a pezzi che custodiscono una delicata anima Jazz (la stupenda “Hallelujah”, come pure la grintosa “Talk To Yourself”), offrono eleganti giri di piano appaiati a trombe statiche che, nonostante si adagino sul fondo del brano, ne rappresentano una chiave essenziale alla pari della marmorea sezione ritmica (“Full Moon”), e pongono sotto i riflettori tutta la versatilità di un’intelligenza compositiva che non si limita a stendere un campione ripetuto sopra ai canonici quattro quarti, anzi, in alcuni casi varia le marce a piacimento e lo fa con successo. Futurewave ha indiscutibile personalità nel gestire beat switch da urlo, confezionando episodi come “Stove Dance” attraverso batterie appena accennate per poi variare improvvisamente il loop, aggiungervi tamburi deliziosamente filtrati lasciando intatta la natura stessa del pezzo (<<hard to breathe in the city, bunch of demons of death/Ricochet hit your leg, make you lean to the left/fiends circle right back, try increase the effect>>), un’elettricità che riconduce a “Nostrildamus”, memorabile nel suo passare dalla tranquillità del Jazz alla vivacità del giro di hammond tra una sirena che passa sotto le finestre di casa e un’ambientazione fredda nell’immaginario lirico (<<my heart in a ice box, my chest froze/…/my life is a movie that I hope to finish>>).

Ben giocate sono altresì le manche con le collaborazioni esterne, azzeccate e coerenti agli intenti. Rome Streetz fa la voce grossa ma non avevamo aspettative diverse, aggredisce la tensione di “Field Trips” buttando giù la blindata a calci con quell’energica arguzia nel sillabare che tanto ci piace per come tende a polverizzare la folta concorrenza senza giri di parole (<<hard to slow down, I’m accustomed to makin’ dough fast>>), realizzando una combinazione che vede l’attore principale raggiungere risultanze altrettanto godibili e una produzione allucinogena à la Muggs, ma con quel pizzico di up-beat in più. Pro Dillinger, il meno impressionante tra i featuring, è comunque di buon ausilio nel dipingere il quadro triste ma realistico che ha luogo in “Death & Taxes”, sorretta da un mesto comparto sonoro ove Daniel si gestisce con autorevolezza (<<them body shots caught him in the liver/got a thousand different words for how I brought ‘em in the picture/the actions speak louder, they talk and we deliver/how they gonna chalk him at the bottom of a river>>). Flee Lord dona diversità metrica al contesto e caccia fuori un paio di intrecci ritmici da annotare sopra ai pezzi di chitarra campionati su doppia scala assieme a quel gong che fornisce a “Third Eye” quel senso di pacifico e spirituale. Saipher Soze, infine, collega ma pure amico di lunga data, contribuisce al calo del sipario con un flow degno di nota, lasciando che il termine dell’esperienza d’ascolto venga lentamente avvolto dal tetro grigiore di quello che pare essere un arpeggio rallentato, facendo respirare in “Son Set” una palpabile ansia.

Difficile quindi trovare un difetto vero e proprio, se non il fatto che l’album sarà quotato al punto da confondersi nella miriade di uscite similmente gritty, limitandolo nell’avvicinarsi alla notorietà di quei dischi invece già candidati ai vari podi di fine anno. “Son Tzu & The Wave.God” è semplicemente efficace nell’orchestrare il funzionamento di tutti i suoi elementi, rivelandosi un’operazione dalla quale Daniel Son e Futurewave escono con la prospettiva che il lavoro dedito (nel frattempo sono usciti altri due dischi da approfondire, “The Bush Doctor” e “As The Crow Flies“, tanto per avallare il ragionamento fatto in apertura…) possa finalmente costituire per entrambi un passo decisivo verso l’agognata partenza da quella rampa di lancio nella quale non meritano di rimanere fermi.

Tracklist

Daniel Son and Futurewave – Son Tzu & The Wav​.​God (Daupe 2022)

  1. Son Rise
  2. Full Moon
  3. Field Trips [Feat. Rome Streetz]
  4. Nostrildamus
  5. Death & Taxes [Feat. Pro Dillinger]
  6. Hallelujah
  7. Third Eye [Feat. Flee Lord]
  8. Stove Dance
  9. Talk To Yourself
  10. Son Set [Feat. Saipher Soze]

Beatz

All tracks produced by Futurewave

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