UFO Fev and Body Bag Ben – Thousand Yard Stare
I quartieri popolari di New York raccontano storie non troppo dissimili l’una dall’altra e quella di Anthony Ortiz non fa eccezione: la sua è stata una crescita contraddistinta dalla costanza nella presenza di madre e nonna, in un appartamento molto più che modesto e sistemato nel classico palazzone costruito in economia, nella parte più a est di Harlem, dove risiede la maggior parte della comunità che porta fieramente con sé l’orgoglio dell’origine portoricana. Il sogno di Anthony era altrettanto simile a quello di tanti altri ragazzi della giungla urbana, ovvero emulare i suoi eroi, diventare come loro e, soprattutto, avere un conto in banca come il loro, giusto per non dover più patire certi disagi e preoccupazioni per il resto dei suoi giorni; tanto meglio se questi mostri sacri portavano cultura e genetica latina, alimentando il pensiero che, se Big Pun e Fat Joe ce l’avevano fatta, allora la partita poteva essere alla portata anche di qualcun altro, senza che la stessa fosse necessariamente da decretarsi persa in partenza. Tra una rima e l’altra, Anthony ha messo in circolo il proprio nome, trovandosi un nick originale e ambizioso (acronimo di Unidentified Flowing Object), mentre il resto, secondo leggenda, l’aveva fatto Black Rob, che conosceva Ortiz da una vita, avendo condiviso il domicilio in un altro appartamento del complesso conosciuto come Thomas Jefferson Houses, facente parte del quartiere denominato El Barrio, proprio per l’alta presenza di etnia di estrazione ispanica. Fev, diminutivo di Fever, secondo Rob riassumeva bene il promettente talento metrico del ragazzo, dando il via a una seria opportunità di lasciare gli angoli delle strade, fino a quel momento unica alternativa affrontabile per tentare di gonfiare i propri redditi.
Oggi UFO Fev ha trentotto anni, due figlie per le quali desidera essere presente e, pur avendo cominciato tardi a incidere rispetto alla consuetudine, ha già messo a referto una decina abbondante di sigilli, arrivando a generare interesse ben oltre i confini del suo amato quartiere. Si presenta come un ragazzo sicuro ma semplice, sorridente, di portamento autentico, lontano dal camuffarsi al solo scopo di prendere scorciatoie. Uno dei temi portanti di “Thousand Yard Stare“, realizzato in collaborazione con Body Bag Ben, è infatti quella particolare soddisfazione di avercela fatta da solo, senza aiuti, al netto di conoscenze di convenienza o spintarelle da gente meglio posizionata di lui nell’Industria, a conferma di un talento maturato, ben rifinito, che ne delinea i tratti da paroliere del ghetto di pregevole fattura. Lodevoli anche gl’intenti, i quali riflettono quella realness predicata da tanti ma effettivamente vissuta da un numero assai inferiore di artisti, un sentimento che si sente fortemente nelle parole, nei concetti espressi, nell’eleganza con cui le metafore raccontano esistenze difficili mantenendo una prospettiva positiva e fiducia in ciò che si sta facendo, a testimonianza della serietà con cui Fev sta oggi gestendo il suo personale mazzo di carte.
Come spesso accade, l’attività dei rapper meno conosciuti è assai vivace, tant’è che subito dopo quest’album ne è arrivato immediatamente un altro (“Pyramid Schemes“, con Vanderslice alle macchine), tuttavia la scelta di recensire il suo lavoro è caduta qui per la maggior attinenza della produzione al tipico sound duro e grezzo della New York che spacca, un apparato che sa di cemento, palazzoni altissimi, playground con le retine in ferro e muri coloratissimi dalle bombolette spray, che Ben insaporisce esplicitando qualche elemento etnico senza alterare una formula che, se il produttore ci sa davvero fare, alla fine funziona sempre. Ne è conferma la pura abrasione di “Savignon Blanc”, pezzone introduttivo ottimamente condito da un minaccioso loop di trombe steso su un quattro quarti di puro granito, un beat sostanzialmente perfetto per condividere la competente dimostrazione di braggin’ rights offerta dal rapper, dalla quale s’intuiscono natura e scopi, riassunti da quel voler primeggiare con le rime rendendo orgogliosi gli antenati di matrice latina, che Rap di qualità, ai quartieri ispanici della metropoli, ne hanno fornito a tonnellate. Le origini povere giocano come sempre un ruolo determinante per fomentare la motivazione, per trovare in sé quel valore che la società non riconosce, come sostiene la scura “Stay Healthy”, la cui chitarra latina aggiunge carichi di tensione, rappresentando ciò che effettivamente è la vita di moltissimi giovani racchiusi nel cerchio della miseria, evidenziando un forte senso di sopravvivenza e trovando soluzioni di ogni genere, incanalando una frustrazione che sembra non passare mai (<<all the knowledge in the world then you can’t get you a check/nobody comin’, you still waiting by them projects steps/youngest dying over the clout, others over a set/pardon my ways but ignorance pays>>).
“Chosen” è altrettanto convincente, si evince un buon uso della metafora, per quanto questa sia già stata parafrasata da tutti coloro che sono partiti dal basso arrivando a quote quasi vertiginose, segno di una scalata sociale di quartiere che sta centrando l’obiettivo man mano che la propria fama cresce, assieme a quella buona reputazione lirica che in ambienti come questi è necessario saper mantenere per sostenere la propria credibilità di strada, altro tema assai caro al Nostro. Non a caso, parlando di predestinazione e combinazioni cosmiche già scritte, si riesce a dimostrare di puntare in alto senza necessariamente risultare sfacciati: d’altro canto, gli allacci figurativi fanno parte di un bagaglio molto interessante, altresì esemplificato da “G-Code” evidenziando la capacità di collegare le barre attraverso colori, sensazioni e immagini pertinenti l’una all’altra (<<rolling up, white flags they get the holding up/the last sale before we closed up/got ready ask him how he holdin’up he just stared, mouth frozen shut/cold game in the world gets even colder/there’s an Angel, dressed in Moose Knuckle right on my shoulder>>), Royal Flush è senz’altro pertinente alla causa e Ben alterna archi e campanelli confezionando un pezzo da ascoltare a ripetizione. Altrettanto, il ritornello di “Shop Open”, melodica e nel contempo arcigna, è intelligentemente ironico nella sua cantilena, in perfetto contrasto col severo viaggio nell’esperienza di strada affrontato dalle strofe, che con lessico stuzzicante narrano l’introduzione allo spaccio, rimanendo nel tema della sopravvivenza violenta (<<I’m outside all night howling at the night with my wolves looking for dog fights/we scared of canines, drugs and designer clothes/women that don’t ask no questions ‘cuz they know how it goes>>).
Spettro tematico e capacità liriche si ampliano di pezzo in pezzo, dando vita a dipinti eseguiti nel giro di poche barre, ma che in realtà racchiudono un arco temporale molto più ampio, facendo di “2 Big 2 Fail” – notevole anche la prestazione dello svelto Lukah – un head nodder d’impatto istantaneo. Infine, “STR8 Drop” infiamma con strofa e strumentale al vetriolo, entrambe rappresentative della durezza locale, “4 Letter Words” taglia opportunamente il campione di piano per farlo stare a tempo, documentando i lunghi passi dell’ascesa, prima di lasciare spazio a una chiusura di tutto cuore, rappresentata dal sentiero percorribile che si intende lasciare ai più giovani grazie alla carica d’intensità malinconica fornita da “4 My Young Boys” (brava e coerente pure Vel Nine) e “Dedicated To Nani Nu”, riservata alla figura della donna forte e mai dimenticata, della quale restano ancora ispirazione ed energia.
Tra le varie proposte che UFO Fev ha compresso in questi ultimi anni, “Thousand Yard Stare” pare essere una delle più complete: ora che il disco volante è stato avvistato, non resta che spargere bene la voce e fare spazio al suo futuro atterraggio.
Tracklist
UFO Fev and Body Bag Ben – Thousand Yard Stare (No Label 2025)
- Savignon Blanc
- Chosen
- Stay Healthy [Feat. Red Inf]
- Shop Open
- 2 BIG 2 FAIL [Feat. Lukah]
- G-Code [Feat. Royal Flush]
- STR8 Drop
- 4 Letter Words
- 4 My Young Boys [Feat. Vel Nine]
- Dedicated To Nani Nu
Beatz
All tracks produced by Body Bag Ben
Mistadave
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