Masta Ace & Marco Polo – A Breukelen Story

Voto: 4 +

L’abnorme quantità di musica a disposizione ha inevitabilmente inciso sulla longevità dei dischi. Il loro consumo è più rapido, ogni mese il mercato propone così tante novità che capita di doverne sacrificare qualcuna costringendo a tentarne il recupero alla prima pausa lavorativa propizia; ne consegue che riempire oggi una cartella coi singoli più incisivi dell’ultima decade risulti essere impresa assai più ardua rispetto a quando si registrava la classica cassettina spremendone il nastro al limite dei novanta minuti di capienza riempiendo il supporto di classici istantanei, definizione – quest’ultima – oggi confacente a un limitato numero di casistiche.

Nostalgia” – raro pezzo di nuova generazione del quale possiamo citare la maggior parte delle liriche a memoria – ricade perfettamente nei confini appena menzionati e rappresenta l’esempio più significativo per la comprensione dell’essenza celebrativa che “A Breukelen Story” racchiude al suo interno nel raccontare una storia densa di emozioni, su tutte la soddisfazione raccolta dai due protagonisti nel rincorrere il proprio sogno Hip-Hop giocando un’azzardata partita col destino, gettando sul tavolo ogni piccola risorsa rimasta per riuscire a farsi strada in quest’ambiente. Brooklyn – opportunamente menzionata nel titolo come Breukelen per decantarne le origini coloniali olandesi – è l’univoco sfondo nel quale convivono due esperienze legate da tanti punti di contatto, concept sul quale Masta Ace va a riempire l’ennesima tela bianca di una carriera sapientemente costruita sullo sviluppo di un determinato tema portante, qui congiunto raggruppando la regia di brani e skit per le sottosezioni tematiche, rimbalzando il borough tra un ruolo materno naturale o adottivo a seconda del soggetto trattato.

Proseguendo la raffigurazione locale già proposta nell’ottimo “The Falling Season“, non possono che uscire nuovamente i connotati più pericolosi di un luogo conosciuto per violenza e repressione sociale, ma questa è pur sempre casa, sia per chi c’è nato (<<I’m from the V-I-Double-L-E, like M.O.P./where cats walk around like him or me?/art of survival, tryin’ to calculate the heart of a rival>> intona Ace per aprire l’album), sia per chi vi è stato accolto a braccia aperte nonostante giungesse da altri confini, infine per chi oggi non c’è più ma lì ha lasciato un indelebile solco attraverso indimenticabili pagine di storia della Cultura, dopo essere cresciuto in quel cemento e tra quei graffiti. Brani come “Breukelen”, la melodica “Kings” o la pesissima “Get Shot” (quest’ultima campiona non a caso Jay-Z e O.D.B. per il ritornello) sono riverenze provenienti dal cuore ed espresse con intrecci da sogno, fini liricismi composti da duplici rime e instancabili multiliner gestite anche su intere strofe, inquadrando l’ennesima prova di qualità superiore firmata da un autore giunto alla terza decade di prolifica attività.

Non che nutrissimo particolari dubbi, ma la chimica tra i protagonisti si dimostra rocciosa pure su lunga distanza, nel caso specifico composta da quattordici pezzi (al netto di interludi) il cui compito è quello di recitare i passi essenziali del trasferimento di Marco Polo da Toronto a New York. Il produttore canadese offre la consueta varietà di nerborute sezioni ritmiche dedite al boom bap e loop costruiti su campioni approfonditamente ricercati, stesi uno sopra l’altro a formare strati sonori che collaborano molto bene tra loro.

L’ottima “Sunken Place” vive su un’eccellente costruzione di beat e refrain, la programmazione della batteria offre delle potenzialità ritmiche sulle quali il flow di Ace risulta letteralmente devastante; più che opportuna è la presenza di Fame nella creativa “Count ‘Em Up”, furba nel prelevare un giocoso coro di bimbi per adattarlo a varie parti di un testo che polemizza aspramente contro le eccessive misure di controllo governative verso il quartiere; “American Me” e “You & I” ampliano il range d’azione proponendo rispettivamente un potente Soul di sicuro potere emozionale e un’alzata dei bpm condita da chitarre, certificando l’estensione musicale di un Polo che centra sistematicamente (escluderemmo la sola “Wanna Be”, l’unico beat a non impressionare granché) l’obiettivo di arricchire la narrazione con le giuste atmosfere.

L’estrema competenza in dote a Masta Ace consente di toccare vette raggiungibili solo dai talenti davvero speciali. Il concetto di ode viene temporaneamente e abilmente traslato da Brooklyn all’Hip-Hop stesso creando un’interessante versione rivista ed estesa della più nota opera commoniana (“Still Love Her”) mantenendo un tasso lirico costantemente rivolto verso l’alto, che s’impenna grazie all’onirico sodalizio con Elzhi (“Corporal Punishment”), con il sommo duo preso a inneggiare contro l’industrializzazione musicale risultando tecnicamente ineccepibile per come intrecciano le barre a livello figurativo. Il picco creativo assoluto viene però raggiunto grazie a un pezzo tra i più belli mai scritti dal protagonista, “The Fight Song”, che condivide la scena con un ispiratissimo contributo di Pharoahe Monch nell’animare la sua valorosa lotta contro la sclerosi multipla sopra un coro celeste da brividi lungo la schiena, svolgendo un testo da copincollare istantaneamente nella sua interezza.

<<You love to hear the story, again and again>> recitava l’inizio della seconda strofa di quella “Nostalgia” di cui sopra, parafrasando la leggendaria “The Bridge”, citazione che troviamo perfetta per tratteggiare l’essenza di un disco firmato da un autentico cineasta del Rap che di vicende in rima ne ha illustrate davvero tante in questi trent’anni, attraverso l’ingegno delle sue parole e le distintive tinte biografiche delle sue composizioni.

Tuttavia, anche per i ricchi di talento la sfida è e dev’essere sempre aperta e qui il sapersi mettere alla prova di Masta Ace è adeguatamente espresso dall’ampio spazio dedicato alle avventure di una persona differente da se stesso, ovvero uno smilzo canadese col vizio delle sigarette, appassionato di MPC e di quei fantastici bottoni capaci di rigenerare pile di vecchi vinili ricavandone rinomate freschezze, sbarcato a New York con pochi spiccioli in tasca ma oggi prominente figura produttiva di quella corrente Hip-Hop votata al classico boom bap della east coast e di quella Breukelen che oggi può permettersi di chiamare casa.

Tracklist

Masta Ace & Marco Polo – A Breukelen Story (Fat Beats 2018)

  1. Kings
  2. Dad’s Talk (Skit)
  3. Breukelen “Brooklyn” [Feat. Smif-n-Wessun]
  4. Get Shot
  5. Still Love Her [Feat. Pearl Gates]
  6. Man Law [Feat. Styles P]
  7. You & I
  8. Gotta Go (Skit)
  9. Sunken Place [Feat. Pav Bundy]
  10. Corporal Punishment [Feat. Elzhi]
  11. Landlord Of The Flies (Skit)
  12. Count ‘Em Up [Feat. Lil’ Fame]
  13. American Me
  14. The Cutting Room (Skit)
  15. God Bodies [Feat. Trini Boys]
  16. Wanna Be [Feat. Marlon Craft]
  17. Three [Feat. eMC]
  18. The Fight Song [Feat. Pharoahe Monch]
  19. Mom’s Talk (Skit)

Beatz

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