Roc Marciano & The Alchemist – The Elephant Man’s Bones

Voto: 4,5

L’arte della comparazione fa parte della poesia ed è quindi pure una componente essenziale del saper fare Rap. <<I’m still dominating the league after ten seasons>> recita “Think Big”, uno dei passaggi conclusivi della scaletta di “The Elephant Man’s Bones“, esponendo la solita, indistruttibile sicurezza in sé, plasmando un atto figurativo che mischia l’innata competitività di Kobe Bryant, l’efficacia del tiro in sospensione di D-Wade e il maneggio di un AK-47 legando l’insieme sotto il duplice significato di shooter, affermando una raffinatezza stilistica di cui non ci accorgiamo certo solo ora. Lo spessore dell’affermazione di cui sopra è corroborato dai dodici giri attorno al Sole compiuti dalla pubblicazione dell’immarcescibile “Marcberg“, col quale Roc Marciano si è reso padrino della nuova scena underground newyorkese eleggendo la sua nicchia d’azione come rettangolo di gioco ideale e rifugio più blindato, perseverando nell’ispirazione tratta dall’immaginario criminale modellato sul Soul di oltre quarant’anni fa. Il trascorrere del tempo non ha fatto che aumentare quell’aura di onnipotenza così ampia da creare cloni a dismisura, tentativi di replica di un percorso che lo porta oggi a vantare un seguito importante, non tanto per quantità ma piuttosto per la riconosciuta qualità che gli permette di vendere la merce a prezzi al di sopra dei valori medi, di ritardare l’abilitazione ai servizi in streaming di almeno una settimana rispetto all’uscita delle copie fisiche e dei – danarosi pure quelli – download digitali, un atteggiamento del tutto privo di mediazione, senz’altro coerente con la natura stessa del personaggio.

Compiaciuto del suo status, ma mai soddisfatto di una discografia già di per sé granitica, Marciano cala il pokerissimo sbattendolo sul tavolo di ogni detrattore che l’abbia liquidato sottolineando la perdurante uguaglianza di tematiche e atteggiamento nel tentativo di smorzare un’autorità assai poco discutibile. Tra quelle cinque carte, il viso del jolly corrisponde a quello di Daniel Alan Maman, proveniente dall’assolata Beverly Hills e tuttavia da sempre affascinato dal grigiore dell’Hip-Hop della costa opposta, ambito nel quale è cresciuto fino a divenire un cerimoniere di sacralità degna del suo mentore Muggs, virando bruscamente dall’autoproduzione semi-totale che Marci aveva sinora attuato, trovando così il trait d’union tra due visioni artistiche assolutamente collimanti.

Le offuscate intuizioni di un Alchemist mostruosamente continuo nella sua prolificità rappresentano un evidente plus, un continuo assecondare l’uno i gusti dell’altro in completa sintonia, un affidarsi a una direzione produttiva di pregio, espertamente dettagliata nella ricerca della minuzia sonora in una virtuosa tessitura che cuce singolarmente ogni elemento su fibre che gli altri al più sognano. Persino gli intermezzi introduttivi o conclusivi giocano un ruolo essenziale di collante tra le tracce, sprigionando quel senso di coesione così fortemente espresso in ciascun solco di “The Elephant Man’s Bones”, i cui beat calzano a pennello ovunque elevando la già ottima scrittura argomentativa e metrica di un autore che, pur rimanendo saldamente ancorato al suo perimetro, dimostra di poter fornire una dimensione diversa alla canonicità del suo sound.

Vero, la portata d’antipasto non aveva fornito esattamente quest’idea. Il singolo “Deja Vu” poteva tranquillamente apparire come il consueto pezzo svestito di batteria e di complessa digestione, per quanto geniale fosse l’adattamento della cadenza lirica tenendo come riferimento ritmico le sole note di un piano e il solito campione cantato. Eppure, se inglobato nell’insieme, si incastona perfettamente nell’insieme del lavoro proprio grazie al sapiente pilotaggio della produzione, grazie alla quale non ci si può esimere dal notare come sussista tutt’altra verve in tracce quali “Bubble Bath”, la cui rullata pitchata in alto e il sapore del taglio dei campanelli arrivano a evidenziare con maggior vigore quelle torrenziali assonanze condite da uscite di attendibile valore (<<inside my mind is a diamond mine/this is a homicide murder/took it to trial, beat it like Amistad>>).

Alchemist cambia d’abito in tutta velocità, aggiusta lo sgabello di un pianoforte a coda da lounge bar, sorseggia un bicchiere di vino pregiato e intreccia tutto con il dolce calore della voce che fornisce il loop secondario, originando tutta l’eleganza della titletrack; zittisce gli archi di “Liquid Coke” manipolando gli alti e ne rallenta l’esecuzione accentuandone il gusto di racconto in stile blaxploitation; rende “The Horns Of Abraxas” ancor più cinematografica di quanto già sia, combinando un organo e una sezione ripetuta di batteria, elementi i quali, uniti alla partecipazione parlata di Ice-T, creano l’aria di un’esecuzione mafiosa, mentre quelle strofe erette su rime doppie così spesso interrotte da pause, come se il killer stesse orgogliosamente riflettendo su quanto appena commesso (<<look what I did with just a kitchen knife/the only thing missing was spice>>), non fanno che aumentare la già palpabile tensione.

Come il producer losangelino riesca a mantenere intatto un simile stato di forma, rimane uno dei misteri più affascinanti di questi ultimi anni. “JJ Flash” accenna appena a cassa e rullante ma è ugualmente incalzante, i sample vocali pongono un accento ritmico essenziale alla chitarra che funge da loop primario, il flow diviene impetuoso e le rime vivono la loro chiusura tanto nel mezzo quanto al termine della barra precedente o successiva, accompagnando lo spettatore in un immaginario da killer psicotico (<<I brung the axe, but I’m not a lumberjack/you might just happen to get cut in half/your brain splatter all in your trucker hat>>) addirittura più grottesco se relazionato alla tranquillità della musica. “Zig Zag Zig” è l’ennesimo colpo magistrale, grazie ai ritagli psichedelici di chitarra e tastiera che aumentano il voltaggio di uno dei beat tra i più classici mai utilizzati da Marciano, glaciale nel tratteggiare quella stessa personalità antitetica alle emozioni manifestata in quella “Rubber Hand Grip” che gioca con violenza e ilarità attraverso una timbrica monocorde assai pertinente alla fredda essenza delle sceneggiature (<<three hundred rounds pop your hood, look like you were shot by an octopus>>).

Incuriosisce il collocamento di Boldy James, inserito in una lista di ospiti assai sintetica e co-protagonista di “Trillion Cut”, l’unico beat che non sembra avere la medesima forte personalità degli altri. Il brano alla fine funziona lo stesso, ma avremmo preferito ascoltare il rapper di Detroit nella cupa “Zip Guns”, che propone in ogni caso una solida strofa di Knowledge The Pirate, o nella sublime “Quantum Leap”, la quale addensa una gradita oscurità ambientale apportando altre enunciazioni da riavvolgere con solerzia (<<your favorite rapper send fan mail to me/your lil’ LP ain’t worth twelve pennies/seventeen shells in the semi/that’s the same iron that burnt Penny>>). La lista di inviti si conclude con “Daddy Kane”, in cui Bronsolino funge da spalla più che adeguata divertendo con esilaranti one-liner (<<told the bitch mangia, they don’t got this at the diner>>), in un altro indovinato boom bap composto su gustosi suoni assimilabili a un videogame rétro.

Ci si fantasticava sin dai tempi di “Pistolier”, si è fatto attendere per anni, ma alla fine è diventato realtà. “The Elephant Man’s Bones” è a tutti gli effetti l’incontro tra giganti che si prospettava fosse, rispecchiante le aspettative al punto da poter assicurare con certezza il suo immediato inserimento tra i manufatti di maggior pregio di ciascuno dei suoi protagonisti. Per chi ama questo tipo di Hip-Hop, l’acquisto è da farsi a scatola chiusa, privilegiando magari una pimpire edition che arricchisce l’esperienza di ulteriore qualità (le ottime “Macaroni” e “Momma Love” non temono alcun confronto con la scaletta principale) – chiaro, a patto che non ci si attendano prezzi in saldo. D’altro canto l’arte va pagata per ciò che vale.

Tracklist

Roc Marciano & The Alchemist – The Elephant Man’s Bones (Pimpire/ALC Records 2022)

  1. Rubber Hand Grip
  2. Daddy Kane [Feat. Action Bronson]
  3. Deja Vu
  4. Quantum Leap
  5. The Elephant Man’s Bones
  6. Bubble Bath
  7. Liquid Coke
  8. Trillion Cut [Feat. Boldy James]
  9. The Horns Of Abraxas [Feat. Ice-T]
  10. JJ Flash
  11. Zig Zag Zig
  12. Stigmata
  13. Zip Guns [Feat. Knowledge The Pirate]
  14. Think Big
  15. Macaroni (Bonus Track)
  16. Momma Love (Bonus Track)

Beatz

All tracks produced by The Alchemist

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