Slaine – The Things We Can’t Forgive

Voto: 3

C’è stato un tempo in cui Slaine è morto. Tale momento è coinciso con quel percorso di liberazione emerso tra le macerie della conduzione frenetica e abusiva della sua stessa esistenza, dando luogo a un percorso tormentato, infernale, necessario per riprendere in mano priorità e salute, scendendo a patti con le proprie scelte accettandone le perdite conseguite, una ricerca di redenzione eretta attraverso la promessa della completa pulizia da dipendenze, tema che ha oramai del tutto permeato l’essenza artistica del personaggio.

Le linee guida argomentative espresse su “The Things We Can’t Forgive” sono infatti le stesse di “Slaine Is Dead” e “One Day“, gli altri due passaggi di questa profonda terapia prestata alla musica. Altrettanto, non divergono le decisioni prese per l’esecuzione di un lavoro che rinnova la sua divulgazione per mezzo di un circolo di sentimenti che racchiude tristezza, rammarico, rimpianto, depressione, ansia e rabbia, facendosi nuovamente avvolgere dalle sicurezze raccolte tramite la simbiosi trovata verso la fredda cupezza delle ambientazioni create da The Arcitype, consolidatosi quale produttore di fiducia di casa Carroll nella stessa misura in cui il fidato Rite Hook fornisce ritornelli cantati, tutte parti inscindibili di un triumvirato che marchia a fuoco qualsiasi progetto recente legato al burbero irlandese col vezzo del Rap.

Essendo ingredienti e metodo d’impasto del tutto simili a quanto già offerto, risulta quindi difficoltoso rintracciare particolari evoluzioni rispetto ai suoi ultimi cinque anni di attività: giudicando dalla struttura argomentativa e compositiva, l’impressione è quella di avere tra le mani un semplice prosieguo di idee già espresse e soluzioni già utilizzate. Slaine ha chiaramente reperito una dimensione congrua all’interno delle strumentali del produttore scelto e non sente alcuna necessità di staccarsene, quasi le abbinasse alla miglior strategia possibile per scacciare tutti quei fantasmi che prendono forma attraverso le movenze quasi cinematografiche di archi e sintetizzatori, confrontandosi con una produzione che pare avere completamente tagliato i legami col tradizionalismo individuabile nella scarnificata essenzialità di episodi come “Trick The Trap” e “Time Is Now”, perdendo così la capacità di centrare smash hit sotterranee del calibro dell’irresistibile “Pusher”.

E’ una nuova fase artistica la cui consapevolezza era già stata consolidata, ma qui si sparge a macchia d’olio, come se il protagonista avesse intuito l’occasione propizia per far fruttare al meglio la notorietà raggiunta nella sua dimensione alternativa di attore. Inutile negare una certa tendenza al Pop – attitudine perfettamente accostabile a quella che pervadeva ad esempio “It Catches You” – manifestata attraverso brani come “Chasing Ghosts”, facilmente preventivabile quale futuro caposaldo nella discografia del bostoniano. Tale singolo è un quadro molto personale, sviscerato con proprietà di linguaggio in un’atmosfera intima e sobria, adeguatamente inquadrata dall’utilizzo degli strumenti scelti, un giro di chitarra acustica molto semplice ma accattivante per l’orecchio, una batteria delicata, ideale per un’esibizione su un palchetto di qualche piccolo locale quasi fosse un confessionale dove espiare i propri peccati, non ultimo un ritornello di buon appeal, di quelli che entrano in testa al primo ascolto.

Ragionando su questo stesso piano si comprende come una “Not Enough” non sia affatto brutta, ma appare poco pertinente a un contesto rozzo che pare essersi inzuccherato in eccesso: di certo il carico di emotività fornito dall’argomentazione dedicata alla distruzione familiare provocata dai propri abusi richiedeva sonorità particolarmente dense, certo è che l’orecchiabilità del ritornello profuma di ruffianata e farà più contente le grandi platee alternative che non i fan de La Coka Nostra; oltre al fatto che Rite Hook è decisamente preferibile come cantante che non come rapper. “Blurry Eyed” si pone invece nel mezzo delle due tracce appena commentate, in quanto la batteria asseconda gusti più moderni offrendo a Slaine l’occasione di mostrare il suo pieno controllo ritmico generando versi dalla possibile duplice destinazione (<<can’t breathe without you, my soul’s defenseless>> suona ambivalente se relazionata all’ex moglie piuttosto che agli stupefacenti), e tutto parrebbe condurre a un altro possibile successo se non fosse per il misterioso impeto adoperato per pigiare il tasto del kick, che rovina tratti di un beat altrimenti ipnotico ed evocativo.

La varietà nella costruzione degli schemi metrici permessa dalla diversificazione nelle misure adottate viaggia a braccetto con l’incedere di sezioni ritmiche non sempre semplicissime da domare, ma non è detto che i progressi di Slaine nella gestione dell’affluenza lirica conducano a un brano vincente. Proprio quando il flow spacca di più, capita infatti di gustare quel fastidioso sapore insipido in bocca, ad esempio affrontando il loop di piano proposto in “Everything Once”, un giretto simile a tanti altri abbinato a un coro effettivamente osceno, impressione affine a quella provata per “Beautiful”, anonima e prevedibile, che getta in secondo piano la bontà della tessitura lirica, per quanto la capacità di scrittura non sia sempre così creativa come un argomento tanto personale richiederebbe, preferendo trattare il tutto in maniera molto più diretta.

L’isolato intervento di Statik Selektah, firmatario della titletrack, non contribuisce a risollevare quell’idea di stantio che saltuariamente tratteggia il sound nel suo complesso, dimostrando di sedersi fin troppo comodamente sulle certezze acquisite e sottraendo potenzialità a un pezzo molto interessante per come affronta il dolore provocato dai rimpianti in maniera trasparente e autoaccusatoria (<<it would’ve been our baby’s first Christmas this year/I was shopping at the mall and got hit with these tears/life has some sharp pieces, we got cut by ’em/I guess we never healed together through a tough time>>), dedicando ogni verso all’altra metà di una relazione inequivocabilmente fratturata da vizio e tradimento.

Gradevole è invece quanto realizzato per il singolo “When The War Ends”, dove il sintetizzatore arricchisce la stratigrafia del suono ben corredando le amare considerazioni (<<I can’t write with the same drive that I had when I was getting high>>) che chiudono ottime serie di rime doppie e multisillabiche, anche se sarebbe davvero il caso di cessare l’odiosa abitudine di aggiudicare il featuring a chi si presta per un misero ritornello, dato che una strofa di Ill BIll la si sarebbe ascoltata più che volentieri. “Wrath & Pride” è altresì da annoverare tra i plus per come trasuda gelo, umidità e tensione, prendendo per mano il vagare privo di meta di un protagonista guidato dalla confusione e dal senso di distorsione della realtà, una testa che lavora e fabbrica pensieri e immagini nauseabonde senza sosta, concetto ampliato e approfondito con stile anche da Snak The Ripper, molto apprezzabile per cadenza e pulizia, meno per tono vocale.

“The Things We Can’t Forgive” è un altro disco sofferto, difficile, testimone dell’inferno che il suo autore ha vissuto su questa terra e di tutte le ferite che lo stesso ha inflitto a sé e ai suoi cari nel periodo più annebbiato della sua vita. E’ la continuazione del viaggio di Slaine verso il completamento della sua personale redenzione, il tentativo di eliminazione di quei demoni interiori che hanno prodotto danni, distrutto relazioni e ingurgitato le ultime rimanenze della già poca fiducia che gli rimaneva in sé, al di là della fama ottenuta. Le intenzioni erano come sempre apprezzabili e rispettabili, il problema è che tali conclusioni solo le stesse applicabili a uno qualsiasi dei due album precedenti a questo, confutando l’idea che George sia approdato in un porto confortevole al punto da non indurlo a proseguire oltre, accontentandosi dell’agio di una formula troppo spremuta per offrire qualsiasi tipo di novità significativa.

Tracklist

Slaine – The Things We Can’t Forgive (AR Classic Publishing/Perfect Time Publishing 2021)

  1. When The War Ends [Feat. Ill Bill]
  2. Everything Once [Feat. Rite Hook]
  3. Blurry Eyed [Feat. Claire Whall]
  4. Revolver
  5. Wrath & Pride [Feat. Snak The Ripper]
  6. Chasing Ghosts [Feat. Rite Hook]
  7. Beautiful
  8. Not Enough [Feat. Rite Hook]
  9. The Things We Can’t Forgive [Feat. Rite Hook]
  10. Legend Of The Fall

Beatz

All tracks produced by The Arcitype except track #9 by Statik Selektah

Scratch

All scratches by Dj Slipwax

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