Milez Grimez – Milezstone

Voto: 3 +

La possibile attrazione suscitata da dischi come “Milezstone” è racchiusa in premesse simili a quelle di tanti altri lavori atti a rievocare il suono duro, scuro e pulsante del boom bap marchiato con l’effigie della Grande Mela nei suoi gloriosi anni novanta. Milez Grimez non giunge da New York, bensì da Pawtucket, nel Rhode Island, ovvero da quella contea di Providence così particolarmente suggestiva nel periodo autunnale grazie alle sue cittadine piccole, ordinate, spesso attraversate da corsi d’acqua, certamente divergenti dal grigiore delle metropoli. Tale provenienza non gli ha impedito di assorbire una Cultura ruvida, atta alla sfida, corrugata dalle infinite battaglie affrontate per emergere cercando di ricavarsi uno spazio personale all’interno di un movimento capace di accendere la miccia della passione di tante persone, creando loro un’identità e un senso di appartenenza.

Intenti e contenuti non sono certo nuovi per un genere che fa dell’affermazione contro ogni pronostico uno dei suoi capisaldi storici, peraltro sempre interessanti da sviscerare nello stesso momento in cui il protagonista riesce a coglierne aspetti differenti dalla norma, specie se attingendo dal proprio vissuto. Grimez farebbe intendere di voler utilizzare approfonditamente tale metodo per creare l’estetica argomentativa di ognuno dei dieci brani che compongono quest’album: il condizionale non è utilizzato a caso, in quanto l’effettiva esecuzione dell’idea risulta poi applicata limitatamente a un gruppetto di tracce. Perché alla fin fine, in un modo o nell’altro, si casca quasi sempre in un Rap da battaglia che o si è davvero capaci di condurre con originalità, o rischia di condurre in quel confuso ammasso di progetti tra loro somiglianti che oggi è più disponibile che mai.

Qui entrano in gioco i tratti somatici del protagonista, il quale – come detto – confeziona solo in parte un lavoro pertinente agli scopi dichiarati, lasciando prendere il sopravvento a un atteggiamento apparentemente indistruttibile nella gestione delle proprie sicurezze, fino quasi a esagerare un’ostentazione non sempre sorretta da controprove di totale completezza lirica. La competenza tecnica c’è tutta, perché va sottolineato come ogni brano offra prova di una positiva gestione del flow, di un lodevole controllo del fiato, di una dizione perfettamente comprensibile e di una metrica abile nell’allestimento delle assonanze e sufficientemente varia nel piazzamento delle rime. L’asino perde però l’equilibrio laddove si vada invece ad analizzare la creatività contenutistica, che per i sette decimi del viaggio occupa un binario univoco senza tuttavia offrire quel gruppo di barre che faccia tornare indietro o eliminare quella piccola frustrazione emergente in coincidenza di tutti quei passaggi nei quali Milez mostri – talvolta forzatamente – quanto le sue ispirazioni derivino dalla old school, come se la purezza morale fosse pretesa sufficiente per autoritenersi infallibili.

La vera essenza dell’album si riduce dunque a un quasi permanente assemblaggio di strofe incentrate su autoesaltazione e minacce perpetrate contro gli impostori, evocando un testosterone spesso privo della giusta quantità di quella fantasia che così bene si sarebbe abbinata alla pulizia tecnica posta sul tavolo. Nonostante una piacevole conduzione dei giochi in assonanza, singoli come “Grimez Galore” evidenziano prevedibilità realizzativa, se non altro perché il testo smorza gli entusiasmi sin dalla prima riga (<<punks jump to get beat down brutally>>), in un contesto nel quale persino Marco Polo si abbandona al pilota automatico proponendo la solita linea tesa di tastiera da abbinare al colpetto di chitarra per poi ripetere il successivo e tipico mini sample sulle otto battute. Pure il cosign di Psycho Les non fa particolare clamore, per quanto bene giri il loop di chitarra di “Maniac” sopra alla gradevole sezione ritmica, dato che il suo sciatto ritornello non è altro che l’ennesimo modo di scroccare l’abusata dicitura featuring; e Grimez non migliora certo la situazione quando si tratta di scacciare l’idea del già sentito o, quantomeno, l’impressione che alcuni passaggi forzino il congiungimento di sillabe a discapito del senso della barra (<<you could catch me spittin’ bars at the bar wreckin’ disorderly/or on your boulevard wreckin’ cards of rappers that bore me/…/defeating my team not even in your most believable dreams>>).

Le premesse concettuali vengono rispettate in misura limitata e tardiva nell’evolversi della scaletta, esibendo solo alcune delle potenzialità tematiche che avrebbero meritato un maggior approfondimento o anche solo una scrittura migliore. La titletrack, dura ma melodica grazie al prezioso operato di Vertygo e Tha King 8th, offre il racconto di un rapper oggi più concentrato sugli obiettivi personali, tuttavia il testo si distrae nello stesso istante in cui pervengono citazionismi utili solo a circoscrivere se stessi in una determinata era Hip-Hop. Da questo punto di vista, riesce nettamente meglio, per quanto il colorato up-beat non faccia impazzire per i suoi toni più leggeri, una “Serious Joy” che possiede almeno degli elementi più personali, una tendenza che in altri casi svanisce di fronte all’impellenza di tornare costantemente all’autoreferenzialità, come testimoniato da quel buon scambio di microfoni che si dimostra essere “Domino Effect”, indovinata intuizione di Nottz nella quale la fusione col figurativismo del legnoso Demmene Syronn non comincia nemmeno.

Il disco tende a impressionare per la sua consistenza in misure simili in cui delude per la sua inefficacia. Infatti, atmosfere come quella di “Speak For Yourself” attraggono fortemente all’headnod grazie al sample di cortissima misura e la sezione ritmica piacevolmente adiposa, ma per quanto metricamente valido sia Milez Grimez risulta difficile passare sopra al vuoto di qualche passaggio (<<I consistently prevail while y’all repeatedly fell>>). E dire che il medesimo se la cava davvero bene nel chiudere consistenti parti di strofe con rime multisillabiche, come attestato dalla possente “Had To Be Done”, hardcore fino al midollo grazie anche alla presenza di un indemoniato Sticky Fingaz e dell’accattivante produzione allestita da Shy The BeatYoda, senza però riuscire a togliere le perplessità riguardanti l’effettiva riuscita di alcune barre (<<my Henny chaser is ayahuasca/you can try to bark but your bite is softer than a chihuahua’s/all you timid frauds swimming with sharks and getting devoured/yall should quit before you stiff in a coffin’ filled up with flowers/you cowards don’t stand a chance/throw up ya hands and go do the Hammer dance into an ambulance>>).

Laddove “Milezstone” intendeva accostarsi a un determinato tipo di inclinazione attitudinale e sonora, vi riesce senza dubbio alcuno, tanto per la soddisfacente fattura generica dei beat quanto per la competenza dimostrata dall’autore. Tuttavia, il rischio di perdersi nel mezzo delle tante operazioni rievocative che poco aggiungono al già ricco panorama odierno è dannatamente concreto e l’impressione è che Milez Grimez abbia deciso di correrlo un po’ troppo da vicino.

Tracklist

Milez Grimez – Milezstone (No Label 2022)

  1. Intro [Feat. Rudy Rudacious]
  2. 90’s BPM
  3. Grimez Galore
  4. Maniac [Feat. Psycho Les]
  5. Bitter Jealous Pride [Feat. Alyssa Marie and Swann Notty]
  6. Domino Effect [Feat. Demmene Syronn and Blue Raspberry]
  7. Had To Be Done [Feat. Sticky Fingaz]
  8. Speak For Yourself
  9. Serious Joy [Feat. Blue Raspberry]
  10. Milezstone

Beatz

  • Vertygo: 1
  • J. Depina: 2
  • Marco Polo: 3
  • Spent: 4
  • Jon Glass: 5
  • Nottz: 6
  • Shy The BeatYoda: 7
  • Bombdrop: 8
  • Nick Wiz: 9
  • Tha King 8th and Vertygo: 10

Scratch

  • Dj Revolution: 3
  • Dj Mekalek: 5, 8
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