Slick Rick – Victory

Voto: 3,5

Figlio dell’iniziativa promossa dalla stessa Mass Appeal di cui Nas è co-proprietario, il ritorno di Slick Rick dopo ben ventisei anni di notevole assenza su lunga distanza ha senz’altro scatenato curiosità e dibattito. “Victory” esce dunque in qualità di appartenente alla serie Legend Has It…, iniziativa che andrà a promuovere la pubblicazione di sette dischi firmati da figure mitologiche del Rap, e segna addirittura il primo album del nuovo millennio da parte di un artista testimone di una carriera alterna, riverito da chiunque in termini di impatto rivoluzionario sul genere – siamo ai livelli di Rakim, per intenderci – ma a dir poco discontinuo (a causa anche dei lunghi problemi con la legge) per quanto concerne l’attività produttiva. Come per altri veterani tornati recentemente alla ribalta, chiedersi come Rick si sarebbe nuovamente proposto senza sentirsi fuori dal gioco era del tutto ragionevole, se non altro tratteggiando la consueta relazione tra stato di forma e anagrafe – per quanto KRS-One e Chuck D rappresentino la longevità in pieno effetto – tentando di comprendere se le capacità di uno dei rapper più influenti di ogni epoca fossero rimaste ancora lì, intatte, pronte a essere estratte all’occorrenza senza necessità di…manutenzioni specifiche.

In sé, “Victory” è molto piacevole e risponde affermativamente alla precedente domanda con marcata convinzione: il pregio della stoffa non è diminuito, a livello tecnico e lirico c’è assai poco da dire. Rick infila rime nel sonno e costruisce storie con irrisoria facilità, la produzione è attuale, pimpante, ma ricorda molto lo stile vigente ai tempi in cui il rapper guardava tutti dall’alto con l’occhio buono da un lato e la leggendaria benda piratesca dall’altro; il suo modo di esporre è tale e quale a com’era, così come lo è la tonalità, vellutata, delicata, ricca di quel fascino dato dall’accento britannico e dalle puntatine caraibiche che così tanto evidenziano l’aspetto multietnico delle sue origini. Il discorso è semmai legato al concept e alla durata del disco, nel senso che se da un lato è intuibile il desiderio di adattarsi alla decrescente concentrazione imposta dai tempi moderni, proponendo ventisette minuti (interludi parlati compresi) che rispecchiano fedelmente le consuetudini odierne, dall’altro il piano esecutivo dell’album genera un risultato misto. Vi sono infatti sprazzi dell’immensa classe che l’aura del personaggio ben conserva, la cui mancata totale espressione non deriva da un suo declino tecnico, semmai da decisioni a monte che fanno sembrare il disco un cumulo di idee che Rick esegue con estrema puntualità, cui però non si accompagna un’adeguata attuazione nella struttura complessiva del lavoro e soprattutto nella risicata durata di alcuni brani, lasciando molte potenzialità inespresse (d’altronde il tutto è da intendere a supporto del mediometraggio realizzato con Idris Elba e il regista Meji Alabi).

Un pezzo brutto non lo si trova nemmeno utilizzando la lente d’ingrandimento: certo, si può disquisire nel bene e nel male di episodi come “Come On Let’s Go” e “Cuz I’m Here”, magari inizialmente indigeste per la loro corporatura sviluppata dalla House, un problema che – a personale modo di vedere – diviene secondario nel momento stesso in cui se ne intuisce la carica di humour e le si ricollega a una stretta tradizione vigente proprio ai tempi di maggior successo del Ruler, quando il Rap e certa musica da discoteca si strizzavano vicendevolmente l’occhio. Se poi Nas coglie al volo l’occasione per stringere una collaborazione storica plasmando l’autocelebrativo testo di “Documents” sopra un beat stellato e mostrando una perfetta accoppiata di professionisti del flow, le cose si fanno davvero interessanti, così come la pennellata Jazz fornita dallo squisito piano di “So You’re Having My Baby”, nella quale Rick suona fresco come una rosa, segna uno stato di forma impossibile da sottovalutare. La differenza tra l’uno e l’altro è rappresentata dal fatto che il primo sia un brano completo, mentre per il secondo si sarebbe desiderata una strofa in più, considerazione che diventa maggiormente ricorrente man mano che si acquisisce dimestichezza col disco.

Il modo di imbastire trame bizzarre e divertenti è un’arma che Slick Rick detiene ancora ben salda in faretra, lo dimostra quella “Landlord” così ideologicamente controversa rispetto al tessuto sociale del Rap, trattando l’argomento dal punto di vista di chi parla da una posizione privilegiata rivolgendosi a chi fatica ad arrivare a fine mese, ma il tema, punteggiato da una deliziosa passata di Reggae e da una voce letteralmente immutata nell’espressività, centra l’obiettivo dell’originalità, mentre l’esposizione riecheggia quella comica demenzialità attorno alla quale l’artista si è costruito una fama di tutto rispetto. “Stress” coinvolge col ritmo e non molla più, forte di una produzione parzialmente curata dal rapper stesso che, detta in totale sincerità, non sbaglia un colpo nel creare una scaletta continua e coerente, la quale non teme di alzare i bpm come in “Foreign”, proponendo un testo ironico nel quale il patois si impadronisce delle sillabe offrendo accelerazioni tutt’ora da manuale.

“Angelic” è un altro colpo ben assestato, intriso da un pizzico di nostalgia (<<when I was young, was exciting and fun to live on/but something is happening, and what is that, son?>>) ben ritratta dalla scelta strumentale d’atmosfera, “Spirit To Cry” vede Rick cantare personalmente il ritornello donando musicalità, i tagli di piano e chitarra si fondono alla perfezione, il problema è dato invece dalla strofa decisamente troppo corta, tratto comune condiviso con “We’re Not Losing”, pervasa da una sottile polemica razziale (<<supposed to be part of your uncivilised planet/boot pastor?/About to be a nuclear disaster, these assholes/a bitch high class or?/To whom it may concern, mishandling/great, now they want me try to learn to speak Mandarin>>), il cui beat è una letterale bomba a orologeria che va però a detonare dopo solo un minuto e mezzo. Gli interludi, del tutto inutili se non per introdurre al grande ritorno, spezzano il fluire dei brani, tra preghiere e lunghi parlati come in “I Did That”; visto il tema dell’impatto storico sul genere e conoscendo l’inventiva in dote a Rick, si sarebbero facilmente potuti trarre dei pezzi fatti e finiti.

Tirando le somme, ne deriva sì un disco non totalmente espressivo delle potenzialità dell’autore, ciononostante ancora largamente più interessante di tantissima robaccia bofonchiata e gettata in pasto ai dieci secondi di un qualsiasi esibizionismo social, spacciandola per definizione di un’era. D’altro canto, la classe vera non è acqua e dunque non evapora nemmeno di fronte all’inevitabile trascorrere degli anni: dopo un quarto di secolo quasi del tutto privo di azione – se non qualche featuring qua e là – la sorpresa fatta da Slick Rick risulta di ampio gradimento. Se fosse stato un album meglio strutturato avrebbe potuto rubare la scena a mani basse, ma – anche se ottenuta nei minuti di recupero – sempre di vittoria si tratta.

Tracklist

Slick Rick – Victory (Mass Appeal Records/7Wallace 2025)

  1. Victory Intro
  2. Stress [Feat. Giggs]
  3. Angelic
  4. Foreign
  5. I Did That
  6. Come On Let’s Go
  7. Landlord
  8. Mother Teresa Poem
  9. Spirit To Cry
  10. Documents [Feat. Nas]
  11. So You’re Having My Baby
  12. Cuz I’m Here
  13. Matrix (Skit)
  14. We’re Not Losing
  15. Another Great Adventure

Beatz

  • M. Aragones: 1, 5
  • Slick Rick and Parker Ighile: 2, 9, 10
  • Slick Rick, Parker Ighile and Dj Dirty Harry: 3
  • Slick Rick and Rory Taylor: 4, 11
  • Slick Rick: 6, 7, 8, 13
  • Slick Rick with the co-production by Rory Taylor: 12
  • Show N Prove and Slick Rick: 14
  • Slick Rick and Q-Tip: 15

Scratch

  • Dwight “Dj Kaos” Chatman Jr.: 11, 12
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