Nas & Dj Premier – Light-Years
Nel tempo, l’Hip-Hop ci ha stuzzicato con progetti immaginati (talvolta in assenza del pur minimo fondamento), svelati attraverso indiscrezioni non del tutto ufficiali, annunciati e poi accantonati, alimentando un piccolo pantheon di uscite sulle quali si è fantasticato tanto da poterne tracciare degli ipotetici contorni. L’insieme comprende senz’altro la collaborazione tra Nas e Dj Premier, reclamata a gran voce dai fan nel corso di quasi un trentennio e cui il duo stesso ha fatto allusione in più occasioni, fino a quando – nell’aprile dello scorso anno – il singolo “Define My Name” ha celebrato “Illmatic” e avviato il conto alla rovescia verso “Light-Years”, senza peraltro farne parte. Per questo motivo, l’album rientra a pieno titolo nella serie Legend Has It… ideata da Mass Appeal, portando a compimento un’operazione che, proprio perché attesa così a lungo, è chiamata altresì a schivare un certo numero di insidie; intanto, quindi, registriamo due buone notizie: si tratta di un album vero, con capo e coda, e la decisione di non farcire i quarantotto minuti di durata con l’ennesimo elenco di featuring è appropriata, visto l’enorme valore del protagonista.
Fatta la premessa (e lo diciamo anzitutto ai soliti articolisti dall’entusiasmo precoce, quelli che eleggono capolavori a un quarto d’ora dall’ascolto), affiancare quest’ultima prova alle migliori dei due artisti – classe ‘66 il produttore, classe ‘73 il rapper – ci sembra un’inutile e finanche irrispettosa forzatura, consentendo che aspettative e stima incondizionata (oltre a una grossolana pochezza d’analisi) prevalgano rispetto a un serio, adeguato e minuzioso approfondimento. Diciamolo subito, “Light-Years” ha sia pregi che difetti e, se da un lato ci sarebbe piaciuto poterne tessere solo una lunga sfilza di lodi, dall’altro non consideriamo oltraggioso esprimere qualche riserva su un risultato complessivo che rimane positivo e in misura anche ampia. Per inquadrare il disco con chiarezza occorre dunque cominciare dai diversi stati di forma evidenziati dal duo di recente: in tre anni, Nas ha realizzato due trittici – “King’s Disease” e “Magic” – che sono il sensibile riflesso di un entusiasmo ritrovato, percorso arricchito da un ulteriore filotto di ottime strofe rilasciate in ciascun capitolo delle Legend; Preemo ha navigato un po’ più a vista, lasciando avvertire lievi slanci evolutivi nei rispettivi EP pubblicati con Roc Marciano (“The Coldest Profession”) e, ancor più, Ransom (“The Reinvention”), tuttavia riuscendo a deliziarci soprattutto nei suoi interventi per “Cabin In The Sky”.
Questa mancata simmetria è altrettanto palese nei quindici brani della tracklist, che a tratti si sgonfiano appunto sul versante dei suoni. Il buon Christopher è unanimemente riconosciuto tra le figure di riferimento del beatmaking da quel 1991 in cui “Step In The Arena” impose i Gang Starr all’attenzione degli appassionati con un sophomore di proporzioni epocali; descrivere il suo stile, quei tagli riconoscibili al primo colpo abbinati a linee scratchate con maestria, ci condurrebbe a un commento a sé, tale è la mole di gemme firmate, stando però agli ultimi due lustri circa ricordiamo alti e bassi di un cammino che forse non ha saputo capitalizzare l’esperienza di “PRhyme” (in coppia con Royce Da 5’9”). Tutto ciò riemerge nitidamente di fronte a composizioni che risentono di un’ispirazione modesta, come l’introduttiva “My Life Is Real”, un fiacco giretto melodico che di accogliente ha ben poco, e “Madman”, la tipica strumentale minimale di Premier, salvo essere priva dell’incisività mostrata altrove – ed è un peccato, considerato il livello costantemente elevato delle prestazioni dell’mc. Oppure può trattarsi di soluzioni che si abbinano male all’atmosfera generale (“Welcome To The Underground”) e campioni dalla resa non eccellente (“Nasty Esco Nasir”), fatto sta che una percentuale non irrilevante di “Light-Years” fatica a brillare nella sua totalità.
Operati questi necessari distinguo, come accennato, a proposito di Nas non possiamo che spendere un giudizio entusiasta. Il Nostro conferma una verve che, passati i cinquanta, ha del clamoroso, un rientro in scena per nulla scontato dopo i sei anni di stop seguiti a “Life Is Good”, coi deludenti “Nasir” e “The Lost Tapes II” che interrompevano quel silenzio in maniera sconsiderata. Qui, oltre a un’abbondante dose di rivendicazione, spicca subito una manciata di pezzi a tema: l’ottima “Writers”, con deliziosi echi old school, omaggia i grandi pionieri dei graffiti (<<see, I’m a writer in Rap form/but these are writers that bomb trains and subway platforms/courageous, bravest, street creators/they synonymous with dj’s, rappers and breakers>>); “Bouquet (To The Ladies)”, sul bel Funk di “Here Comes The Sun” di Eugene Record, celebra invece tutte le queens (<<startеd with Sha-Rock, fifty years later women is on top>>); “Pause Tapes”, sopra due note e un fruscio, evoca i beat amatoriali che un’intera generazione di aspiranti spitter si faceva in casa pigiando i tasti di un vecchio stereo (<<listen for a beat to rock, ninety minute tape, I got enough time/play it one time, four bars/press record, then press pause, then restart/record, loop, repeat>>).
Un altro gruppetto di tracce davvero intrigante è quello costituito dalle reprise. “NY State Of Mind Pt. 3” si riallaccia al classico dei classici e alla sua seconda parte contenuta in “I Am…”, rinnovando a prescindere l’amore per una città che, sull’onda della gentrificazione, si sta trasformando (<<they buildin’ hotels where it once was a Devil’s playground/Michelin Star’s cool, but the streets is cookin’ that beef stew/that chopped cheese too, screwface how we smile/they want us gone, but that’s fine>>); “3rd Childhood” fa invece il paio con “2nd Childhood” di “Stillmatic”, condividendone il parallelo generazionale e i dubbi sulle scelte da prendere nel passaggio da un’età all’altra (<<rock and rollers still rebels, any age that they at/but with Rap, it’s a time limit? Never/I’m livin’ proof, I’m the truth ‘til if I live a-hundred-and-two>>); la morbida “Sons (Young Kings)” è una dedica paterna per Knight Jones, secondogenito e fratello di Destiny, già coccolata in “Daughters”; “My Story Your Story”, infine, non è un prosieguo in senso stretto, la presenza di AZ e il fatto che non ci siano altre partecipazioni esterne ci porta comunque a “Life’s A Bitch”, chiudendo il cerchio con due strofe fitte di scambi, sebbene il tono sia in realtà molto leggero e Premier non ci metta la dovuta energia.
Ultime menzioni per “GiT Ready”, apprezzabile episodio muscolare (<<I’m from the block with a chain, this the new blockchain/but my portfolio is many things, from quantum computin’/to biotech ‘cause it’s life improvin’, degradable plastic trash removin’>>), e una “Shine Together” che trova di nuovo l’abbrivio nella voce di Biggie, giungendo al termine di una recensione che ci auguriamo non vi influenzi in un senso o nell’altro: “Light-Years” è la materializzazione di una preghiera collettiva, che somigli o meno al disco che avevamo in mente, che rispecchi o meno il potenziale rappresentato da Nas e Dj Premier, che abbia o meno la medesima qualità che avremmo riscontrato quindici, venti o più anni fa, tocca stabilirlo a ciascuno di noi anche in base a parametri che di oggettivo possono non avere nulla.
Tracklist
Nas & Dj Premier – Light-Years (Mass Appeal Records 2025)
- My Life Is Real
- GiT Ready
- NY State Of Mind Pt. 3
- Welcome To The Underground
- Madman
- Pause Tapes
- Writers
- Sons (Young Kings)
- It’s Time
- Nasty Esco Nasir
- My Story Your Story [Feat. AZ]
- Bouquet (To The Ladies)
- Junkie
- Shine Together
- 3rd Childhood
Beatz
All tracks produced by Dj Premier
Scratch
All scratches by Dj Premier
Bra
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