Paul Wall and Termanology – Start 2 Finish

Voto: 3

La sola presenza di Paul Wall rappresenta una spinta più che sufficiente per innescare curiosità nell’ascolto di “Start 2 Finish“. E’ difatti assai apprezzabile questo suo sapersi mettere in discussione a scapito di uno status che lo vede tra gli astri più brillanti della scena Hip-Hop di Houston, conosciuta come Chopped & Screwed, che per tanti aspetti culturali sta esattamente agli antipodi rispetto alla fervente forza tradizionale che pervade la east coast. Non è certo la prima sfida raccolta da Wall in questi termini: chi possiede una buona memoria lo ricorderà senz’altro al fianco di Vinnie Paz su “Season Of The Assassin” (la traccia era “Paul & Paz“) e l’interazione con Statik Selektah non è certo inedita, dal momento che i due avevano confezionato l’EP “Give Thanks” in un 2019 nel quale il dj/produttore di Lawrence, Massachusets, aveva preso gusto nello sconfinare verso la doppia direttrice disegnata tra Texas e Louisiana, aggiungendo Bun B e Curren$y alla sua copiosa lista di collaborazioni. E, data la longeva reciprocità tra Statik e Termanology (ricordiamo le molteplici operazioni portate a termine col moniker 1982), non era poi così difficile prevedere una chiusura del cerchio poi sfociata nell’oggetto di queste righe.

Non è un disco concettuale, né ha la pretesa di esserlo. E’ un’unione di forze di differente estrazione, una convergenza artistica che non si ferma alla realizzazione del singolo brano ma trova l’energia e la coesione adatta per portare a termine un intero progetto senza lasciare nulla d’intentato. “Start 2 Finish”, appunto, del quale non serve un eccessivo numero di ascolti per comprendere quanto sia facile per la star texana appropriarsi della situazione senza nemmeno sforzarsi troppo, tale è il carisma riversato grazie a timbrica e flow che fanno immediatamente presa. Per quanto buona sia la disposizione delle sue rime, diciamocelo, Wall non può essere considerato un lyricist intricato o particolarmente fantasioso, ma sa come far trasparire fascino in ciò che dice per come lo dice, ovvero con un elevato senso di fiducia che mai arretra di fronte a nulla.

E’ proprio il differente tasso nella conduzione dei giochi a delineare la maggior linea di demarcazione tra le due prestazioni in atto. Termanology è spocchioso e ostentativo – nel Rap bisogna esserlo, chiaro – attuando però una sbruffonaggine fin troppo calata in un personaggio forzatamente atteggiato: le sue sono strofe ricche di minacce, che spesso strappano un sorriso senza mai offrire del materiale da riavvolgere concretamente, e le soluzioni tecniche vanno raramente al di là della rima monosillabica. Prendendo quale esempio una traccia come “Ask Permission”, beatificata da un paio di loop del Jazz più raffinato e nella quale il concept richiede di esprimere attenzione nel mettere piede nella propria città per fare soldi da forestiero senza chiedere il permesso, è fin troppo evidente che Wall sia molto più convincente del collega nel perpetrare intimidazioni assortite, peraltro con quelle vocali strette che così bene poggiano su un’ambientazione tanto boom bap. Le strofe di “Recognize My Car”, nella quale il texano parla per esperienza diretta, portano una credibilità del tutto differente tra l’uno e l’altro protagonista, così come il tutto o niente espresso in quella “No Asterisk” basata su una nota citazione jacksoniana d’estrazione cestistica.

La stessa “Thailand”, il cui beat mediorientale è competentemente offerto proprio da Term, suggerisce come il rallentamento del flow sia maggiormente confacente ai due rappresentanti dello stato della stella solitaria: Bun B dispensa perle (<<these haters got me back on my bullshit like I’m a cowboy/…/I ride for Pimp like Nas be writing for Ill Will>>) dominando come sempre grazie alla profondità di una voce che offrirebbe lo stesso appeal pure se stesse leggendo un libro di ricette, mentre Carrillo pone a serio rischio la riuscita del pezzo con stridule barre francamente degne di un principiante (<<looking like Tony Montana in a white tee/free the homies locked down ‘til they all free/call me Joe Montana with the trophy/hustling with Paul and the trill OG/got these hoes like Santa on my right knee/and these strippers on my zipper screaming, papi>>). Il suo rendimento è decisamente più apprezzabile quando l’oggetto tematico si sposta sulle possibili vie d’uscita da un vissuto difficoltoso, come accade nella bella “Step Outside”, territorio dove Wall, al contrario, non riesce a estrarre nulla di particolarmente profondo, sempre a patto che si riescano a sopportare le indigeste lagne dell’onnipresente Jared Evan.

Il quantitativo di lavoro apportato da Statik Selektah, firmatario di sei dei dieci brani, rappresenta invece un valore aggiunto ben visibile: c’è ricchezza negli strati sonori campionati e sovrapposti, c’è gusto nella selezione di campioni che saltano dal Funk anni settanta al Jazz più fine, definendo con originalità quel calore sonoro che il bostoniano detiene quale distinguibile marchio di fabbrica. Pezzi come l’appena nominata “Step Outside” dimostrano la potenzialità melodica dell’intenso giro di piano, il mix di campanelli e voci femminili di “No Asterisk” è quasi etereo, il ruvido hardcore di “No Tolerance”, dove spicca la performance di Nems, vive di un ottimo contrasto con la morbidezza assegnata alla sezione ritmica.

Non tutto funziona a dovere, dato che il loop di trombe su cui posa “Clubber Lang” è sin troppo ripetitivo, costringendo a rivolgersi alla qualità dell’esibizione lirica di KXNG Crooked per andare nuovamente in cerca del brano, e passaggi come “No Favors (Part 2)” sono solidi sì, ma un po’ ruffiani. Al di là di ciò, resta inequivocabile il fatto che sia proprio Selektah il produttore ideale per il duo, tanto per come Wall e Term suonano naturalmente bene in quel territorio, quanto per il deludente apporto degli altri, tra i quali va annotato il debole gettone di un Pete Rock che vivacchia di rendita grazie a un estratto così datato che potrebbe benissimo provenire da un floppy disk (“Recognize My Car”), o ancora quell’inno all’idiozia che è a tutti gli effetti “Money On My Phone”, apprezzabile per la virata Trap nella ritmica ma dannatamente frivola nello svolgimento, anche se Wall ci mette sempre la pezza col suo savoir faire (<<cashapp dingin’ non stop, you can dance to that>>). Meglio, invece, gettare direttamente nel cestino “How You Been?”, vergognosa leccata patinata di Dame Grease con tanto di testo scadente (<<I just wanna text you and/let you know I’ve been stuck to you like heroine/…/I just wanna pray for you ‘cause you’re so blessed>>).

Quindi, una volta levata la curiosità di cui all’introduzione, non restano che tre possibili scelte. La prima: tenere i tre/quattro migliori brani di quest’album in rotazione nella propria playlist, perché ne vale davvero la pena. La seconda: andare a ripescare “Give Thanks” godendosi Paul Wall senza tanti fronzoli. La terza: attenderne un eventuale seguito, dato che l’asse Houston/Boston ha ampiamente dimostrato di poter reggere, magari eliminando Termanology dall’equazione.

Tracklist

Paul Wall and Termanology – Start 2 Finish (Perfect Time Music Group/ST Records 2022)

  1. No Asterisk
  2. Ask Permission
  3. Recognize My Car
  4. Thailand [Feat. Bun B]
  5. No Favors (Part 2) [Feat. C Scharp]
  6. Clubber Lang [Feat. Wais P and KXNG Crooked]
  7. How You Been? [Feat. Mia Jae]
  8. No Tolerance [Feat. Fly Anakin and Nems]
  9. Money On My Phone
  10. Step Outside [Feat. Millyz and Jared Evan]

Beatz

  • Statik Selektah: 1, 2, 5, 6, 8, 10
  • Pete Rock: 3
  • Termanology: 4
  • Dame Grease: 7
  • J. Cardim: 9
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