K.M.D. – Black Bastards

Voto: 4,5

Ci sono varie motivazioni che possono portarvi a conoscere i K.M.D., altrimenti noti come Kausing Much Damage o A Positive Kause In A Much Damaged Society. A) siete fan dei 3rd Bass e quindi avete ben presenti i contributi della crew in pezzi come “The Gasface” o “Ace In The Hole”, che avrebbero poi generato l’esordio “Mr. Hood”; B) siete fervidi seguaci di MF Doom, per cui conoscete tutta la sua storia e sapete che prima di apporvi la maschera di ferro la sua faccia era ben visibile e il suo nome da battaglia era Zev Love X; C) conoscete la più grande truffa della storia dell’Hip-Hop, ovvero il boicottaggio perpetrato dalla Elektra nei confronti del gruppo, reo di aver generato presunte controversie con “Black Bastards” ritraendo in copertina la caricatura di un sambo – peraltro già mascotte della crew in precedenza – con un occhio nero e il cappio appeso al collo. Una sottile ironia, un doppio senso che avrebbe semplicemente voluto ricreare il giochino dell’impiccato (ecco il perché dell’assenza di due lettere dal titolo nella parte frontale della cover) attraverso un’immagine giudicata eccessiva e scomoda da un’etichetta che di grane non ne voleva in benché minima misura.

Ecco che ciò che doveva essere il passo successivo nella fioritura della carriera dei K.M.D. si stava per rivelare il peggiore dei loro incubi, sia perché l’album venne cancellato dall’etichetta, sia perché poco prima del completamento delle registrazioni Subroc, il più giovane dei due Dumile, venne mortalmente investito tentando di attraversare la Long Island Expressway, gettando il fratello Zev nello sconforto più totale e giustificandone la lunga scomparsa dalle scene fino all’avvento di Doom. La storia successiva di “Black Bastards” è a dir poco caotica, nonostante i master delle registrazioni fossero nel frattempo tornati in piena proprietà a Zev Love X: parte dei brani del disco vennero pubblicati in vinile nel millenovecentonovantotto – a cinque anni dalla loro realizzazione – dalla Fondle ‘Em di Bobbito Garcia, l’album venne quindi riproposto tre anni dopo nella sua integrità da Metal Face Records e Sub Verse fino a giungere ai giorni nostri, nei quali è divenuto un doppio CD dall’involucro realizzato in stile pop up e dotato di un disco aggiuntivo con demo, versioni alternative, inediti e strumentali, più un sette pollici colorato con il singolo “What A Nigga Know?”.

Qualsiasi versione di “Black Bastards” si prenda in esame, la costante è nell’eccellenza concettuale e produttiva, la sua particolarità è la ruvidezza, data dalla mancanza di ri-masterizzazioni delle versioni originali, elemento che ingloba nella perfezione di un CD la qualità di un vecchio nastro, accentuando il suo rappresentare un tesoro perduto dell’Hip-Hop. E’ un disco che viaggia costantemente con un giro di vantaggio grazie alla riuscita trasposizione su audio del sarcasmo già introdotto dalla copertina ed è pure la testimonianza del forte cambiamento dei K.M.D., che da gruppo dedito al nazionalismo nero e ai dettami dei Five Percenters cominciava a scoprire i piaceri della vita.

La virata, rispetto a “Mr. Hood”, è netta, parecchie tracce svolgono tematiche di alcool e droghe leggere senza dimenticare il gentil sesso, mentre la produzione, più o meno equamente spartita tra i fratelli Dumile, è fondata sulla ricerca di sample distanti dall’ovvio e prelevati da Funk, Jazz e Soul a cavallo tra anni sessanta e settanta, sovrapponendovi sezioni di batteria sporche e potenti che generano un head nodding senza interruzione di colpi. I nuovi K.M.D. sono perfettamente rappresentati da quello che sarebbe dovuto essere il singolo di lancio, “What A Nigga Know?” (dotata di una fantastica struttura di batteria), nella quale l’autoironia razziale del titolo viene riflessa nelle strofe esibendo al contempo i nuovi vizi (<<let the monkey out the zoo/it’s on my back now repeat I’m the X/a biggy not a bigot pass the forty man I’m tempted to swig>>), abitudini che altrove assumono le sembianze di veri e propri inni come nel caso di “Sweet Premium Wine” e “Smokin’ That S*#%” (con Kurious Jorge), tracce che, per quanto intuibili a livello argomentativo, risultano in ogni caso divertenti e ben strutturate dal punto di vista metrico.

Alcool, weed e donne non sembrano tuttavia annebbiare troppo i cervelli di due ragazzi che parevano molto avanti rispetto al loro tempo, una definizione quantomeno pertinente se si pensa a qualche passaggio di una titletrack dove l’immagine del tema portante viene rivoltata verso i bianchi (<<…the black bastards who act like they now you/they say what up black?/I say what up?I’m thinkin’ you black/has to be hard the way they master how to act black>>), o a “Get-U-Now”, magnificamente sviluppata su batteria, giro di chitarra, basso e un semplice beep, un altro gioco d’inventiva dove la lettera iniziale di ciascuna delle tre parole che compongono il titolo svelano presto il significato del testo. Persino il parlare di sesso non risulta affatto scontato, come dimostrano paragoni e metafore che aleggiano ovunque nel testo di “Plumskinzz.”, dotata di un attraente giretto di piano e che in ogni edizione del disco risulta tranciata in due rispetto all’originale, sottraendovi il verso di Mc Onyx appartenuto per brevissimo tempo al gruppo.

Se l’album fissa, come detto, un’istantanea sul momento di cambiamento dei ragazzi, esemplificato pure da racconti reali come “Contact Blitt”, presenta altresì un Subroc in piena ascesa, arrestatasi proprio nel suo momento magico. Già accertate le sue doti produttive per “Mr. Hood”, è qui evidente l’enorme crescita come mc, avvalorata da una maggiore presenza al microfono all’interno di un sistema che alterna i canonici pezzi in coppia a percorsi solitari per entrambi i rapper. I pezzi simbolo di questa maturazione sono senza dubbio “Gimme”, che riassembla la “Lovin'” di Richard Roundtree in maniera oscura e utilizza uno schema tematico che richiama il titolo stesso come costante, nonché “It Sounded Like A Roc”, la quale vede il protagonista srotolare il suo flow forse con la miglior dimestichezza di sempre, creando una traccia d’autocelebrazione colorita dalla particolare pronuncia usata in alcuni passaggi.

Un album quindi da recuperare per mille motivi, tutti validi: A) è un gran disco; B) darete giustizia a un colossale sopruso; C) potete possederlo in versione chicca da collezionisti. Siete ancora lì?

Tracklist

K.M.D. – Black Bastards (Elektra 1994)

  1. Garbage Day #3
  2. Get-U-Now
  3. What A Nigga Know?
  4. Sweet Premium Wine
  5. Plumskinzz. (Loose Hoe, God & Cupid)
  6. Smokin’ That S*#% [Feat. Earth Quake, Kurious and Lord Sear]
  7. Contact Blitt
  8. Gimme
  9. Black Bastards!
  10. It Sounded Like A Roc
  11. Plumskinzz. (Oh No I Don’t Believe It!)
  12. Constipated Monkey
  13. F*#@ Wit’ Ya Head [Feat. CMOB and H2O]
  14. Suspended Animation

Beatz

All tracks produced by K.M.D. except track #12 co-produced by Q4

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Mistadave

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