Paris – The Devil Made Me Do It

Voto: 4

La fine degli anni ottanta è ricordata come il preciso periodo storico in cui l’Hip-Hop stava vedendo crescere una delle sue ramificazioni più importanti, svestendosi della sua natura di genere di puro intrattenimento per diventare la voce più significativa della comunità black. Era l’epoca in cui i Public Enemy aprivano porte apparentemente inviolabili, dando luce a un selciato fondamentale da percorrere per la nuova gioventù nera e contribuendo a idee rivoluzionare che l’America bianca e benpensante aveva storicamente tentato di reprimere con tutte le forze.

Paris ha tratto esattamente da questo humus l’ispirazione per scrivere il suo album di debutto, che si riferisce all’uomo bianco a stelle e strisce come il classico diavolo dagli occhi azzurri, dando particolare rilevanza alle tensioni sociali vissute in più parti degli Stati Uniti e tracciando su un ideale terreno una simbolica linea oltre la quale la comunità di colore non intendeva più sopportare inibizioni e violenze morali o fisiche, trasmettendo attraverso un canale di enorme comunicazione come l’Hip-Hop la necessità di riorganizzarsi, ritrovare l’identità perduta e l’orgoglio per se stessi, studiare le proprie radici e cambiare per sempre il disavanzo sociale tra razze.

All’epoca, Paris è un poco più che ventenne contraddistinto da una vasta cultura, animato dal desiderio di rivalsa insito nella sua gente, seguace del verbo di Malcolm X e costruttore di rivolte liriche che prendono spunto dalle Pantere Nere, figura di costante riferimento a livello testuale. Ha anche idee per qualcuno troppo chiare e proprio come gli stimati Public Enemy diventa presto un personaggio scomodo, ecco perciò che il singolo d’esordio, “The Devil Made Me Do It”, viene levato senza troppi complimenti dalla rotazione di MTV per via dei suoi contenuti controversi. Al di là delle proibizioni televisive e delle polemiche su alcune posizioni dei suoi lavori, Paris lancia comunque un messaggio evidente: il suo è un album tagliente, rumoroso, estremamente combattivo, ogni suo solco rappresenta una rivoluzione in pieno effetto, ogni rima è frutto di uno studio approfondito di storia e religione, ogni pezzo minaccia, denuncia, incita a reagire.

La produzione esalta l’uso di bassi robusti, che strisciano nell’oscurità insinuandosi nella traccia fino a diventare ipnotici, i ritmi scanditi dalla potenza delle batterie sono perentori, secchi, scandiscono con precisione il susseguirsi di strofe enunciate con fermezza e rabbia controllata, tipiche di un vero e proprio leader carismatico. Alla già citata titletrack, contraddistinta da un energico riff di chitarra elettrica e da suoni apocalittici, si aggiungono la veemente “Break The Grip Of Shame”, altro caposaldo della discografia dell’artista di San Francisco memorabile per il sample di chitarra e per il testo provocatorio (<<with the raised fist I resist/I don’t burn, so don’t you dare riff/or step to me I’m strong and black and proud/and for the bullshit I ain’t down>>), e tutti quei passaggi nei quali l’atmosfera si fa intimidatoria e il Nostro, nascosto da qualche parte nel buio, sferra l’attacco contro il sistema comandato da politici bugiardi e poliziotti corrotti.

“Panther Power” non ha bisogno di presentazioni e campiona Chuck D nel ritornello, “The Hate That Hate Made” trae ispirazione da episodi di violenza razzista, “Scarface Groove” è tesa, cupa e ospita come tanti altri pezzi i graffi di Mad Mike, cui “I Call Him Mad” dedica appunto un po’ di meritata attenzione. Capita poi che il suono si ammorbidisca (“Mellow Madness”, “Escape From Babylon”), ma l’impeto del rapper non cambia e il tutto è sorretto da un’ottima tecnica metrica, un lessico ben superiore alla media e un bagaglio di sapere invidiabile, carte vincenti di un lavoro molto più maturo dell’età anagrafica di chi lo ha realizzato.

Un esordio col botto, che agli albori dei novanta fece letteralmente tremare i pilastri dove poggiavano le sicurezze di tutte quelle persone che non credevano che la comunità nera, un giorno, avrebbe avuto il coraggio di attrezzarsi e reagire, sferrando dei colpi letali che ancora oggi lasciano il segno.

Tracklist

Paris – The Devil Made Me Do It (Tommy Boy Music 1990)

  1. Intro
  2. Scarface Groove
  3. This Is A Test
  4. Panther Power
  5. Break The Grip Of Shame
  6. Warning
  7. Ebony
  8. Brutal (Bonus Track Unavailable On LP)
  9. On The Prowl (Bonus Track Unavailable On LP)
  10. The Devil Made Me Do It
  11. The Hate That Hate Made
  12. Mellow Madness
  13. I Call Him Mad
  14. Escape From Babylon
  15. Wretched
  16. Break The Grip Of Shame (Bonus Track Unavailable On LP Or Cassette)
  17. The Devil Made Me Do It (Poach A Pig Mix) (Bonus Track Unavailable On LP Or Cassette)

Beatz

All tracks produced by Paris except tracks #10 and #13 co-produced by D.R.

Scratch

All scratches by Mad Mike

The following two tabs change content below.

Mistadave

Ultimi post di Mistadave (vedi tutti)