KRS-One – Temple Of Hip Hop Global Awareness
Nonostante l’attività discografica di KRS-One non lasci più l’impronta profonda di un tempo, la curiosità di sentirlo nuovamente all’opera non è mai cessata, al di là delle facili previsioni che pronosticavano, il più delle volte, una possibile delusione. Il motivo più verosimile è insito, oltre che in un rispetto non certo sufficiente per costituire motivo a sé, nella rilevanza sprigionata dal suo senso conservatore di origine e semplicità, pertanto ci ritroviamo ancora qui, nel 2025, a generazioni dalla pubblicazione di “Criminal Minded“, a parlare del suo ultimo album. Lo facciamo sapendo bene che cercare di riassumere un pensiero coerente nei confronti di Kris non sia affatto un compito semplice, intrecciando i criteri valutativi per giudicarne una carriera discendente dal punto di vista della qualità nelle registrazioni, ma assolutamente impeccabile per attività profusa – non solo in studio – nella diffusione della Cultura. Lontano dai classici proposti tanto col nome Boogie Down Productions quanto sotto l’effigie solista, KRS ha privilegiato l’aspetto etico/morale sacrificando la qualità, rendendosi esecutore primario di tutti gli aspetti dei suoi lavori, fatta salva la stretta e semisconosciuta cerchia di collaboratori esterni, conservando tuttavia il suo status di icona Hip-Hop – se ce n’è una, non può che essere lui! – in tempi nei quali determinati termini vengono sperperati a caso.
Il tema della recensione di “Temple Of Hip Hop Global Awareness“, che giunge a corredo di un tour europeo passato anche dalle nostre parti, non è quindi una futile difesa priva di costrutto verso leggende venerate dai media anche quando non ne è proprio il caso; mai, tra queste pagine, ci si è eretti a scudieri senza senso nei confronti di nessun componente della vecchia guardia, tessendo lodi inconsistenti: esiste testimonianza scritta dell’esatto contrario. Quindi, cercando di centrare quel difficile esercizio che sta nel mettere tutte le cose assieme, l’oggetto del discorso va argomentato da più lati. Spostando l’attenzione sulla sola prova lirica, si tratta di un gran disco – e punto. Quale critica si potrebbe muovere a un giovanotto il cui numero di marchette versate all’ente tributario dell’Hip-Hop non corrisponde nemmeno lontanamente alla verve che ancora si ostina a portare con sé ovunque vada? Oggettivamente, nessuna; a patto che piaccia sentir parlare per mezz’ora da esperti insegnanti con la voglia di giustiziare chi ha osato annacquare il genere.
Altrettanto oggettivamente, rimane un buon disco prendendo in considerazione anche gli altri aspetti della valutazione? Non sempre, ma siamo senz’altro a un livello più accettabile rispetto al minimalismo eccessivamente crudo di “I M A M C R U 1 2“, a volte quasi ridicolo, sebbene alcuni beat avremmo potuto metterli assieme pure noi, che manco sapremmo da dove partire. Infatti, il Blastmaster gestisce testardamente le cose in via univoca, nella massima espressione possibile dell’indipendenza, anche a costo di non essere apprezzato, cercando di essere – perlomeno musicalmente – il più coerente possibile. Le strumentali, come sempre concepite con un senso esecutivo che definire scarno suona come un eufemismo, sono una risposta al grande budget discografico e pubblicitario, nonché vessillo dell’indipendenza da chi vuol imporre il manierismo industriale. Il risultato? A volte buono, altre tollerabile, in altre discutibile, senza particolari capitomboli. Tant’è, sempre per quell’etica conservatrice delle origini, neppure (a oggi) vengono accreditati i produttori delle pulsazioni che accompagnano le fiere rime del Teacha. Inutili, infine, i quattro siparietti in omaggio all’imponente figura di Kris: chi è lo si sa bene e di certo non c’era necessità di sprecare spazio già esiguo per una roba del genere.
Detto ciò, brani come “The Sound You Miss” provocano ancora piacere e gusto nell’ascolto, riescono a trascinare, emanando carica positiva attraverso la possente batteria, il sample di corde adeguato, la tastierina che crea l’atmosfera giusta senza per questo parlare di capolavoro, tutti elementi che effettivamente ricordano quel suono che manca, quel cerchio dove non tutti possono restare all’interno, quel saper padroneggiare il microfono da competitore fatto e finito. “The Overture”, costruita apposta per dare inizio alle danze, emana la sua natura di freestyle, trovando efficacia nella sua semplicità, in quel modo di promuoversi senza l’ausilio dei grandi meccanismi, cercando di star dietro al flow serrato, espresso in maniera vitale, entusiastica, ferma, qualità lasciate pressoché immutate dal trascorrere del tempo. “Here Today” è assai piacevole nella sua struttura avara di elementi, basica, dannatamente affascinante come lo sapeva essere quando lo stesso esercizio lo si proponeva tanti anni fa, un ritorno al boom bap in piena regola. “Woe” somiglia nel migliore dei modi a una produzione dell’epoca di “The Sneak Attack” grazie al synth vibrante, Kris accelera brutalmente e spacca, tirando fuori uno dei pezzi più significativi recentemente realizzati, salendo letteralmente in cattedra per illustrare lezioni di gestione metrica. “Street Rap”, altra dimostrazione di sapienza ed esperienza, propone finalmente l’idea del loop polveroso, l’ambientazione è pertinentemente tesa, i giochi di parole divertenti (<<how can I be old school when I’m rockin’ you right now?>>).
Altrove, “Let It Go” è un tantino lenta nel suo incedere, forse troppo, diciamo solo che l’espressività, la varietà metrica e il wordplay avrebbero beneficiato di una strumentale di mano più esperta, ma non per questo trattasi di una bocciatura, è più un debito da recuperare a settembre. “Aight” non figura tra i migliori piatti sonori del menù, non è una novità che ogni tanto ci si giochi la carta del beat moderno per dimostrare di non temere il confronto con l’evoluzione della specie, tuttavia il testo offre una più che rispettabile disquisizione di etica culturale e abilità verbale, capace di mantenere costante l’attenzione dell’ascoltatore interessato all’argomento. “How Long Demma Steal” rinnova le influenze giamaicane (il basso però, ragazzi, non mixiamolo così…) con un flow impeccabile, il reazionario invito a fronteggiare l’industria a muso duro non è una novità, anzi, così come non lo è il tema di una “50 More Years Of Hip Hop”, lodevole nell’intenzione, meno nell’idea partorita per un ritornello moscio, cui Kris controbatte assumendo contorni di dominanza grazie all’ennesima prestazione esaltante dell’emcee per antonomasia, che in agosto, giusto ricordarlo, ne fa solo sessanta.
Lontano dalla sgonfia operazione revivalistica attuata da qualche collega che proprio non ce la fa più, alla fine dei conti, “Temple Of Hip Hop Global Awareness” è un disco che si ascolta volentieri, al di là della produzione buona/sufficiente e dell’occasionale ritornello scadente, relegando di conseguenza il maggior merito all’indiscutibile valore lirico dell’operazione. L’essenza di Sedgwick Avenue, civico 5020, non è andata smarrita, Kris è ancora un portento – a volte ridondante nelle tematiche, vabbè – nonostante il tassametro prosegua la sua corsa: resta il fatto che basterebbe poco per aumentare la qualità dell’offerta, dato che una leggenda come KRS-One non dovrebbe proprio avere difficoltà a farsi trasferire qualche cartella di un Premier qualunque nel proprio hard disk.
Tracklist
KRS-One – Temple Of Hip Hop Global Awareness (R.A.M.P. Entertainment Agency 2025)
- The Overture
- The Sound You Miss
- B-Real Tribute
- Let It Go
- Ed Lover Tribute
- Aight
- How Longa Demma Steal
- Scarface Tribute
- We Got That
- Here Today
- Woe
- Street Rap
- Bun B Tribute
- 50 More Years Of Hip Hop
Beatz
Not listed
Mistadave
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