Intervista a Suarez (04/04/2022)

L’appuntamento è nel tardo pomeriggio, fascia oraria che torna comoda a entrambi per uscire dall’ufficio e ritrovarci sotto casa di Valerio, zona Roma sud. C’è abbastanza luce, sebbene non sia ancora un caldo aprile romano, e nella piazzetta dove lascio l’auto una piccola folla di età variabile tira calci a un pallone; ci dirigiamo verso uno dei tanti palazzi del quartiere, saliamo e faccio la conoscenza di suo fratello maggiore e di un bel gatto; il quarto coinquilino dorme: si tratta di una papera… Magari non ve ne siete accorti, o forse avete preferito non farvi troppe domande, ma è sulla copertina del secondo e del terzo “Antieroe”. Dopo un caffè, la chiacchierata prende quota su un classico tema del lunedì: il calcio; ma questa è una parte dell’intervista che vi risparmiamo, dato che – come premette il diretto interessato: mentre parlo apro mille parentesi – c’è molto altro da raccontare…

Bra: sei un classe ‘85…
Suarez: finto ‘85, in realtà, perché dovevo nascere a fine ‘84 ma sono venuto fuori a inizio gennaio, si vede che non ero convinto…
B: …il tuo nome comincia a girare nell’ambiente nei primi anni duemila; raccontaci qualcosa del periodo precedente a questo, ovvero della tua formazione in ambito Hip-Hop.
S: io da piccolino già scimmiottavo questa cosa dell’Hip-Hop. C’è una mia foto che gira sul web perché l’ho pubblicata tempo fa, ho quattro/cinque anni e sto col microfono in mano che rappo… Se poi devo dirti quando mi sono innamorato di ‘sta roba, è successo addirittura prima che in casa girassero dei vinili di Hip-Hop italiano, quando nei vari canali dell’epoca, in TV, c’erano già dei video americani: un ricordo che ho, molto preciso, è quello dei Public Enemy, vedendo Flavor Flav co’ ‘st’orologio e tutti ‘sti colori sparati, lui che interpretava questi personaggi così particolari e incastrava parole in una lingua che non capivo, forse per la prima volta ho prestato attenzione all’aspetto musicale e non solo al contorno, al video. Mi ha affascinato subito e io sono una persona che, quando vede una cosa che gli piace, non pensa la voglio, ma la voglio saper fare anch’io. Da lì mi sono avvicinato di più alla cosa e non ti nascondo che, siccome in quel periodo c’era Jovanotti, ho cominciato pure ad ascoltare quella roba lì – ho delle foto mie con le toppe yo, il cappellino al contrario, i giubbetti da college… Dopodiché, come ogni cosa, è stato un amore progressivo. E, questa cosa credo di non averla mai detta in un’intervista, quando ho avuto la fissa del Rap ma ancora non lo facevo, forse mi piaceva tutto, qualsiasi cosa venisse etichettata come tale; quando poi ho cominciato a scrivere, ho capito che molte di quelle cose non erano fatte bene come credevo. Facendolo, ho individuato chi era bravo e chi, come si dice da noi, in realtà era molto regalato, nel senso che sembrava tutto figo ma c’erano anche tante scrausate… E ti posso dire che ci sono delle cose mie registrate su cassetta già verso la fine degli anni ’90, ma quelle spero che nessuno le tiri mai fuori.

B: entri presto a far parte di tre crew – Nacapito, che crei con Lino, Voodoo Smokers, da cui esci dopo qualche anno, e poi il collettivo Gente de Borgata. Forse non a caso, i tuoi progetti sono spesso caratterizzati da una discreta abbondanza di featuring: è più una decisione meditata, nel senso che preferisci dei dischi ricchi di collaborazioni, o è il riflesso naturale del tuo modo di lavorare, basato sulla condivisione di idee e spunti con gli artisti che più frequenti?
S: all’inizio, quando sei alle prime armi, ti capita di fare molti contest, freestyle e piccoli show, perciò hai anche bisogno di confrontarti con altri rapper, magari anche più grandi e che sono a un livello più alto. Forse è perfino una cosa un po’ furba, perché così il fan di qualcuno ti conosce grazie al pezzo che fai con lui… Nel mio caso, quando ho pubblicato il primo disco ero già inserito nella scena e facevo parte di tre crew: Cruel Sound (che non esiste più) col campano Dj Shada, proprio lui mi fa conoscere Lino in un live a Cervinara nel 2004, poi appunto Nacapito e Voodoo Smokers (arriva Romea, il gatto, è maschio ma ha un nome femminile, la papera si chiamava invece Rocco ma poi ha fatto un uovo, ora è Rocchina – ndBra). Quindi avevo già le mie connessioni, molte delle quali grazie a Lino che mi ha fatto conoscere un po’ tutta la scena romana: lui mi presenta Dj Demis, al tempo membro dei Jagermasterz, registro da lui e allora conosco Benetti DC e Mystic1, poi il TruceKlan e via via gli altri, fino a Gente de Borgata. Tutto questo per dire che no, la mia non è una scelta, al secondo disco ero già in contatto con tantissima gente e a chiunque dicevo famo ‘na cosa assieme mi rispondeva di sì e la facevamo davvero. E questa cosa è successa anche nei dischi seguenti, fino a quando – ecco un altro aneddoto – non mi sono detto che volevo fare un disco da solo, in cui curare tutto, beat, mix, master… E’ così che nasce il primo “Antieroe”, il quale, nonostante io sia sempre molto autocritico, mi ha molto soddisfatto; poi, per il secondo è Simone – il Danno – a farmi cambiare linea, perché mi dice che vuole starci sopra e ovviamente gli ho detto di sì; a quel punto, aprendo ai featuring, ho richiamato tutti quelli coi quali poi ho collaborato. Si è scoperchiato un vaso di Pandora e da lì fino a oggi tutti i featuring che ho fatto non sono mai nati a tavolino: ‘sta cosa l’ho già detta, i miei dischi sono come dei viaggi, la gente che incontro e che vuole farsi un pezzetto di strada con me, ci finisce dentro.

B: nei contenuti, la tua musica privilegia la componente più irruenta e se vuoi brutale dei tuoi pensieri. Che poi è un tratto comune alla scena capitolina nel suo insieme, perché realtà sotto molti aspetti diverse – Colle der Fomento, Cor Veleno, TruceKlan, gli stessi GDB, Brokenspeakers, la Do Your Thang… – nel tempo hanno composto un’entità unica, l’hardcore romano. Secondo te da cosa nasce questo filone, molto distinguibile sul piano nazionale?
S: non è facile rispondere a questa domanda, però è come se ogni rapper romano senta di raccogliere una sorta di eredità, rappresentando – e la sparo un po’ grossa – un genere a parte. Ad esempio, se guardi la scena romana ti accorgi che la maggior parte dei rapper rimane a Roma, sono pochi quelli che vanno a fare musica in altre città e, se vanno via, continuano comunque a fare cose con le stesse persone. In un certo senso fanno su e giù. Credo sia dovuto anche alla matrice: sei di Roma, ti senti di manifestarlo. C’è anche un po’ d’orgoglio, magari? E’ la somma di tutti questi fattori. Te ne accorgi già dal fatto che pochissimi rapper romani si sforzano per non far sentire il loro accento.

B: c’è una piccola eccezione nel tuo percorso, “Siberia”, che realizzi con Grezzo. Qui cedi a Valerio più spazio del solito, ricavandone – a mio giudizio – uno dei tuoi migliori lavori: si tratta appunto di un episodio a sé, nella tua discografia?
S: non mi sento di darti torto, ecco… Anzitutto, mi sono divertito un sacco a fare “Siberia”; e nessun mio progetto è stato realizzato così rapidamente come quello. Considera che ho cominciato a lavorare su “Antieroe 3” quando è uscito il secondo, nel 2015, e anche per quello c’erano voluti tre anni; per “Siberia”, invece, è andata in una maniera molto diversa. Passavo – non ho problemi a dirlo – un periodo di merda, venivo fuori da una relazione durata in totale nove anni e tutto ciò che ho scritto in quel disco, anche se non parlava di questa cosa, faceva riferimento a quel momento lì. Ci sono voluti sei/sette mesi e non ho fatto io le basi, non mi sono registrato le strofe da solo, andavo in studio, ascoltavo i beat e scrivevo assieme al Grezzo. Di solito, invece, scrivo i testi senza neppure avere i beat, li produco dopo – è chiaro che ho già in mente un suono, una velocità, i bpm… Modalità che mi porta in un certo senso a odiare i miei pezzi perché, mixandoli e masterizzandoli da me, tutto il processo mi porta a sentirli un’infinità di volte e di conseguenza quando escono mi sembrano vecchissimi. Però qualcosa di quel disco è rimasto: se pensi a “Fianco a fianco con il Diavolo”, su “Antieroe 3”, è un pezzo molto siberiano, è l’intimità portata addirittura all’eccesso. E sono felice che chi si è trovato in quella stessa situazione mi dice che ci si è riconosciuto e in qualche modo l’ho aiutato, parlandone.

B: veniamo allora alla saga “Antieroe”. Dal primo (“Nessun potere, troppe responsabilità”, 2011), al secondo capitolo (“1,21 gigawatt”) trascorrono quattro anni, poi ne occorrono altri sette per “The Punisher”. Una trilogia nata a partire dai presupposti che dicevi prima e che ritieni compiuta, chiusa?
S: guarda, inizialmente non era stata pensata come una saga. Il secondo volume, come ti raccontavo, era nato per proseguire un filone nel quale curavo io tutti gli aspetti, poi invece è andata a finire che ci sono dentro un miliardo di featuring. Ho deciso quindi di chiamare “Antieroe” qualsiasi mio lavoro realizzato così, mantenendo quel marchio ma dandogli ogni volta un tema specifico. Nel terzo volume, come il Punisher dei fumetti, intervengo dove non lo fa qualcun altro, mi assegno la missione di farmi giustizia da solo; in un certo senso dico quello che avrei voluto sentire da altri, ma – siccome non l’hanno fatto – lo dico io. E quindi credo sia difficile ritenere chiusa la trilogia… Poi magari ci metto però altri cinque anni, quello non lo so.

B: “The Punisher” è appunto un disco apertamente livoroso, che attacca senza mezze misure una parte della scena che – per dirla facile – ridicolizza l’Hip-Hop. Come collocare questo concept in una fase ritenuta nella narrazione generale di grande successo per il genere?
S: non voglio esagerare col nerdismo, però io mi sento un po’ come un personaggio di “Essi vivono” (“They Live”, film di John Carpenter il cui titolo italiano è stato utilizzato da Suarez per un suo disco – ndBra) che ti passa i suoi occhiali. Ci stanno raccontando delle cose che secondo me non sono esattamente vere e ascoltando “The Punisher” è come indossare quegli occhiali, ti fa guardare la realtà per quella che è. Poi attenzione: a me se l’Hip-Hop va bene – e va bene non significa che va di moda – io non posso che esserne contento, perché è una cosa che amo; però parliamo di Hip-Hop. Ma quello che va bene, è l’Hip-Hop? Io ci tengo che le cose vengano chiamate col loro nome, perché c’è già tanta confusione e se ne crea ancora di più, e mi sento come se l’Hip-Hop e il Rap fossero legati a una sedia, torturati di continuo, senza poter far nulla per salvarli, solo guardare e soffrire. Io provo questo, ovviamente dicendola in maniera esagerata, e infatti la mia è chiaramente una missione suicida… E’ questo che mi porta a fare un disco così.

B: nell’album – cosa che in tanti evitano – fai i nomi. J-Ax, Gionny Scandal, Fedez, Moreno, Anastasio… Li indichi come esempi negativi del fare Rap; consentimi tuttavia un dubbio: in fondo si tratta più che altro di Pop star, che poco hanno a che vedere con l’Hip-Hop inteso nella sua dimensione più classica. A parte questi, i nemici del Punitore non andrebbero individuati tra quegli artisti che, magari portati in palmo di mano dall’utenza, pubblicano dischi in fotocopia, non vanno in pensione quando dovrebbero, chiudono le rime un po’ a cazzo…?
S: il mio è un discorso di intenzione. Nel senso: io non ce l’ho con tutti, fate il cazzo che vi pare ma l’importante è non danneggiare l’Hip-Hop e quindi anche me. Perciò se un rapper ultracinquantenne non chiude più una rima, però crede in quello che fa e non si accorge della parabola discendente, a me non toglie nulla. Magari ci sarà un momento in cui anch’io non mi accorgerò che non ne piglio più una; anzi: e se già succede e non me ne rendo conto? Mi tocca, invece, se alcuni rapper che sono miei amici fanno delle robe che mi fanno cagare – e viceversa; posso dirti che con molti di loro ho instaurato un rapporto incredibile che ci porta a passarci i pezzi anni prima che escano, segnalandoci qui m’hai fatto cagà, qui fichissimo, qui potresti provà a fa’ ‘sta cosa… C’è confronto e si parla di Rap. Ma fare quei nomi, che ammetto possa risultare anche un po’ gratuito, non è neppure fare un dissing, voglio dire semplicemente cose che molti non dicono – e che quegli stessi artisti spesso dicono di loro. E’ quello che ti dicevo prima: mi piace che le cose vengano chiamate col nome corretto.

B: film, fumetti e cartoni animati. “The Punisher” ne cita a piene mani: vorrei ci raccontassi qualcosa sui sample selezionati, dato che molti provengono sempre da lì, e sul tuo modo di produrre, quindi da che fonti campioni, che macchine usi, ecc…
S: quando ascoltavo solo Rap e sentivo il rapper citare qualcosa che mi piaceva, questa cosa mi faceva sempre impazzire. Anzi, ti dico che molti, da ascoltatore, hanno attirato la mia attenzione proprio perché hanno citato qualcosa per cui sto in fissa. Questa cosa si ribalta tantissimo nel mio Rap e nelle mie produzioni: ti dicevo dei testi, che li scrivo senza beat, ma magari in quel momento penso anche se posso trovare un campione che è parte della mia citazione. Scrivo “T-800”? Nel mio immaginario cerco di capire quanto possa essere campionabile la colonna sonora di “Terminator”, se la posso risuonare, pitchare o tagliare, se c’è qualcuno che l’ha già risuonata… Un sacco di produttori tendono a fare dei beat molto simili tra loro, coi sample io cerco di evitare questo rischio e ti dico che sono un produttore abbastanza ignorante, nel senso che negli anni ho cambiato tanti software (ora uso Ableton, per una vita ho avuto Cubase), computer in fin di vita, ma ho sempre voluto dare alle mie passioni il suono giusto. Per farti capire quanto sono nerd, nel 95% dei casi quando campiono una colonna sonora ho l’originale; quando però mi è capitato di voler campionare qualcosa senza averla, magari dovendola scaricare per starci nei tempi, poi l’ho comprata comunque anche se non mi serviva più. Sembrerà una cosa stupida, ma diciamo che mi sentivo in colpa a non pagare il gettone.

B: quattordici i featuring in scaletta e, se non faccio male i conti, Spike è l’unico a non essere di Roma. Uscendo dalla tua città, nella quale sei di fatto un nome grosso, che tipo di riscontro hai?
S: come tutti, magari ci sono delle regioni dove suono di più e altre di meno. Per assurdo, all’inizio della mia carriera credo di aver fatto più concerti a Milano che a Roma; vuoi per la situazione in Voodoo, ma anche per amicizie con altra gente di su. Ho suonato tanto a Genova, che è appunto dove ho conosciuto Spike a un live, ragion per cui l’ho chiamato a fare un featuring. Non che io abbia collaborato solo con la scena di Roma, da Tai Otoshi a Clementino, di recente sono con Montenero e Il Turco su un pezzo di Dj Fede, c’è Egreen in “Antieroe 2”… Non le conto, ma ho fatto diverse cose fuori da Roma. Nel caso di Spike, sono andato in Liguria, ospitalità di tutti grandissima, con lui stringo di più un’amicizia e siccome sul disco volevo un nome giovane da mettere al fianco di altri – non si offenderà se lo dico – più grandi, l’ho chiamato perché mi faceva davvero piacere. In generale, posso dirti sinceramente che sono fiero di tutti i featuring di “The Punisher”; e qui apro un’altra parentesi, perché quella di “Marvel zombies” è una storia molto particolare. Il pezzo nasce da un progetto di Mr. Phil, “The horror”, dovevamo fare una cosa assieme io e il Danno, infatti è lui a propormi come tema questo filone di fumetti creato da Robert Kirkman, l’autore di “The Walking Dead”. In realtà, scrivo qualcosa solo io ma la trama aveva bisogno di più personaggi, non facendo in tempo con le scadenze passo a Phil un testo completamente diverso e tengo per me la strofa. In seguito, guardando una storia Instagram di Johnny Roy (oggi Royal Damn – ndBra) noto alle sue spalle un altarino dedicato solo a Captain America, gli propongo la cosa e, siccome né lui né Pacman XII conoscevano il fumetto, ne mando a entrambi le scansioni: hanno avuto il coraggio di leggersi tutte le seicento pagine per prepararsi e scrivere la loro strofa, ragion per cui mi inchino al loro enorme impegno.

B: hai fuori titoli per Tak Production, 3Tone Studio e ora anche Time 2 Rap Records, label lontane dal cosmo delle major e con le quali – suppongo – hai potuto lavorare in completa libertà. In “Nacapito GDB” dici <<‘sti cazzi d’esse i primi se non puoi essere libero quando ti esprimi/quando dall’alto so’ loro che muovono i fili>>: quanto è importante, per te, essere un artista indipendente?
S: aneddoto… Io ora sono in T2R per merito (o colpa, a seconda dei punti di vista) di Metal Carter, che mi ha convinto – mettendocisi anche d’impegno, per come sono fatto rispetto al discorso label – a fare un incontro con Enrico Giannone di Time To Kill, quindi prima che nascesse la costola Rap di quella che è una realtà Metal. Entro e ho detto subito com’ero, quello che facevo e come sarebbe stato ‘sto disco, ho addirittura chiesto posso bestemmiare?, e la risposta è stata fai come te pare. Perciò per me è stato subito sì. Ma la libertà di fare come vuoi è importante per me, mentre è evidente che per tanti non lo sia. E secondo me si sente la differenza quando uno fa le cose da solo e quando invece entra in un certo ambiente e la sua musica cambia, prima la pensava in un modo e ora all’opposto, prima si esprimeva così e ora non più; non che non si possa cambiare idee nella vita, però non ci credo che un’etichetta non metta dei paletti, fosse anche una scadenza, andando in qualche modo ad alterare quella che è musica, è arte. E ci sta, sia chiaro, perché è anche un discorso lavorativo; io però sento il bisogno di fare questa cosa solo come me la sento.

B: a questo proposito, di “The Punisher” hai curato produzioni, registrazioni, mix, master, grafiche e perfino le tavole di un fumetto…
S: …e pensa che avevo anche creato un mio alter ego che rappava con un’altra voce, Jolando. E fa un sacco ridere ma molti del crew all’epoca non avevano capito fossi io. Per “The Punisher” avevo quindi pensato di crearmi dei personaggi e farmi anche i featuring da solo…
B: …ecco, così ci spieghiamo i sette anni. Ma come si è svolto l’intero processo?
S: sette anni, come dicevo, perché comincio a lavorarci una volta finito il secondo volume. Processo produttivo sempre uguale, quindi scrivi il testo, produci, metti da parte, scrivi cose che poi magari vanno a finire in altri dischi, accumuli materiale e alla fine fai una cernita. Aggiungo che molta gente con diciotto tracce ci fa due dischi o più; io da piccolo mi facevo i chilometri, andavo da Disfunzioni Musicali e quando spendevo ventimila lire per un album – preso a scatola chiusa! – che non durava manco mezz’ora, mi rodeva il culo, perciò volevo che i dieci euro per il disco fossero giustificati. Comunque, mettiamoci che nel mezzo ho prodotto anche “Percorsi” per Supremo, poi “Siberia”, collaborazioni, live… Diciamo che non ho fatto solo quello. Ad esempio l’idea di fare un fumetto, che c’era anche in “Antieroe 2”, nasce prima di tutto, pur se viene realizzato alla fine, anche perché non doveva essere come il video (si riferisce alla clip della titletrack – ndBra) e desideravo aggiungere un ulteriore contenuto al tutto, ironico, dato che nei miei pezzi c’è tanta brutalità ma mi piglio un sacco per il culo, e senza lieto fine, perché capisco che posso salvare il Rap per un giorno, poi la macchina del male riprende a camminare… Venendo alla domanda, i sette anni possiamo sporzionarli in più momenti, gli ultimi due dei quali sono stati quelli della finalizzazione.

B: mi incuriosisce la tua attività di grafico e disegnatore. Hai imparato sul campo, leggendo pile di albi, o c’è un percorso più canonico fatto di corsi e studio?
S: sono autodidatta in tutto. Come con i beat ho rubato con gli occhi, andando negli studi anche per capire come funzionavano i vari software, con i fumetti ho fatto lo stesso. Ma disegno da piccolo, alle elementari mi accerchiavano e mi dicevano disegnami questo, disegnami quello… E io stavo là che disegnavo tutti i personaggi dei cartoni animati del tempo. Questa cosa poi l’ho portata avanti e in realtà l’unico corso che ho fatto è quello da tatuatore, ma ‘sta roba l’ho congelata più o meno da quando ho fatto “Antieroe 2”; anche per rispetto verso la professione, perché c’era gente che voleva farsi tatuare da me solo perché ero Suarez.

B: lo scorso giugno intervistavo Chef Ragoo, che a proposito di “Strozzapreti alla romana” mi diceva <<scoprire che Simone, che pure se conosco da quando abbiamo quindici anni è per tutti patrimonio nazionale, mi voleva perché pensava fossi la persona giusta per fare quel pezzo lì con lui e Suarez, mi ha gratificato tanto>>. Nel tuo caso, che tipo di esperienza è stata?
S: ero all’Ikea… (ridiamo entrambi – ndBra) Ero interessato a uno squalo di peluche gigante, però mi vergognavo di portarlo in giro per il negozio; mi squilla il telefono ed era Simone che mi fa c’ho un pezzo blasfemo, dico questo, questo e questo, ti ci voglio con lo Chef e un altro rapper che non posso dire chi era, sebbene lui tutt’oggi non sappia che doveva esserci. Gli dico ok, scrivo la strofa in tempi abbastanza brevi ma, siccome si avvicinava il Natale, il Danno fa uscire la sua nel Welcome 2 The Jungle, un po’ come pezzo di disturbo. Successivamente, abbiamo registrato dal Ceffo e, come sai, è andata alla grande, il vinile sold out, il video che ha più di un milione di visualizzazioni e ti dico che è stato fatto tutto in mezza giornata: c’hanno dato la possibilità di girare al Menenio Agrippa (un ristorante di cucina romana nel quartiere Montesacro – ndBra), abbiamo chiamato Ice One e Lucci, io ho fatto le parannanze coi loghi stampandole da mia mamma col ferro da stiro… Tra l’altro inizialmente avevamo pensato di fare un lyrics video, affidato a me, che era un loop di Padre Pizarro, il personaggio di Guzzanti, che faceva all’infinito le sue espressioni. E niente, diciamo che far parte di quella traccia per me è sicuramente motivo di grande orgoglio.

B: recensendo “The Punisher”, ti abbiamo dato del sottovalutato. Allora ti chiedo: ritieni di esserlo? In altre parole, mettendo sulla bilancia le cose fatte e i risultati ottenuti, senti di aver avuto ciò che ti spettava?
S: c’ho ‘na doppia risposta. Quando ho cominciato a fa’ ‘sta roba, mai avrei immaginato di poterla far diventare la cosa principale della mia vita; e non dico lavoro intenzionalmente, perché comunque in parallelo ne ho sempre fatti anche mille altri. La maggior parte delle cose che faccio, anche nello stesso ambito lavorativo, sono però legate all’Hip-Hop, da questo punto di vista penso che il Rap mi abbia dato molto. Ma se considero soltanto la mia carriera di rapper, ho ottenuto tantissimo pur se si tratta in sostanza più di soddisfazioni personali che di un vero e proprio ritorno economico. E non vuol essere un discorso venale, è che se mi chiedessi dove posso arrivare con questa cosa, sinceramente ti direi che sono già da anni in una dimensione stabile, da cui è difficile salire ancora più in alto. Poi è chiaro che dipende anche da quello che faccio e da come lo faccio, anche perché se vuoi diventare davvero famoso non è questa la roba che devi fare.

B: l’album è fuori da poco più di un mese, in digitale e copia fisica. Raccontaci com’è stato accolto e cosa stai preparando per i live.
S: comincio dai live. E’ un discorso che in questo periodo mi mette molta ansia, perché mi manca tanto la dimensione dei concerti, nonostante sia riuscito a farne uno a dicembre – e di questi tempi è già una fortuna. Sto cercando di capire come fare al più presto, ovvero maggio, ‘sta benedetta presentazione di “Antieroe 3” a Roma, dato che da lì è tutta una discesa, avendo date fissate per luglio, agosto e settembre. Bisogna vedere anche come sta il pubblico, perché con questa cosa del Covid non ti nascondo che alcuni live sono andati bene e altri meno bene, tanto più che c’è un sacco di confusione per poter entrare e qualcuno ha ancora paura di stare in mezzo alla gente. Spero torni tutto com’era, ecco. Tornando alla prima domanda, nessuno mi ha dato pareri negativi su niente, ma la cosa che più mi fa piacere è che alcune tracce preferite da molti, sono le meno preferite da altri, rendendo vario il discorso interpretativo sul disco. A livello di numeri, con mia sorpresa, il pezzo più ascoltato è al momento “Naksukao”, “Mjolnir” è il secondo, persone a cui tengo molto e che stimo mi hanno fatto notare il loro apprezzamento per “Stesso meccanismo”, con Rak, che esce abbastanza fuori dal concept, idem per “Fianco a fianco con il Diavolo”, “T-800” piace ai nostalgici, “Outro a cazzo di cane” qualcuno m’ha detto che è geniale per come mi faccio chiudere le rime da frasi campionate da film e serie (una cosa che ho fatto fin dal mio primo album)… Tante percezioni, apprezzamenti perché c’ho messo dentro gli scratch, è piaciuto che i featuring siano tanti ma raggruppati in una metà dei pezzi, perciò ne ho anche molti solisti. Alla fine era così che volevo venisse recepito il disco.

B: chiusura di rito. Sai già quali saranno i tuoi prossimi impegni musicali?
S: guarda, posso anticipare che ho già quasi pronto un mini progetto con un altro rapper (purtroppo non possiamo svelarvi il nome, ma è grosso – ndBra), non sappiamo ancora quando uscirà però è una cosa ancora diversa all’interno della mia discografia.

…nel frattempo, in cucina si sono materializzate un paio di vaschette in alluminio, una con degli spaghetti e asparagi, l’altra con delle polpette fritte che non sto nemmeno qui a spiegarvi. Accetto volentieri l’invito di Valerio e mi fermo per la cena, durante la quale – off the record – continuiamo a parlare di musica, fumetti, collezionismo, film Marvel e via a seguire. Il ritratto artistico di Suarez, per quanto possibile, dovrebbe emergere dalle generose risposte date alle nostre domande; quello umano, vi invitiamo a riscontrarlo presto a un suo live: siamo sicuri che, se proverete ad avvicinarlo, scoprirete una persona molto sincera e disponibile, pronta a scambiare due chiacchiere sul Rap come su uno dei tanti argomenti che lo appassionano.