Intervista a Mezzosangue (02/12/2019)

Quella di Mezzosangue è una tra le voci più riconoscibili dell’Hip-Hop italiano. Romano, classe ‘91, con “Musica cicatrene”, “Soul of a supertramp” e “Tree – Roots & crown” il rapper ha piantato con convinzione le proprie radici nella dimensione underground, diventando – volente o nolente – un paladino della scena meno esposta. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente per parlare del suo nuovo mixtape e dei diversi progetti cui sta lavorando in questo periodo…

Bra: cominciamo in scia al tuo ultimo disco, “Tree – Roots & crown”, uscito a marzo 2018. Raccontaci cosa è successo dopo la sua pubblicazione e che periodo è stato per te – artisticamente parlando – l’ultimo anno e mezzo.
Mezzosangue: c’è stato un tour molto imponente, abbiamo portato il disco in giro per l’Italia e chiuso diversi sold out in locali importanti. C’è stata quindi una forte risposta. Dopo il tour estivo mi sono voluto fermare a lavorare al nuovo disco e al progetto Hurricane, perciò eccomi qui in tour per dare il via a quest’ultimo.

B: i tuoi progetti discografici hanno sempre avuto una gestazione piuttosto lenta, in evidente controtendenza rispetto alla frenesia dei tempi che viviamo. Si tratta del tuo modus operandi, di meticolosità, di insicurezza; o di un po’ tutto assieme?
M: mmm… Forse un po’ tutto insieme. “Tree”, in particolare, ha rischiato diverse volte di essere fiondato dalla finestra dello studio: in alcuni brani troppa attenzione ai dettagli, altri mi convincevano meno, altri ancora hanno per me tanta carica emotiva e prima ho dovuto digerirli. Poi comunque c’è da dire che in quel caso si trattava di un doppio, con uno dei due dischi completamente suonato.

B: veniamo allora a uno dei progetti che stai curando, il secondo capitolo dell’“Hurricane mixtape”, che a sua volta si intreccia al meccanismo di selezione dell’Hurricane Tournament. Cosa puoi dirci al riguardo, cosa dobbiamo aspettarci e quando lo ascolteremo?
M: stiamo portando in tour questo Tournament, un contest per artisti emergenti o ancora immersi, che stanno partecipando portando le proprie strofe su tre beat che abbiamo proposto, uno di Don Joe, uno di 3d e uno prodotto da me, Squarta e Gabbo. Alla fine del Tournament i tre vincitori saranno nel mixtape con diversi artisti affermati, sottoscritto compreso con cinque pezzi miei. Essendo un mixtape, ci sarà sperimentazione e varietà; se tutto va bene sarà fuori a marzo, finito appunto il Tournament.

B: perché un mixtape e non un disco vero e proprio?
M: un po’ proprio per questo discorso del variare e sperimentare, oltre al fatto che “Tree” è uscito un anno e mezzo fa e per lavorare al disco ufficiale mi ci vorrà ancora del tempo. In più ci sono più artisti, quindi non è un disco soltanto mio, ma rappresentativo di tutto il progetto Hurricane Arts.

B: “Out of the cage” è il primo estratto video, su una produzione di Squarta e Gabbo. Un brano apertamente da battaglia, nel quale indichi <<sette punti chiave per fare ‘sta merda>>; il tape avrà principalmente un tiro di questo tipo, ovvero sarà molto hardcore?
M: in realtà no. Oltre ad esserci diversi artisti e diverse sonorità, io stesso ho scritto brani differenti, da quello più intimo a quello più cazzone – passami il termine. Di sicuro, l’hardcore non manca mai; ma anche le produzioni variano molto.

B: magari non sei d’accordo, ma nella tua musica io ho sempre percepito un potenziale mainstream – in particolare a partire da “Soul of a supertramp”. Nel senso che, se lo volessi, con pochi accorgimenti potresti forse raggiungere una platea più ampia, non legata per forza al genere; ti ritieni un artista underground per scelta?
M: bella domanda! Come dico su “Io e te”: <<il Rap non è la voglia, è la necessità e gli eventi>>. Credo sia una scelta nello stesso modo in cui lo è nascere. Comunque non sei il primo che mi dice del potenziale mainstream: io non ho niente in contrario, se si tratta di Arte.

B: da quando hai deciso di indossare quel passamontagna, abbiamo assistito a un proliferare di rapper mascherati o comunque a volto coperto. Credi che il senso della tua scelta, la spersonalizzazione di una figura in favore dei contenuti espressi, abbia ancora una sua logica nella scena musicale odierna o, addirittura, ne abbia ancora più?
M: per assurdo, ne ha ora come non mai. Più aumenta un certo approccio alla musica e ai testi, più avrebbe senso essere un’idea, un’idealizzazione. La vera questione è se c’è qualcuno in grado di essere la maschera e non di indossarla. Credo sia quasi impossibile e io stesso faccio sempre più fatica anche solo a provarci. Non è affatto facile essere la maschera.

B: il concetto viene ripreso nel tour che hai appena intrapreso, il Sua cuique persona – che significa a ciascuno la propria maschera. Di cosa si tratta e che tipo di spettacolo proponi?
M: appunto, Sua cuique persona è un excursus del mio percorso artistico, canto i punti distintivi della mia carriera fino ad oggi. C’è un video che lega inizio e fine del live, che rende proprio l’idea dell’esperienza della maschera, dell’essere la maschera fra le maschere. E’ un live full band con Squarta ai piatti.

B: la presenza di una band sul palco sembra essere un’eredità di “Tree”. Possiamo dire che hai trovato un’identità equidistante tanto dal sound più classico quanto da quello ibrido che va per la maggiore e che, di conseguenza, proseguirai lungo questa direzione?
M: sicuramente la presenza di una band concede un altro approccio alla musica, molto più professionale e con sfumature completamente differenti, compresa la possibilità di intonare su arrangiamenti diversi i brani. Poi la mia in particolare è una band d’oro! Voglio bene a ognuno di loro. Questo mi dà un piacere di cantare dal vivo che prima non era così scontato. Se continuerò lungo questa direzione non lo so, sicuramente collaborerò sempre con loro.

B: tra i live dell’anno scorso e quelli che ti vedono impegnato ora, che tipo di risposta hai trovato da parte di un pubblico spesso abituato a formule più canoniche, ovvero rapper e dj?
M: sinceramente, non so se le persone mi preferiscano così o meno. I miei fan sono molto legati ai testi, alla forza che emanano, e credo sia questo che li faccia gridare sotto il palco. La verità è che c’è sempre stata una bella risposta.

B: dato che dei tuoi progetti futuri abbiamo già detto, proviamo a tracciare un bilancio della tua carriera artistica. A che punto ti consideri e quanto sei soddisfatto di ciò che hai già concluso?
M: diciamo che mi sento indirizzato verso la conclusione del primo di tre atti. La nascita. Voglio riuscire a essere migliore, tornare a studiare musica, a leggere, a scrivere. Ad essere.

B: del periodo dell’Emigrates Klan, quindi del tuo esordio vero e proprio, non se n’è parlato molto. Cosa rimane di Jam in Mezzosangue?
M: qualcuno una volta mi ha detto che nella mia musica, nonostante io ritragga il freddo, si percepisce sempre il calore di una luce. Credo quello sia Luca. Jam era un periodo in cui di Luca ce n’era tanto e forse è proprio quello che rimane in Mezzosangue. Schizofrenia portami via…

B: mi lascio per ultima una curiosità personale. Hai citato spesso Kaos come un tuo punto di riferimento – certo non l’unico; hai mai pensato di coinvolgerlo per un tuo brano?
M: mi limito a un

B: spazio libero, se hai qualcosa che desideri aggiungere e che non ti ho chiesto.
M: ok. Perché Mezzosangue? E perché il passamontagna?! No, scherzo; grazie per non averlo chiesto e grazie per l’intervista. A presto.
B: grazie a te! Ricordo ai lettori le prossime date del tour: 06/12 Santa Maria a Vico (CE), 07/12 Bari, Demodè, 13/12 Torino, Hiroshima Mon Amour, 14/12 Trezzo (MI), Live Club, 27/12 Marcellinara (CZ), Zoom Music Club, 04/01/20 Pinarella Cervia (RA), Rock Planet, 18/01 Cagliari, Fabrik, 23/01 Napoli, Common Ground, 25/01 Roma, Atlantico.

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