Roc Marciano – 656
L’aspetto maggiormente meritorio e rappresentativo di Roc Marciano è indiscutibilmente legato a una proficua etica che persevera nel suo generare un tasso qualitativo al di sopra di ogni sospetto, abbinato a un sopraffino senso dell’imprenditorialità artistica. La legacy creatasi attorno alla sua figura la si conosce, ma l’artista di Hempstead, New York, mai si è accomodato a tendere l’orecchio alle costanti lodi che lo circondano, affrontando ciascuna tappa con la consapevolezza di non dover/poter restare troppo a lungo senza dare sfogo alla sua istintività creativa, sempre alla caccia di qualche singolare vinile d’epoca con cui elucubrare sull’adulazione dell’inconfondibile personaggio che lui stesso ha creato, il medesimo che, quando sale sul bus e gira la chiave d’accensione, continua a portare a scuola i numerosi tentativi d’imitazione che venderebbero quanto a loro più caro pur di ottenere uno status anche solo avvicinabile al suo.
Nonostante l’approccio alla sua musica possa essere in parte preventivabile, Marciano detiene il merito di riuscire puntualmente a rinnovare un brevetto vincente, fugando sistematicamente ogni dubbio dato dalla talvolta criticata somiglianza tra le componenti di una discografia oggettivamente capace di aggiungere un passo leggendario dopo l’altro. Dopo un biennio trascorso a fornire l’ennesimo capolavoro, “Marciology“, trovando il tempo per apporre l’impronta sulle uscite dei protetti Knowledge The Pirate ed Errol Holden, per poi mettersi brevemente alla prova col boom bap fornito da Premier, “656” giunge quasi a sorpresa, scavando a fondo tra le cartelle realizzate attraverso una ricerca del campione spinta ai limiti del possibile, elemento che continua a costituirsi come distintivo, donando nuova linfa a una penna che, a dispetto della scettica presunzione che vi aleggia attorno, neppure stavolta smette di stupire positivamente.
I contenuti, il timbro, l’atteggiamento, la personalità, simboleggiano un modus operandi metodico e inscalfibile, che viaggia nei luoghi più impervi del panorama Hip-Hop dipingendo tele sempre più avverse a qualsiasi logica commerciale, un’arte che richiede sforzo e concentrazione per essere capita nella sua pienezza, tra un loop impolverato e un’arguta punchline da riavvolgimento istantaneo, infischiandosene tanto delle metriche classiche quanto di accondiscendere verso chi preferisce rimbambirsi sul prossimo reel contenente la martellante hit del momento. A qualcuno potrà sembrare il solito comportamento indisponente, ma in fondo proprio tale assenza di considerazione nell’inglobare un pubblico che non gli sarebbe sicuramente consono è il maggior pregio di un’attitudine che ha chiarito più volte di non dover chinare il capo al cospetto di nessuno.
Come consuetudine vuole, i canonici trentadue minuti non si possono assimilare in fretta, ricordare per qualche giorno e, poi, riporre altrettanto rapidamente nel cassetto in attesa della prossima emozione fugace. Il loro fascino emerge strada facendo, grazie alla sempiterna cura nell’allestimento della mostra, così come lo è la modulazione dell’artista nell’utilizzo di un linguaggio rivolto esclusivamente a una particolare nicchia di visitatori, già sapendo di non necessitare di alcun timbro d’approvazione. Ogni beat è lavorato con precisione per rendere alla minima fedeltà possibile, le sezioni ritmiche sono ridotte nella sostanza per lasciare maggior spazio alle melodie dei loop, le liriche evolvono con la nota e imperturbabile espressività, affrontando le misure a modo proprio e delineando un selciato che non devia troppo dal precedente, ma capace ancora una volta di raggiungere una longevità in grado di deliziare il collezionista e annichilire al contempo la folta concorrenza.
Marciano non conosce esitazioni e ingrana da subito le marce dell’alta autostima senza scusarsi con nessuno per la sua stessa natura, impegnato a compiacersi di sé allo specchio e inscenando pensieri di sfarzo sfrenato dalla balconata del suo teatro in quella “Vanity” opportunamente intitolata, mentre esegue one-liner con la solita precisione da cecchino (<<niggas thought they was watching me fall off for so long, they ran out of popcorn>>), adornate da archi e cantato campionato, una formula che, quando allestita dalle sue macchine, risulta costantemente vincente. E’ assurdo – e altro termine non si trova – come riesca a dare un senso a due giri prelevati dallo stesso strumento e posti in dissonanza su “Childish Things”, per poi spogliare l’insieme nella frazione conclusiva tenendo giusto un paio di colpi abrasivi di basso e uno stab di tastiera, tra nuovi tuffi nel lusso e il perenne sbeffeggiamento dell’industria discografica (<<jumped in the rat race, what it takes to be placed in the top rappers space/is way too much dick sucking for my taste/it ain’t all chocolate cake and lattes/it’s a mind game that I do not play>>). L’organo e il sax d’annata presi in prestito per “Trick Bag” sono semplicemente tra le tante vittime dei suoi succosi flip, l’inserto vocale è la canonica ciliegina melodica sulla torta, lasciando libero sfogo a nuove referenze a capi d’alta moda, motori e vasti assortimenti di assonanze pronunciate con cadenza irregolare.
Proprio lo sviluppo della capacità di tagliare due loop e sequenziarli in modo da donare un certa intensità al pezzo è una delle qualità che contraddistinguono piccoli capolavori come “Easy Bake Oven”, eccellente taglio Blues mediante il quale generare strofe compatte, sregolate nel loro fluire, completamente prive di schemi prescritti. L’attenzione alla scelta delle melodie, la frequente coesistenza tra il cantato del campione e il rappato, senza che interferiscano l’uno sull’altro, contraddistinguono episodi quali “Rain Dance”, composizione la cui complessità delle prime barre è tale da investirci ore di comprensione, situazione peraltro arricchita dal differente e svelto ritmo lirico di Erroll Holden, il cui impatto stilistico è senz’altro notevole qui come in “Trapeze”, nella quale un piccolo loop crea una sensazione irreale di minacciosità, col protagonista solerte nel chiarire quale sia il suo collocamento (<<if we rating thе pen, if I ain’t top 10, the list was created by atheists>>).
Curioso come Marciano scelga quasi sempre le sue intuizioni più estreme per promuovere i dischi, come dimostra la scelta caduta su “Yves St. Moron” quale singolo d’apertura, quasi a sferrare un metaforico disprezzo verso tutto ciò che vende facile; personalmente, la formula drumless con loop ripetitivo non mi affascina moltissimo, ma la prestazione lirica, ricca di allacci multisillabici tra inizio, mezzo e fine barra, lascia di stucco. “Prince & Apollonia” costituisce una tipologia di brano che oramai è un marchio di fabbrica: loop elegante, violino d’atmosfera tragica, l’introduzione col parlato francese che delinea ambientazioni volute, inventiva a getto continuo che si annoda alla voglia di stupire con analogie pazzesche (<<as a young champ, it was said I had thunder in my underpants/when I struck the current lift up her hair/if you dare, have sex with the half-man, half-electric chair, daddy’s debonair>>), in quello che rappresenta in tutto e per tutto un riuscito omaggio a Prince. Infine, solcando le polverose reminiscenze Soul di “Hate Is Love”, non basterebbe un taccuino per tenere nota di tutto quanto vi sia da snocciolare in termini di wordplay, doppi sensi e punchline.
L’edizione limitata di un orologio, un vestito griffato su misura, una macchina di lusso disponibile in pochi esemplari: ogni gemma di Roc Marciano è esattamente equiparabile a uno qualsiasi degli oggetti appena elencati, ciascuna contraddistinta da quell’aura d’intoccabilità e impareggiabilità, opportunamente (e fortunatamente) lontana da kermesse di dubbio gusto e malriusciti tentativi di contraffazione. Li ha messi tutti in fila, ancora una volta, tanto per sottolineare il concetto qualora non fosse chiaro: il pimpire non mostra cenni di sgretolamento, continua anzi agevolmente ad alimentare la grandezza che ha creato a partire dal suo talento unico.
Tracklist
Roc Marciano – 656 (Pimpire Records/Marci Enterprises 2026)
- Trick Bag
- Childish Things
- Hate Is Love
- Yves St. Moron
- Prince & Apollonia
- Vanity
- Rain Dance [Feat. Erroll Holden]
- Tracey Morgan Vomit
- Trapeze [Feat. Erroll Holden]
- Good For You
- Easy Bake Oven
- Melo
Beatz
All track produced by Roc Marciano
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