Stove God Cooks – Reasonable Drought

Voto: 4

Il passo da una figura imprenditoriale di strada a un’altra è spesso breve e soprattutto benefico per chi lo esegue. Il panorama Hip-Hop offre non a caso un’ampia gamma di artisti capaci di creare il proprio business variandone in via significativa l’oggetto, passando dalla vita costantemente trascorsa sul filo del rasoio alla sala d’incisione tentando di replicare la stessa scalata al successo, smettendo tuttavia di dormire con un occhio sempre vigile e un’arma da fuoco sotto il cuscino. E’ un percorso solcato da chiunque arrivi effettivamente a rendersi conto che la permanenza presso gli angoli più pericolosi dei ghetti con un sacchettino in tasca può sfociare solo in pochissime alternative che spesso si traducono in galera o morte, chi è stato fortunato da uscirne calcolando correttamente i tempi ha puntato sulla sua stessa abilità per riuscire a diversificare l’investimento, piazzando il vecchio raccolto sulla realizzazione di dischi che proprio grazie all’esperienza diretta arrivano a stilare la cronaca del passato con credibilità.

L’immaginario del gangster mafioso intento a raggiungere gli agi più invidiabili è un soggetto sempre più gettonato: trasformato in etichetta discografica da Eazy-E in tempi non sospetti e minuziosamente dettagliato grazie all’inimitabile ingegno di figure mistiche quali Kool G Rap, il tema ha continuamente dominato la scena grazie ai paralleli che permette di tracciare con l’Hip-Hop stesso, sottolineando l’esigenza di emergere dal basso e il comune fondale operativo, la strada. Passando invece all’attualità, non può non venire in mente con immediatezza la grande onda recentemente mossa dalla grande famiglia marchiata Griselda, così come è impossibile ignorare la netta supremazia imposta da Roc Marciano nel quadro dell’ultima decade.

Il ruolo di boss del Rap mafioso raggiunto dall’ex appartenente al collettivo The UN gli permette di tenere in piedi il costante parallelismo col malaffare, dal momento che ogni capo rispettato prima o poi deve cedere un minimo di territorio operativo ai suoi protetti. Da queste premesse nasce la decisione di prendere Stove God Cooks sotto la propria ala protettiva producendone l’album d’esordio nella sua totalità, un grande segno di fiducia nel ventisettenne data la fama che Marciano stesso sceglie di mettere sul piatto in favore di un adepto per il quale siamo certi che mai si esporrebbe così tanto se non fosse assolutamente sicuro delle sue capacità. Per apprezzare “Reasonable Drought“, titolo esplicitamente ispirato da un altro ex spacciatore che operava nei dintorni di Marcy e che un bel giorno s’è pure cuccato la signora Knowles, è quindi necessario andare oltre la natura del filone tematico in questione e apprezzare in pieno la merce esposta da un rapper che risulta originale nel suo metodo espositivo nonostante ripeta decine di volte termini oramai divenuti noti ai più quali brick, weight e plug, prestando la dovuta attenzione all’insieme di caratteristiche che destano la corretta curiosità nei confronti del protagonista.

Cooks ha dalla sua una voce molto riconoscibile, intonata e allo stesso tempo ruvida, combinazione di peculiarità che genera uno stile del tutto particolare. E’ difatti lui a cantare tutti i ritornelli facendo pure qualche saltuario verso a Drake (figura evocata esclusivamente per meglio inquadrare il tipo di ambizione mirata), le improvvise variazioni delle tonalità gli permettono di risultare versatile tanto nel flow quanto nell’esposizione, qualità che va ad aggiungersi a una personalità molto appariscente, legata a doppio filo alla notevole efficacia di ogni punchline utilizzata. Quest’ultimo è uno strumento determinante per tenere viva l’attenzione su una linea argomentativa la cui attitudine è chiaramente simile a quella proposta da Marciano, qui presente in veste esclusiva di produttore (sono del tutto assenti, difatti, le partecipazioni esterne) plasmando quest’operazione a due teste attraverso un’ipnotica successione di loop estratti dalla sempre generosa cartella Suol degli anni settanta, evidenziando un’illuminazione derivata direttamente dall’abate di un famigerato clan originario di Staten Island.

Spavalderia, dimostrazione di possesso di attributi ed estrema sicurezza di sé costituiscono la colonna portante del disco. “Bread Of Life” evoca istantanee che incrociano perfettamente i gusti dell’esilarante e del sacrilego (<<sold a brick out the church parking lot, hallelujah/half a brick out the church parking lot, hallelujah/I took the work and baptized it/I ran it up, bitch, I deserve a Heisman>>), il beat è piacevolmente sorretto da una batteria sporca accompagnata da organo e loop vocale e, come in diverse altre circostanze, non manca l’audacia nel fornire particolari in grado di rendere le rime ancora più stuzzicanti, siano essi il codice di un cancello di una casa di lusso piuttosto che il luogo esatto dove si celano i proventi delle vendite, pariteticamente a una musicalmente tesa “Crosses” che offre altri saggi del grado d’interesse fornito dalla scrittura (<<they still on us ’bout that four hundred thousand hid in my momma basement/face it, feds gave us a pop quiz and we aced it>>).

Un aspetto sul quale Roc Marci si dimostra particolarmente accorto consiste nel riuscire a comporre adeguatamente i vari loop dettando l’umore del pezzo, fatto di rilievo per una “John Starks” fondata su un giro di sassofono adatto a ricreare un’ambientazione scura e umida nella quale scivola via un’unica strofa di carattere fatalista, atta a ricordare la temporaneità dell’attività se si arriva a uscirne vivi, gettando lì pure qualche linea stilisticamente grattata dal block notes del maestro (<<the Raf Simons Adidas came in vanilla>>). La longevità delle lezioni rzariane è lampante in passaggi essenziali quali “Jim Boheim”, titolo che celebra la residenza presso l’anagrafe di Syracuse e alterna due sample ad arte creando un’ambientazione che solletica i dolci ricordi di un classico a scelta tra “Liquid Swords” e “Ironman”. L’asso vero e proprio viene tuttavia calato quand’è il turno di “Lava Lamp”, geniale estrazione che va a braccetto con la musicalità del ritornello e un testo che parla di rientro in pista all’uscita dal carcere, svolto con evidente desiderio di lasciare un segno esclamativo (<<in the kitchen so long felt like we was waiting for Detox to drop/…/I’m making future plans like fuck we doing afterlife?>>). “Money Puddles” coglie invece l’occasione per distogliere la concentrazione dall’argomento portante ed esporre l’elasticità metrica di Cooks, che costruisce le strofe su un’efficace comparazione mischiando quartine, rime a coppie e qualche terzina chiusa internamente nella barra successiva, mentre il beat si accontenta di quattro note di piano e una linea di basso che fa sentire tutta la sua presenza, ricavandone un clima niente meno che infettivo. “Break The Pyrex” è altresì utile a confermare la tangibile versatilità nel ritmo del flow colpendo con una maggiore accelerazione nella dizione delle sillabe da impacchettare all’interno dei quattro quarti, fornendo astute analogie (<<white sand make the Cayman beach look like my kitchen>>) sopra una batteria senz’altro pericolosa per la glicemia.

Laddove Cooks riesce con successo a diversificare anche la più ovvia delle celebrazioni per l’approdo agli alti ranghi dello spaccio dopo lunghe fatiche (<<up under this money tree like finally it’s autumn>>“Cocaine Cologne”), tende invece a essere ripetitivo nell’espressione di qualche specifica immagine, soffermandosi un tantino spesso sul luccichio emanato dal suo polso o duplicando qualche punchline variando poco significativamente il termine di paragone (<<light-skin base runner, I’m Derek Jeter>> è geniale, <<running the base like I played for the Padres>> è appena sufficiente), nonché non riuscendo a raggiungere l’efficacia generale del lavoro su brani come “Gloria Blemente” e “Balenciaga $tamp”, rispettivamente un’esplicita serenata di cui non si sentiva particolare necessità e una chiusura un tantino frettolosa, priva di particolari trovate.

Nulla di quanto appena menzionato impedisce a “Reasonable Drought” di essere ritenuto quale un ottimo esordio: Stove God Cooks ha stoffa da vendere, carattere forte e perfino margini di miglioramento tali da poter puntare alla replica dei successi del suo boss, assieme al quale ha confezionato uno dei dischi più colpevolmente inosservati di questo travagliato venti-venti.

Tracklist

Stove God Cooks – Reasonable Drought (The Conglomerate Entertainment 2020)

  1. Rolls Royce Break Lights
  2. Bread Of Life
  3. Crosses
  4. Break The Pyrex
  5. Jim Boeheim
  6. Money Puddles
  7. Burt & State
  8. Gloria Blemente
  9. Lava Lamp
  10. John $tarks
  11. Cocaine Cologne
  12. Balenciaga $tamp

Beatz

All tracks produced by Roc Marciano

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