Intervista a Liffe e Barra1 (16/07/2026)

L’abbiamo scritto in più di un’occasione: Liffe e Barra1 sono due voci che stiamo seguendo con particolare interesse da più di un anno e mezzo. “Area cani”, realizzato con Moltisanti, è lo spunto che ci ha convinto a intervistarli: la chat su Zoom è alle 21.00, orario scelto per tentare di stare allo schermo con una temperatura più sopportabile. Ovviamente si tratta di una speranza vana, a Roma come a Brescia (e la testimonianza è data dai nostri outfit); il sintonico gioco di conferme tra l’uno e l’altro – poco riproducibile nella trascrizione – non ne viene però minimamente intaccato…

Bra: per dirla in maniera del tutto onesta, prima di “Supercella” – che veniva pubblicato nel gennaio del 2025 – di voi sapevamo pochissimo; esce il disco e la curiosità cresce, ma sul pregresso continuiamo a saperne poco. Raccontateci di quando vi siete appassionati all’Hip-Hop e di come poi sia nato quello che, in parallelo ai rispettivi percorsi solisti, è di fatto un duo.
Barra1: ovviamente abbiamo trascorsi separati fino a prima che ci conoscessimo. Io mi sono appassionato all’Hip-Hop in età adolescenziale, ho iniziato coi freestyle, andavo ai contest, ho girato un po’ ma era tutto molto goliardico, finché poi mi sono trovato a essere chiamato a un live per il quale avrei dovuto preparare dei testi, ho cominciato perciò a interessarmi anche alla scrittura. Ero già in una crew, un collettivo di ragazzi, e intanto è cambiato anche un po’ lo stile, andava Griselda e tutto quell’immaginario lì. Il mio primo disco, che reputo molto formativo, è “Due palazzi” del 2024, prodotto da Bev e che fa parte di UnderSound, appunto. Il resto è successo sostanzialmente con Felipe (Liffe, ndBra).
Liffe: per quanto riguarda me, è la classica storia del fratello più grande dell’amico (ride, ndB). Io sono cresciuto nello stesso palazzo del mio migliore amico, lui ha due fratelli più grandi e uno di questi ci ha passato della musica, delle cartelle di .mp3 con dentro un sacco di Rap, ero alle medie e, tra Fabri Fibra, Club Dogo, Marracash, ma anche Gang Starr, ho trovato parecchie cose interessanti. In realtà, però, ho flashato male con la roba dei Fratelli Quintale: il fatto che ci fosse gente della mia città che stava facendo quella cosa lì mi ha colpito più di tutto il resto. In primo superiore, al Liceo Musicale, mi sono beccato poi con un compagno di classe, Gave One, eravamo gli unici due ad ascoltare Rap e a farlo, suo fratello dipingeva e sempre grazie al fratello del mio socio avevo già conosciuto un po’ di gente che faceva i graffiti; questa cosa è cresciuta, a livello di comitiva, e facendo freestyle abbiamo pensato di cercare dei beat, scrivere delle strofe e fare qualcosa, dei demo. Una sera, a un concerto di un gruppo locale che si chiama SalaMantra, uno dei componenti ci ha proposto di fare due strofe e quello è il momento in cui si è un po’ chiarito tutto. C’era sinergia, le cose funzionavano, ci piaceva e siamo andati avanti. Quelle sono le tappe, la gavetta: mixtape registrati male su YouTube, concerti alle feste dell’Istituto oppure al Magazzino47; ci siamo beccati così con tutti gli altri, con Arcobaledo, con Derma, con lui…
B1: …forse era a un concerto in una chiesa sconsacrata in Via San Faustino.
L: sì, ma io avevo già visto un suo live qui, quando apriva per Viuska. In seguito, sono stato quattro anni a Padova, all’università, e ci siamo beccati un po’ meno. Quando sono tornato, abbiamo preso molto seriamente la questione di UnderSound, cosa che ci ha spinto a dire ok, c’è qualcosa in Italia che sta funzionando, proviamo. Abbiamo deciso di gestire questa cosa in modo più serio, stando più a contatto, finché abbiamo fatto una serata al Der Mast dove suonavano Gentle T e Mr. Squito per “La visione di Pantaleo”, ad aprire il concerto c’era un bel cypher ed Egreen, che era con loro, ci ha sentiti per la prima volta. Lui mi aveva scritto prima di venire a Brescia, perché qualcuno gli aveva fatto ascoltare un po’ di robe mie, forse era appena uscito “Venerdì santo”, fatto sta che ha sentito me, ha sentito lui e gli è venuto in mente che era una cosa che poteva funzionare, ce l’ha proposta e da lì è venuto tutto il resto.

B: è chiaro che far parte di Payback Records vi abbia permesso di raggiungere presto una visibilità maggiore, sia tra gli appassionati che in un’orbita comprendente artisti coi quali condividete molte affinità. Entrare nel giro della label curata da Egreen vi ha spronato presto ad alzare il livello?
L: be’, sì. Nel momento in cui ci siamo ritrovati nel backstage, che poi di fatto era il bagno del locale (ride, ndB), è stata una roba forte, non ce l’aspettavamo.
B1: vero.
L: cominciare a far parte di quel giro ha fatto sì che ci facessimo le idee un po’ più chiare su quali sono i vari equilibri e come si fa effettivamente questa cosa a livelli più seri.

B: a dimostrazione dei frutti sbocciati grazie a un’esposizione più capillare, tra maggio e novembre dello stesso anno rilasciate “Sottocassa” di Barra1 e novenove, “Mano roja” su produzioni di Gionni Gioielli e “Santa guerrilla” di Liffe e Kolpo; siete parte di una scena che seguivate già da appassionati?
B1: sì, il collegamento con questa cosa qua c’era perché ne siamo stati anzitutto degli appassionati, siamo stati attratti da MxRxGxA e da tutto quello che circolava lì attorno, approccio e artisti. Per forza di cose, ci siamo ritrovati a fare qualcosa che veniva dalla stessa direzione, anche perché il resto ci sembrava trito e ritrito. Quando abbiamo iniziato a fare le cose seriamente, ci siamo mossi verso quel tipo di sonorità e il Rap fatto in una certa maniera. “Supercella” è stato realizzato seguendo quei canoni, in primis come mentalità.
L: quel periodo lì è stato di grandissima ispirazione, perché ha dimostrato che si poteva fare Hip-Hop in un modo completamente diverso e credibile, uscendo dai canoni cui eravamo tutti abituati.

B: il contesto cui facevamo riferimento deve parecchio alla provincia, rompendo in sostanza quello schema che voleva le solite due/tre città italiane al centro di tutto e un grosso vuoto attorno. Voi siete di Brescia: in che modo la vostra musica riflette queste origini?
L: Brescia si riflette in tutte le strofe di tutti i nostri dischi. Quello che cerchiamo di fare è parlare di noi e delle nostre esperienze, delle cose che ci succedono e che sono le stesse cose che succedono alla gente con cui condividiamo tutto il nostro tempo. Coinvolgere le persone nei progetti, far trasparire un certo senso di comunità che probabilmente si è anche un po’ perso: questa cosa è sempre stata molto importante per noi, costruendo negli anni un giro di amicizie enorme, di gente che, in un modo o nell’altro, è cresciuta con noi. Le esperienze, gli insegnamenti, sono ciò che cerchiamo di restituire nelle strofe. “Area cani” è costruito su quest’aspetto, “Supercella” anche, sono frasi dette dai nostri soci al bar e che abbiamo trasformato in rime.
B1: ma anche le skit, abbiamo fatto partire il registratore in momenti totalmente a caso e poi è stato tutto ritagliato e utilizzato.
L: il senso è che se parlo di me in prima persona, sto parlando anche di un mio socio in terza. Se parlo di una cosa che è successa a una mia amica, sto parlando anche di me. Per noi l’obiettivo è quello e in “Area cani” abbiamo forse cercato di approfondirlo di più. Senza Brescia, molte di queste barre non ci sarebbero, perché far parte di una realtà di provincia, che dà pochissime opportunità, poca spinta, circoscrive la situazione e i riferimenti: il locale dove puoi andare a suonare è quello, il quartiere dove devi girare è quello, ecc. Lo spazio che viviamo lo mettiamo nei nostri dischi, lo restituiamo a chi ascolta e ci capisce.

B: rispetto invece al tema generazionale, il vostro background – essendo entrambi del 2001 – è legato più al recente passato o siete andati molto a ritroso nel tempo per approfondire la conoscenza dei classici usciti addirittura prima che nasceste?
L: io sono andato a ritrosissimo… Quando è uscito “Numero zero”? 2016?
B1: 2015, secondo me. Avevamo 14 anni.
L: ok, sì. E’ il momento in cui ho iniziato ad ascoltare musica, mi hanno passato quello che stava andando e mio papà, che è sempre stato un grande ascoltatore in generale, ha capito questo mio interesse e mi ha accompagnato al cinema a vederlo.
B: bravo papà…
L: eh sì. Siamo andati e io mi sono segnato tutte le cose che dovevo andare ad approfondire, di cui parlavano nel documentario. Quindi sono partito dalle posse, dall’Isola Posse All Stars, situazione che mi ha interessato tantissimo perché ho frequentato molto i centri sociali, gli spazi autogestiti, secondo un imprinting politico abbastanza forte da parte della mia famiglia. Ascoltavo, capivo qualche riferimento e da lì ho continuato, ho visto cosa è uscito dopo, tutti i classici ovviamente. Ho fatto sicuramente più fatica ad approfondire il Rap statunitense, ma per una questione di lingua. Per quanto riguarda il Rap italiano, però, possiamo dire che ne ho studiato parecchio la storia.
B1: anch’io sono andato a ritroso, ma è chiaro che la prima volta che ho avuto a che fare col Rap, tipo alle medie, quello che mi è stato proposto era molto mainstream, Guè, Fedez, quella roba lì. Poi arrivo alle superiori, faccio un po’ di esperienze e i miei amici iniziano a propormi roba più underground, ascolto Claver Gold, Murubutu, scopro il Colle der Fomento, tutte le varie realtà e capisco che voglio fare quella roba lì. Più scavo, più sono soddisfatto. Io vengo da una famiglia completamente diversa da quella di Felipe, sono il primo di sei fratelli e quindi devo dare l’esempio (ride, ndB). Se non ci fosse stato il Rap, probabilmente non sarei mai finito in un centro sociale: ho iniziato ad andarci per i concerti e ho capito che quello è il mio ambiente.

B: veniamo al presente. “Area cani” è sulle piattaforme da un mese e mezzo, spiegateci intanto questo curioso riferimento ai cani che ritroviamo fin dal primo brano di “Supercella”, “Leggenda”, dove dicevate <<lì dentro non entriamo, l’ingresso è vietato ai cani>>.
L: sai che siamo partiti proprio da lì? Il titolo era una cosa che mi ero appuntato partendo da quella barra di “Leggenda”. L’immagine del cane da solo non c’entra un cazzo, ovviamente è i cani al plurale, proprio per il discorso di comunità che ti facevo prima, è la metafora sia dei cani, che sono degli animali stupendi, ma soprattutto di un’area intesa come spazio, dove ti ci hanno messo e tu in qualche modo te lo sei dovuto arredare, diciamo. E’ un’immagine che ci sembrava abbastanza calzante per rappresentare quel discorso del parlare il più possibile di situazioni, concetti e cose che riguardano tutte le persone che ci stanno vicine, con le quali condividiamo cose. Dentro al disco abbiamo comunque cercato di dare vari riferimenti, abbiamo costruito l’intero progetto attorno a quell’idea.
B: è come se ci fosse un filo tematico che unisce un disco all’altro.
B1: esatto. E non è qualcosa che cerchiamo, non ci diciamo scriviamo un pezzo per parlare di questo.
L: succede. Se sei circondato da ragazzi che studiano e che intanto devono lavorare per forza, che si laureano e lavorano 14 ore al giorno con contratti da fame, allora hai un odore e un sapore molto specifici di cui parlare, diventa impossibile non raccontarlo.

B: rispetto ai titoli che abbiamo citato prima, “Area cani” ha delle atmosfere più articolate, com’è nello stile di Aleaka; in realtà, tra gli stessi Scoriacuore, novenove, Gionni Gioielli e Kolpo potremmo cogliere più differenze che similitudini: avete lavorato con ciascuno di loro alla stessa maniera o il processo creativo ha avuto di volta in volta delle variazioni?
B1: intanto, Scoriacuore è l’unico con cui abbiamo lavorato in studio. Si è creata proprio una sintonia, lavorando a partire dai beat e condividendo le rispettive idee.
L: è stato l’unico anche perché è di Brescia; novenove gli mandava i beat, lo stesso Kolpo per me, mentre con Gioielli è stato tutto più strano, perché lui praticamente fa questa cosa che ti manda i beat, tu scrivi e poi alla fine cambia ogni cosa, ti arriva il disco e dici ah, è questo? (ride, ndB), perché i pezzi li ricordavi in un altro modo.
B1: secondo me è un metodo molto figo, lavori tutto post in modo che sia un disco coerente, un quadro unico che all’inizio non riesci a vedere.
L: anche con Ale ci siamo beccati più volte mentre lavoravamo, c’è stato un bel confronto. E quindi sì, approcci differenti tra un disco e l’altro.

B: assieme ai vari produttori, dopo Payback Records avete affiancato diverse realtà che si muovono nell’underground con peculiarità proprie, ovvero Horror Tiberino, Make Rap Great Again e Moltisanti. Avere a disposizione il loro supporto, la loro esperienza, vi ha aiutato a definire meglio i vostri progetti, le ambizioni collegate a questi e anche il cammino da fare in futuro?
B1: sicuramente sì. In due anni siamo fuori con cinque dischi, la knowledge si è, non dico raddoppiata, ma quadruplicata rispetto all’approccio che bisogna avere durante l’ideazione di un progetto.
L: abbiamo anche avuto la fortuna di aver conosciuto tantissima gente, in questi anni, di vedere come lavora chi ha più esperienza di noi, di prendere un po’ di qua, un po’ di là e poi fare il nostro piano d’azione. Esserci interfacciati con tante realtà che questa cosa magari la macinano da tanto tempo, che hanno anche un altro tipo di visione, ci ha dato un sacco di benefici. Tantissimi. Da Payback a Moltisanti, di cui con vanto ora facciamo parte, abbiamo tratto insegnamenti molto preziosi.

B: tra le caratteristiche di questa nicchia, fatto nuovo per chi – come me – ricorda bene tutte le faide più e meno serie che hanno segnato l’Hip-Hop italiano negli anni ‘90, c’è una marcata tendenza alla collaborazione, al sostegno reciproco. Nel vostro piccolo, essendo in attività da relativamente poco, ritenete stimolante questo clima di complicità o in prospettiva avvertite comunque il bisogno di una competizione più accesa e spigolosa?
L: io, a livello personale, della competizione non me ne faccio assolutamente nulla, anzi mi sembra si possa addirittura collaborare molto più di quanto non si faccia. Credo più nella competizione con sé, nel dire non ho le barre per scrivere il progetto, devo mettermi lì e fare il massimo. Con gli altri preferisco molto di più parlare di Rap e del resto, senza tante invidie.
B1: se poi la competizione è sportiva, diciamo, allora è diverso. Se è sana, fa sempre bene. Io non sono una persona che rosica per i successi degli altri, non me ne frega un cazzo e, anzi, buon per loro, soprattutto nell’underground. Che un Toni Zeno faccia quello che sta facendo, è un bene. Non mi viene da pensare lui è meglio di me, semmai questa roba qua ti deve portare a fare di più per mantenere alto il livello. Secondo me, lui questa cosa la sta facendo per tutti, ne abbiamo parlato tanto quando c’è stata occasione e ha questa visione che è solo da ammirare, non l’ho mai trovata in nessuno. Quello, sì, è uno stimolo grande. Moltisanti ragiona così, è il suo approccio, della gente che c’è dentro.

B: provo a farvi una domanda un po’ antipatica… Trent’anni fa, tra un disco e il successivo dello stesso artista trascorreva in media un biennio – ad esempio, “Dalla sede” degli Otierre esce tre anni dopo “Quel sapore particolare”, a Neffa ne servono un paio per passare da “…i messaggeri della dopa” a “107 elementi”; i tempi di realizzazione di oggi, più veloci e coerenti rispetto a un’esperienza di ascolto profondamente rinnovata, rischiano di accorciare la vita potenziale di un’uscita? Ovvero, se è tutto più instant, per forza di cose lo sono anche il consumo, la fruizione e la longevità?
B1: secondo me, bisogna scindere tra i tempi di realizzazione e quelli di fruizione. A togliere vita a un progetto penso sia più il fatto di avere una marea di modi per ascoltare musica, un disco lo consumi tra auto, lavoro, sport; te lo pompi ovunque, lo divori velocemente. Ci sono tante cose da ascoltare, come sono tante le componenti che vanno a togliere freschezza a un progetto. L’importante è stare al passo e provare a fare un bel disco, se ci riesci magari può rimanere nel tempo. Non è facile, ma devi provarci.

B: facendo un confronto – non qualitativo – tra “Supercella” e “Area cani”, riconoscete delle evoluzioni sia stilistiche che tecniche nella scrittura come nella vostra interazione?
L: assolutamente sì. Non so se sia una cosa di cui ci si accorge da ascoltatori, però in questi due anni o quasi abbiamo capito cose che prima non sapevamo, a partire da cosa ci viene meglio. Mi ricollego a quello che dicevate prima: aver fatto cinque dischi in poco tempo è una sfida, anche tecnica; devi evitare di riproporre sempre la stessa cosa e al tempo stesso devi essere coerente con le cose che dici, è cresciuta la nostra attenzione, abbiamo capito quale sia il sentiero, cucendoci addosso le skill coltivate nel frattempo.
B1: abbiamo capito che, per fare un disco, si deve partire da un’idea diversa rispetto a quella degli altri. A livello di beat, di testi, di tematiche, di stile; vogliamo distinguerci.
L: infatti, all’inizio avevamo un po’ paura che “Area cani” fosse troppo riconducibile a “Supercella”. Poi, anche grazie al lavoro di Aleaka, siamo riusciti a spingerci in una direzione diversa.

B: per quel che riguarda i live, invece, la chimica si sviluppa direttamente sul palco o siete soliti provare e programmare tutto attraverso delle prove? Soprattutto, “Area cani” avrà un piccolo tour di presentazione?
B1: ci stiamo lavorando, sì. Quando suoniamo live, le prove tendenzialmente le facciamo…
L: …per ricordarci le strofe.
B1: esatto. Facciamo delle prove pese tipo prima di suonare la prima volta il disco nuovo, un ripassino e poi tutto freestyle. Proviamo in macchina quando andiamo a suonare, è una roba figa che ci piace. L’alchimia si è creata in giro, la riproponiamo quando siamo sul palco anche se ci sono le cappellate, ma fa parte dello show secondo noi, rende l’idea di una certa spontaneità.
L: è un approccio di pancia, una delle parti che a me diverte di più in assoluto. Per “Area cani” avevamo la presentazione il 17 giugno a Brescia, abbiamo fatto il 4, 5 e 6 di prove, da lì una volta che memorizzi tutto hai bisogno solo di ascoltare le robe una volta per ricordarle.
B1: non siamo particolarmente schematici.
L: ad agosto abbiamo una data alla festa di Radio Onda d’Urto come UnderSound assieme ad Arcobaledo, poi da settembre, con Moltisanti, porteremo sicuramente qualche traccia di “Area cani” in giro.

B: di rito, prima di salutarci vorrei sapere se c’è qualcosa che volevate dire e che non vi ho chiesto.
B1: io mi dimentico sempre di ricordare MP7-Mob, nel mio percorso, che alla fine è la crew con cui sono partito. Abbiamo fatto “Obiettivo pianeta” e da lì è nato un po’ tutto, si sono create le connessioni. Ci tengo a citarli.
L: e menzione d’onore anche per Baccus Records, con cui io ho fatto “Urbano leggero” assieme a Pablito. Sono tutte realtà grazie alle quali siamo arrivati fin qui.