Intervista a Dj Fede e Dafa – Young Veterans (19/05/2022)

A volte non occorrono molti giri di parole per presentare un artista (in questo caso due), è sufficiente scandirne il nome: Dafa, rapper della vecchia guardia noto ai più per il suo passato nei Lyricalz, e Dj Fede, beatmaker con alle spalle una carriera in costante crescita e un numero altrettanto imponente di collaborazioni. Young Veterans, una sorta di ossimoro, l’entusiasmo di chi ha ancora voglia di misurarsi con nuove sfide e la grande esperienza acquisita in quasi tre decadi di attività. Ancora, è sufficiente un numero per racchiudere il tutto, quattro cifre, l’anno di nascita di entrambi…

Bra:1974”. Un dato anagrafico come sintesi della vostra collaborazione. E allora cominciamo proprio dalla questione generazionale: com’è fare Hip-Hop in Italia a 48 anni, magari dovendo tirare spallate a chi ne ha la metà?
Dafa: la memoria non ha più la freschezza di una volta. Il fisico non risponde più ai comandi, dolori, acciacchi… E’ dura fare il rapper a 48 anni. Sei un po’ come quei campioni a fine carriera, che non decidono di smettere perché sentono di avere ancora gli ultimi colpi da sparare. Magari gioco da fermo, ma faccio ancora la differenza. Trovare gli stimoli giusti non è così scontato, soprattutto per il tipo di approccio, crudo e diretto, che ho con la musica. E’ fondamentale circondarsi di persone che stimolino costantemente la tua arte, a partire dal panettiere sotto casa.
Dj Fede: credo che fare musica non abbia età; anzi, tendenzialmente si migliora. Sicuramente cambiano gli argomenti da trattare, ognuno ha i suoi e si rivolge a un pubblico diverso. Per quanto riguarda la mia parte, cioè le produzioni, devo dire che ci sono piccole evoluzioni, ma il suono dell’Hip-Hop – quello classico – non è mai cambiato più di tanto. In buona sostanza: consapevolezza, conoscenza della materia ed esperienza fanno di noi un’ottima arma per diffondere questa musica.

B: vi avvicinate all’Hip-Hop tra la fine degli ’80 e l’inizio dei ’90. Che ricordi avete di quel periodo?
D: tutto nuovo, tutto da scoprire, tutto maledettamente affascinante. Il primo step è quello di fine anni ’80, i super classici che tutti conosciamo. E’ solo stato un modo per annusarsi. Nel ‘90/’91 mi avvicino timidamente al mondo del writing e poi la folgorazione. Ricordo bene quando e dove ascoltai per la prima volta “Stop al panico” dell’Isola Posse All Stars. Fino a quel momento credevo impossibile che qualcuno potesse rappare in italiano e farlo così bene. E anche Frankie Hi-NRG lo faceva in italiano e lo faceva bene. Militant A rappava in italiano e lo faceva bene. Quello è stato il punto di partenza. Rappare in italiano si poteva fare e si poteva fare con stile e credibilità. Gli esempi più lampanti furono i Camelz, il Comitato e i primissimi Otierre, ma l’asticella si alzò notevolmente solo dopo l’uscita di “Sfida il buio” di DeeMo. Da lì in poi non si poteva più scherzare.
DjF: mi ci sono avvicinato seriamente verso il ‘95. Direi molta confusione e altrettanto entusiasmo. La difficoltà nel reperire informazioni, dischi e tutto ciò che l’Hip-Hop esprimeva mi spingeva sempre più ad appassionarmi a una Cultura che, col passare del tempo, è entrata a far parte definitivamente della mia vita. Sicuramente essere andato a New York la prima volta dopo il 2000 non ha aiutato: se ci fossi andato prima, avrei assorbito e capito meglio tante cose.

B: artisticamente, la vostra collaborazione nasce in un passato abbastanza recente, ovvero nel 2019 con “Product of the 90’s”; il vostro primo incontro invece quando e come avviene?
D: la prima volta che ho sentito parlare di Dj Fede fu nel ‘93/’94, quando lo vidi in consolle in un locale di Torino suonare ottima musica Acid Jazz. Se non ricordo male, ci siamo conosciuti a Novara solo qualche anno dopo, in pieno periodo Area Cronica…
DjF: …esatto, a memoria è stato nella seconda metà degli anni ‘90, tra ‘96 e ‘97, al Bues Cafè di Novara.

B: Dafa, hai vissuto da protagonista una fase indelebile dell’Hip-Hop italiano, peraltro all’interno di una realtà, l’Area Cronica, che si poneva come ambizione quella di accorciare le distanze tra underground e mainstream. Quell’esperienza è durata circa un lustro, ma ha segnato profondamente la tua vita; cos’hai portato dei Lyricalz e in generale di quell’approccio all’interno del progetto Young Veterans?
D: quel periodo fu davvero incredibile, a tratti indescrivibile. Si potevano realizzare sogni e farlo con gli amici che amavi. I Lyricalz sono stati la novità più fresca all’interno del Rap game di metà anni novanta e “De luxe” è un album difficilmente ripetibile. E lo dico cercando di essere il più obiettivo possibile. Ci sarà sempre una forte componente di Area Cronica in me ed è quella che mi permette ancora oggi di mettermi in gioco con musica di qualità, seppure di nicchia. In “1974” si sente il profumo dei Lyricalz e credo si sentirà per molto ancora.

B: Fede, la tua esperienza discografica comincia invece un po’ più tardi, ma è fitta come poche. A tua volta, per “1974” hai voluto tracciare un ponte che dai Lyricalz conducesse fino ai Young Veterans, o ti sei mosso in una direzione a sé stante?
DjF: non ho assolutamente pensato a nessuna strategia, ho solo cercato di fare dei buoni beat per mettere insieme questo progetto. Il momento era propizio: in piena pandemia continuavo a sfornare strumentali, Dafa ha potuto scegliere componendo il suono di “1974”. Ha costruito lui il filo conduttore del disco, se avesse scelto altri beat sarebbe stato un disco diverso, magari con un mood completamente differente. Mediamente, produco un album l’anno, ma in quest’anno e mezzo ho triplicato la produzione: la chiusura dei club e l’assenza dei dj set mi hanno dato la possibilità di concentrarmi sul lavoro in studio.

B: entriamo un po’ più nel dettaglio di “1974”. Dopo aver collaborato in “Product…” e “Still from the ‘90s”, supponiamo, comincia a prendere forma il vostro disco in duo: qual è stato l’iter realizzativo, quanto tempo vi ha richiesto e con che spirito è iniziata questa (nuova) avventura?
D: c’è grande stima personale e professionale, tra noi due. E’ nato tutto molto naturalmente, in piena pandemia. La mia scrittura è stata piuttosto veloce, ma ponderata. Le sessioni di registrazione, come sempre, sono state estremamente rapide. Sui miei dischi puoi facilmente trovare strofe one take e buona la prima. Abbiamo solo cercato di proporre un prodotto musicalmente valido, dal gusto classico, con un concept ben preciso e un titolo efficace. Abbiamo lavorato insieme in studio a tutti i pezzi, perché ti permette di confrontarti su alcuni aspetti. Soprattutto oggi che le strofe viaggiano mediamente via mail.
DjF: siamo partiti da un EP, poi il progetto si è allargato fino a diventare un album. Complessivamente, abbiamo impiegato un annetto. In parallelo, io ho fatto due album, quindi ero abbastanza preso. Dafa scrive velocemente, a me è servito un po’ di tempo per mixare e masterizzare il tutto. Se non fossimo stati in lockdown, ci avremmo messo sicuramente di più. Tendenzialmente, suono cinque sere a settimana… Ripensando alla lavorazione, direi che è stato abbastanza facile realizzare il progetto. Di solito lavoro con 12/14 mc’s a disco, avere un unico punto di riferimento è stato sicuramente un vantaggio. In effetti non avevo mai fatto un disco con un solo rapper.

B: otto brani più intro e outro. La durata è in linea con le uscite odierne, ma la sostanza è quella di un album che sembra voler pesare ogni parola spesa; ricordi, racconti, vita reale, passioni: “1974” nasce (anche) dall’esigenza di riordinare storie e pensieri che non avevano ancora trovato un’altra collocazione?
D: per quanto mi riguarda, hai proprio centrato l’obiettivo. Ho sentito il bisogno di scrivere e raccontare storie viste con gli occhi di un adolescente. Ho dovuto scavare tra i ricordi più profondi per descrivere nei minimi dettagli la Torino degli anni ’80/’90 e i suoi quartieri. E’ stato un ottimo esercizio di memoria.

B: riallacciandomi alla domanda precedente, dopo “Ghetto master” rilasciate l’estratto video “Life story”; qui, musica, rime e immagini sono chiaramente intrise di nostalgia, con lo sguardo rivolto al passato. Ne approfitto allora per chiedervi: cosa vi manca dell’Hip-Hop col quale siete cresciuti e quanto di ciò riuscite comunque a ritrovarlo nell’Hip-Hop di oggi?
D: in quel periodo c’era una gran sete di conoscenza. Ti attaccavi alle mammelle di Yo! MTV Raps, di The Source o di Aelle e ti nutrivi fino a esplodere. Oggi è tutto maledettamente alla portata di mano. A tratti noioso. Tutto troppo veloce, tutto troppo scontato. Da quel periodo voglio portarmi dietro la giusta spensieratezza, la sana competizione e quel pizzico di follia che ti permette di scrivere ancora storie interessanti.
DjF: a me non manca nulla, cercando bene quell’Hip-Hop c’è ancora, magari gli artisti che mi piacciono sono meno rilevanti sul mercato mondiale rispetto a una volta, ma per me non cambia nulla. Forse la cosa che mi manca è più un certo tipo di spirito legato a questa musica, l’aggregazione, trovo che quella si sia un po’ persa.

B: mi ha incuriosito molto il brano “Domenica alle 3”, perché mi ha fatto tornare in mente “Minuto per minuto” degli A.T.P.C., appunto col featuring dei Lyricalz. Il calcio non è un tema così trattato nel Rap italiano, come mai la scelta di parlarne in “1974”?
DjF: io non seguo il calcio, lascio parlare Dafa…
D: il calcio ha sempre avuto un ruolo di rilievo nella storia dei Lyricalz. In “1974” la tradizione continua: volevo scrivere di quel calcio che oggi non c’è più, profondamente romantico e legato agli anni ‘80. Quando tutte le partite cominciavano alle tre di domenica pomeriggio. Ho pensato che Kiffa fosse la persona giusta per questo tipo di argomento; e infatti non potevo fare scelta migliore.

B: capitolo featuring. Quattro ai piatti (Dee Jay Park, Dj Double S, Dj Tsura e Dj Delta) e altrettanti al microfono (Ape, Dope One, Kiffa e Sab Sista): un paio di loro non potevano mancare, ma in generale come nascono queste collaborazioni?
D: nel momento in cui ho voluto fare scelte dettate da una profonda e duratura amicizia, mi è risultato facile puntare su Double S, Sab e Kiffa. Per quanto riguarda invece Ape e Dope One, fanno parte di quella categoria a me molto cara: quelli che parlano poco e scrivono tanto.
DjF: per quanto mi riguarda, attraverso il rispetto, la stima e l’amicizia. Spesso mi capita di sentire un rapper che mi piace e che non conosco, allora lo contatto e cerco di capire quanto abbia voglia e possa essere adatto a entrare a far parte di un mio progetto. In passato ho commesso delle leggerezze, ho inserito nei miei album artisti che in quel momento avevano un certo hype e che, alla richiesta di collaborazione, si sono resi disponibili ed entusiasti di far parte del progetto. Molti mi dicevano che erano cresciuti ascoltando “Rock the beatz” e “Original flavour”, ma andando avanti la loro inclinazione nel fare musica era cambiata, quindi il risultato della collaborazione era un po’ una forzatura. Ora sono molto più selettivo nelle mie scelte.

B: non l’abbiamo ancora citata, ma l’altro elemento che vi lega – dopo l’anno di nascita e l’amore per l’Hip-Hop – è Torino, cui infatti dedicate “Le strade di Toro”. All’ombra della Mole si sono scritte pagine fondamentali per la scena italiana: secondo voi, il suo ruolo si è via via svuotato, o è ancora una delle città di riferimento per il genere?
D: non c’è dubbio sul fatto che a Torino nei ’90 si respirasse un’aria particolare. Ragazzi di talento spuntavano come i funghi a ottobre. In ogni disciplina. Per un certo periodo è stata la Mecca dell’Hip-Hop in Italia. Obiettivamente, oggi non è più così. Milano e Roma sono distanti anni luce. Ma la scena torinese resta comunque ancora un punto di riferimento importante, grazie alle solide basi gettate allora.
DjF: credo che Torino sia ancora una città di riferimento, se parliamo di fare Rap. Ovviamente, il business è a Milano, questo non si discute. Torino ha dato vita a una marea di mc’s, molti bravissimi, poi alcuni si sono persi e altri invece tengono ancora alta la bandiera della città.

B: Dafa, non hai mai appeso il microfono al chiodo, ma la tua presenza, come protagonista e in veste di featuring, si è fatta più saltuaria nel dopo Lyricalz, tant’è che “1974” arriva a quasi quindici anni da “A distanza ravvicinata” e a più di dieci da “Stato di grazia”. Quanto è difficile, per te, stare lontano dalla musica? E quanto invece è semplice, naturale, tornare in uno studio di registrazione dopo un’assenza più o meno lunga?
D: un rapper non smette mai di rappare. Al massimo smette di fare dischi, smette di esibirsi. O forse ha solo bisogno di raccogliere informazioni. Potevo fare di più? Sì. Ho perso qualche treno? Sì, diversi. Ho fatto i dischi quando andavano fatti. Con la maglia dell’Area Cronica prima e quella di Blocco Recordz dieci anni dopo. O gioco nelle grandi realtà, o resto in tribuna a osservare. Oggi mi ripresento con un altro peso massimo, coerente con le mie scelte e notevolmente soddisfatto del risultato finale. Ciò che m’interessa davvero è stare lontano dalle banalità e dalla musica banale.

B: chiudiamo il discorso sui Young Veterans con le solite domande di rito. Il disco è appena uscito: primi riscontri? Livello di soddisfazione? Live in programma?
D: non mi piace parlare di numeri. Ben che meno oggi che siamo solo all’inizio. Il video di “Life story” direi che sta girando bene, siamo soddisfatti al momento. Non dimentichiamo che stiamo parlando di un prodotto comunque underground. Coi controcazzi, ma underground. E sappiamo bene quanto sia complicato proporre un disco dal gusto classico e inserirlo nel panorama odierno.
DjF: io sono soddisfattissimo del risultato. Lo riascolto e mi piace sempre. I primi riscontri, legati principalmente a “Ghetto master” e “Life story”, sono stati super positivi. Questo mi fa molto piacere. Il disco è veramente Rap e quindi ha tutti i suoi limiti, l’ascolto è rivolto a chi questa roba la mastica, non è per tutti. Abbiamo fatto una bella presentazione a Torino, ora capiamo cosa fare…

B: la carriera di beatmaker di Dj Fede corre in parallelo a quella trascorsa nei club italiani e non, ragion per cui gli è di fatto impossibile non stare al passo con la musica più recente. Nel tuo caso, Dafa, segui ancora con una certa attenzione l’Hip-Hop? Cosa ascolti, oggi?
D: ascolto davvero tanta musica, ma è poca quella che cattura particolarmente la mia attenzione. Il filone Roc Marciano/Griselda lo seguo dal giorno zero. Quando ho cominciato ad ascoltare Westside Gunn, aveva meno visualizzazioni dei miei video. Griselda è stata acqua nel deserto e “Tana Talk 3” di Benny The Butcher è l’album che più si avvicina ai miei gusti. Trovo che siano fortissimi Conway The Machine, Boldy James, Hus Kingpin, ElCamino, Flee Lord, Rome Streetz; o ancora Evidence, Planet Asia, Skyzoo… Ascolto i rapper che ascoltavo da ragazzino, almeno quelli che tengono ancora botta. Mi rendo conto di quanto possano essere bravi artisti come Drake, J. Cole e lo stesso Kendrick, ma la loro musica la sento lontana. Tutto qua. Ascolto tanto Soul, Funk, Jazz e R’n’B. Tendenzialmente, al di là del genere, sento che la vecchia musica riesce a emozionarmi in maniera più decisa, rispetto a quella nuova.

B: dopo un disco a suo modo intenso, cosa vi aspetta? Riposo o altro lavoro?
D: Fede non riposa mai… Sento che per me è un buon momento per quanto riguarda la scrittura e voglio battere il ferro finché è caldo. Continuano le nostre collaborazioni, faremo qualche live insieme e porteremo “1974” magari anche fuori Torino.
DjF: io ho “Suono sporco 2” già in stampa e sto per chiudere “Suono sporco 3”. Sono due vinili separati, che rientreranno in un unico CD; parliamo di circa 24 pezzi nuovi… Sto finendo un EP con Dope One e un altro con Nardo Dee. Ho delle produzioni nel prossimo album di Giso e di altri rapper. Continuo a fare la direzione artistica di New Rapform, con cui stiamo ristampando un catalogo di Rap classico su vinile. Nelle prossime uscite ci saranno, per la prima volta su vinile, i miei album “The beatmaker” e “Original flavour”, c’è stato un bel lavoro anche per questi dischi…

B: ringraziandovi per l’intervista, vi lascio spazio per raccontarci qualcosa che magari non vi abbiamo chiesto.
D: ringraziando voi, mi piacerebbe lasciarvi con la lista dei dieci album Hip-Hop di sempre che porterei con me sulla più classica isola deserta. In ordine sparso: “Illmatic” di Nas, “The Infamous” dei Mobb Deep, “Ready To Die” di The Notorious B.I.G., “Return Of The Mac” di Prodigy e The Alchemist, “H.N.I.C.” sempre di Prodigy, “Doe Or Die” di AZ, “Only Built 4 Cuban Linx…” di Raekwon, “Marcberg” di Roc Marciano, “Tana Talk 3” di Benny The Butcher e “FLYGOD” di Westside Gunn.
DjF: grazie a voi. Io ho ripreso a pieno regime la mia attività di dj da club, in estate si prevedono tantissime date in Italia e a Ibiza: questo è ciò che ho in testa ora!