Lloyd Banks – The Course Of The Inevitable

Voto: 4 – –

Volevamo parlarvi di The Course Of The Inevitable già da parecchio, ma abbiamo preferito riporlo per qualche mese nel frigorifero, in attesa che il meteo ci consentisse di riportare in cantina ventilatori e pinguini meccanici. Perché…dai Lloyd, lo sai anche tu che questa roba qua mica possiamo metterci ad ascoltarla col sudore che ci gronda dalla fronte? Minimo minimo dobbiamo poterlo fare con indosso felpa, cappuccio e un paio di Jordan ai piedi. E se poi capita che sia pure il mese di novembre e il cielo quel giorno abbia le palle girate, be’ tanto meglio ancora.

Ma andiamo con ordine e partiamo proprio dal nome elegantemente ricamato in copertina. Lloyd Banks, al pari del suo ex boss (e di un po’ tutto il resto di quella risma di rapper che fungeva da punto di congiunzione tra catenoni sempre più massicci e di dubbio gusto, ferri perennemente carichi in bella vista e il grossolano product placement dei videoclip di quei tempi), ha sofferto i riverberi di quell’11 settembre di quattordici anni fa. Chiamatelo scisma, o golpe; fatto sta che i piani alti dell’Hip-Hop al tempo si spazzolarono per benino la spalla, scrollandosi di dosso definitivamente uno dei tabù più radicati nel game. L’orsetto che soppianta i grossi calibri, un evento estintivo in piena regola. Ti sei costruito una carriera rappando di sparatorie all’angolo del quartiere, vicoli cupi e sangue? Be’, indovina un po’? Per te ora non c’è più posto. Perlomeno non a queste altitudini. Questo, in sintesi, il senso di ciò che stava maturando. E Banks era di quella scuola, il Sammy Gravano (per carisma di strada) della G-Unit, quello che – camminando un passo dietro al boss – faceva indossare i guantoni alle rime e non lasciava mai le corde vocali a secco di polvere pirica. Tutte qualità che trovano poco spazio in tempi di pace.

Non sorprende, quindi, che anche per Banks quella strada si sia improvvisamente fatta vieppiù ripida e gli undici anni che separano “The Course Of The Inevitable” dal suo predecessore raccontano una storia. Se “The Hunger For More 2” era il disco di un rapper non ancora trentenne e giunto al top della carriera, ora la carta d’identità dice che sono quasi quaranta. Certo, l’ex G-Unit non se n’è stato in silenzio per tutto il tempo (alla voce mixtape non sono sufficienti le dita di una mano per tirare le somme), ma quando alla fine si fanno i conti l’unica valuta che ha corso legale in questo mondo è data dagli album. E, in tal senso, Banks dimostra sin dalle primissime battute di non essere un nullatenente.

Niente pipponi introduttivi né grandi convenevoli. Giusto lo scoppiettio di una fiammella, il beat essenziale di Propane che si accende e in meno di una ventina di secondi il Nostro entra subito in materia, stampando il primo di tanti ceffoni (<<hundred dollar bills for sit-up drills, my Benji’s reps/ignorant, and I don’t two fucks with Fendi F’s>>) e mettendo in chiaro che la tecnica del colpo è stata adeguata ai tempi che corrono (<<death to haters, can’t even be here in spirit/kill a nigga, set up his GoFundMe and steal it>>). Dagli idrocarburi alle aldeidi. La scala di grigi che attraversa “The Course…” emana sentori tipicamente griseldiani. E c’è da scommetterci: l’ascesa della casata di Buffalo è stata il lancio di dadi che ha convinto molti a spostarsi sulla casella successiva del proprio percorso. In Formaldehyde troviamo a presenziare anche Benny The Butcher in persona, mentre Nothing But M’s ricalca grossolanamente gli spartiti di Daringer. I due, però, al microfono non fanno gli schizzinosi e non lasciano nulla nel piatto.

Musicalmente, il disco non esplora vette né svela lembi di terra immacolati. Al contrario, il paesaggio alle spalle delle strofe appare spesso arido e desolato. Ma ciò non è necessariamente un male, considerato il passo dell’ex luogotenente di 50 Cent; il quale anzi – pienamente consapevole della sua natura monocromatica – ha elargito con cura i pochi inviti previsti nella tracklist, rimescolando quanto basta il mazzo. La matrice abrasiva di Ransom sfrega e rimodella i contorni rotondi di Falsified; Freddie Gibbs viene chiamato in causa nell’eterea Empathy e lui scala una marcia senza però far correre a vuoto i cavalli nel motore (<<these scammers ain’t no hustlers, they computer thots/this Harlem nigga sent some shooters at me, got his shooter shot/uh, this shit I be spittin’ so real, make niggas pull they Google out/my ‘Vette orange, groovin’ like I grew up on the Hoover block>>); e poi c’è l’inossidabile Roc Marciano, chiamato a fare quel che sa fare meglio in una Early Exit che finirà inevitabilmente trascinata nelle playlist del prossimo autunno.

Il grosso del lavoro (e dovrebbe essere la norma, ma sappiamo che così non è) se lo smazzano comunque le spalle di Banks, che risponde a suon di schiaffi a chi già l’aveva relegato a un ex del giro. <<All I got is my word and principles that I never cross/can’t get knocked off, the turns of the inevitable course>> – a buon intenditor…

Tracklist

Lloyd Banks – The Course Of The Inevitable (Money By Any Means 2021)

  1. Propane
  2. Sidewalks
  3. Empathy [Feat. Freddie Gibbs]
  4. Early Exit [Feat. Roc Marciano]
  5. Formaldehyde [Feat. Benny The Butcher]
  6. Death By Design
  7. Food [Feat. Styles P]
  8. Crown
  9. Falsified [Feat. Ransom]
  10. Break Me Down
  11. Commitment
  12. Pain Pressure Paranoia
  13. Stranger Things
  14. Drop 5
  15. Panic [Feat. Sy Ari da Kid]
  16. Smoke And Mirrors
  17. Dishonorable Discharge [Feat. Vado]
  18. C O T I

Beatz

  • Encornelius: 1
  • Cartunebeatz: 2, 3, 9
  • Rxnway: 4
  • Nothing But M’s: 5
  • The Olympicks and Motif Alumni: 6
  • Illatracks: 7
  • Alpha_Betic and Shadow Magnetic: 8
  • Dual Output: 10, 15
  • Chase N. Cashe: 11
  • Phill Jvckson: 12
  • 2wo 4our: 13
  • Fruition Beats: 14
  • Mr. Authentic: 16, 17
  • Tha Jerm: 18
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