Intervista a Blo/B (22/06/2022)

Oh, c’è il release party di Make Rap Great Again. Oh, bravi che lo fanno in una serata in cui riesco a liberarmi dagli impegni vari e andare. Oh, vai, già che ci siamo sarebbe l’ora di intervistare Blo, che ha fatto un paio di dischetti veramente validi. Oh, c’è il drop del CD con i pantaloncini assolutamente oltraggiosi con cui essere molesto nell’estate. Tutti ottimi motivi, nevvero? In realtà, la storia inizia molto prima con Bra che mi scrive c’è da intervistare Blo, lo fai te? Eccerto, come no. Passami il numero che lo sento. Passa il tempo e ovviamente io mi perdo perché in ‘ste cose organizzative sono una scarpa (valga per ogni bravo ragazzo che mi ha chiesto ma perché ‘sta cosa di scrivere non la fai a livelli professionali? Grazie, VVB ma non è cosa mia…), finché mi dico bon, vado a Milano a vedere Rome Streetz, lo becco lì e glielo dico di persona. Ottimo piano. In effetti lo becco e glielo dico (assieme a tutta un’altra serie di cose strettamente off the record), accetta con entusiasmo, stabiliamo di fare l’intervista a latere del suddetto party – per la cronaca: live di Rome Streetz onestissimo, il Biko la solita buca infernale, cocktail carissimi e pressoché analcolici, selecta discutibile, personaggi discutibili, varie cose discutibili ma non ne discutiamo. Arrivo al party con la metro, il posto era in zona Navigli e noi giargiana non siamo degni di sfidare le divinità della ZTL milanese, era dato per annunciato che sarebbe finito tutto in tempo per l’ultimo treno. Bel posto, all’aperto, un sacco di spazio. Oh, ecco il buon Blo, saluti e chiacchere in sciallo, ecco lo Speculatore che specula come suo solito, ecco Gioielli in consolle che seleziona i classici del Rap anni ‘80. Ovviamente non quello che ti aspettavi (ancora non avevamo sentito “Festivalbars”, eh), ma lui gentilmente al microfono OH FIGLI DI PUTTANA PENSAVATE CHE FACESSI LA SELECTA TRISTE E FREDDA DI GRISELDA, EH? Sì, un po’ l’abbiamo anche pensato, ma sappiamo che ‘sta gente non fa le cose come gli altri. Ergo ci sediamo al tavolo con Blo e Dj Kamo (ovviamente, siccome sono il signore delle figure di merda, non l’ho assolutamente riconosciuto; fatto aggravato se pensiamo che essendo lui di Genova e io di Spezia negli anni l’avrò beccato circa 485mila volte in jam, concerti, etc… Scusa ancora!) e, tra un panino e una birretta, andiamo a iniziare…

Lord 216: pronti, partenza, via. Stai rinunciando a tutti i diritti civili passati, presenti e futuri su quanto dirai…
Blo/B: va bene, va bene. Sono abituato.
L: allora, cominciamo dalle cose ultime e poi vediamo di andare un po’ indietro. “Woodstock” e “Newport”, doppio album. Come mai un doppio così dal nulla?
B: perché… Perché avevo voglia di fare qualcosa di diverso dal solito schema nostro. Non è magari la trovata ideale per un discorso di strategia sugli streaming, però mi piaceva proprio fare un disco a due facce. All’inizio avevo in testa di fare un disco tutto su sonorità Rock anni ‘70, così… L’idea me l’ha data una volta Armani, ascoltando “Videodrome” di “B movie”, c’è un giro di chitarra e io che rappo come un bastardo, Armani mi fa eh, secondo me Blo tu c’hai la giusta attitudine, io che comunque sono un fan di quel Rock là ho detto cazzo, sarebbe figo! In più in quel periodo ascoltavo anche tante robe tra cui il disco di Willie The Kid, “Capital Gains”, e c’erano quelle due/tre/quattro tracce completamente Jazz… Comunque di solito a me piace istintivamente rappare quasi su cose antimusicali, basso, batteria, elementi tagliati, divisi, invece con Gioielli dicevamo secondo me sarebbe figo che tu facessi qualcosa di più musicale. E quindi dentro la testa avevo ‘ste due idee, disco Rock, disco Jazz… Ho detto disco Rock intero magari dieci pezzi potrebbe rompere il cazzo, disco Jazz idem, quindi ho pensato di provare a fare questo doppio…

L: e hai passato l’idea ai Departed, che t’hanno seguito?
B: esatto, al volo. Avevo pensato di farlo in un altro modo… Con loro mi sono conosciuto tramite “B movie” (in sottofondo Gioielli dalla consolle inizia a richiamare delicatamente Blo, che con grande stoicismo non se ne cura – ndLord), loro erano ideali per quel progetto perché sono in due e sono allineati sul mio gusto di suono più sporco. Proprio allineati a livello di come suonano le cose.
L: eh, effettivamente son venute fuori due figate. Tu sei soddisfatto? Te li riascolti i tuoi dischi?
B: me li riascolto, sì. Sono soddisfatto, magari avrei voluto aggiungere qualcosa di più mio, un pezzo a disco in più solo mio, però mi sono anche voluto adattare alla struttura dei due dischi, non volevo rendere troppo pesante una cosa che già aveva un concetto dietro, un mood preciso.

L: la scelta dei nomi dei titoli rispecchia i tuoi gusti?
B: allora, su “Woodstock” sì, perché – ripeto – io sono un appassionato, almeno una volta al giorno un disco Rock anni ‘70 me l’ascolto, è un tipo di musica che mi piace soprattutto per la libertà che aveva. Pezzi da sei minuti, pezzi da un minuto, non c’era una gabbia ai tempi… Per il Jazz mi sono fatto molto più aiutare da Fano, che è quello dei due che ha seguito “Newport”; “Woodstock” l’ha seguito Gerry, e su quello… Apprezzo il Jazz, mi piace, lo ascolto, però non sono un profondo conoscitore come può esserlo Fano, che ne conosce qualsiasi ramificazione e quindi mi ha aiutato a scegliere i nomi dei pezzi e anche, a concept fissato di “Woodstock”, veniva abbastanza naturale l’idea di chiamarlo “Newport” come il festival Jazz più grande che c’era.

L: i Departed li hai tirati dentro tu da “B movie” e lo stesso hai fatto con Gentle T e il suo album solista che hai seguito direttamente.
B: esatto. Il contatto me lo diede Paura, perché Fano ha fatto delle robe con Clementino, dei remix ufficiali per Curci… Mi diede il contatto e poi ci siamo persi per un po’ di tempo, dopo “MoMa” mi aveva contattato con la pagina Departed, non sapevo neanche che Fano fosse nel duo, mi erano piaciute le robe e si è creato il contatto con loro. Poi, appunto, da “B movie” sono stati tirati dentro con “Gran turismo”, perché anche quello è un disco nato con dodici tracce, beat diversi, e con Gioielli ci siamo detti vabbe’, bisogna restringere il roster dei produttori per evitare che diventi troppo disomogeneo.
L: sì, perché è uno dei vostri marchi di fabbrica l’omogeneità dei prodotti.
B: esatto, il viaggio comune. Poi devo dire che con tre producer siamo arrivati a una bella amalgama con quel disco, son contento, però c’è stato bisogno di remixare i 3/4 del disco per arrivare a quello che è “Gran turismo”.
L: comunque è una figata e poi lui è fortissimo.
B: sì, è un disco che io mi sento tutt’ora volentieri.

L: come li scegli i collaboratori? Ti devono colpire solo per la musica o anche a livello personale?
B: eh, no… Vabbe’, sarebbe ipocrita. Cioè, la musica è quello che deve colpire ed essere in linea, poi sarà per qualche ragione che se sei in linea con la musica sei in linea anche personalmente. Con i Departed è stata proprio una cosa naturale, poi ci deve essere secondo me anche una roba di entusiasmo, qualcuno a cui chiedi di collaborare e vedi un entusiasmo naturale a fare le robe perché magari conoscevano già le cose fatte oltre ad avere già la felicità, la scimmia, il piacere di portare avanti qualcosa con una determinata mentalità.

L: c’è una cosa che mi ha colpito. Prima tu producevi, ora non produci più…
B: non produco più perché con famiglia, figli… Questione di tempo. Mi piacerebbe, ma ho trovato qualcuno più bravo di me, più veloce a fare le robe. Ho accantonato la cosa anche se mi piace e non nascondo che un domani mi piacerebbe mettermici, però farei o una cosa o l’altra.
L: sì, perché farle ambedue deve essere un dito in culo monumentale…
B: adesso per me è impossibile, davvero impossibile.

L: va bene, allora… Aspetta un attimo… (sfoglio la scaletta che ovviamente non ho seguito manco sotto tortura, quindi trovo tracce, spunti, muschi e licheni, ma manco una domanda… – ndL) Ok, le modalità di produzione che hai sono rimaste uguali? Nel senso che MRGA fa uscire un botto di roba, quindi stargli appresso non deve essere una cosa semplice per i tempi…
B: no. Più che altro il vincolo è prendersi bene a farlo, divertirsi, avere voglia di farlo, non fare il disco perché sono tre anni che non lo faccio allora devo farlo… Invece è cambiata la modalità di scrittura, cioè non c’è più quel discorso di fare il pezzo che parla della determinata cosa, c’è il chiudere tutto in una cornice e poi però scrivere liberamente, scrivere come scrivevamo quando avevamo 18/20 anni o anche prima, quando avevi il beat e scrivevi, non dicevi adesso io scrivo il pezzo su questo. E’ tornare a quello spirito. E’ anche quello che mi ha fatto tornare la voglia di scrivere da “MoMa” in poi, perché tra “Età dell’oro” e “MoMa” io ho avuto un momento di crisi in cui tutto era diventato faticoso, era tutto senza un team intorno, MRGA mi ha ridato quella roba di scambio che c’era prima, ti becchi a casa di qualcuno, metti il beat, rappi la strofa e dici figa ‘sta strofa o qua non mi piace, mi fai il ritornello? E’ stato fondamentale quello scambio, tornare allo spirito che ci ha fatto anche piacere il fare questa cosa.

Drugo: è questa la differenza, lo step che c’è tra “Età dell’oro” e “MoMa”? (Drughetti fa pure domande, io boh… – ndL)
B: “Età dell’oro” magari è un po’ più costruito. In bene, diciamo, però magari è stato più faticoso, anche il mix, il master…
L: infatti era una cosa che ti volevo chiedere. “Età dell’oro” è molto vicino come concezione e intenti al disco di Paura (“Darkswing”, se non s’è capito – ndL) e la cosa che a me è un po’ dispiaciuta è che quella roba lì, quella masterizzazione, quei suoni, le produzioni di J-Vas… Potevano dare origine a un filone, però purtroppo è rimasta lì.
B: è vero! E’ vero, noi avevamo intenzione anche di dare vita a una specie di filone con quello. Però poi, appunto, il fatto è che si lavorava a distanza, che non c’era uno scambio continuo di persona. Che poi ha fatto sì che Curci abbia deciso di fare quello che ha voluto fare, Vas ha scelto di fare altro, io magari volevo provare a portare avanti quel filone quando ero con Unlimited Struggle, con “Punk Rock”, quel pezzo lavora su quel filone che c’era, però anche con Unlimited – gli do comunque atto della gentilezza, dell’accoglienza che hanno avuto – non sono riuscito a portare avanti quella roba, proprio per un discorso di mancanza di un collettivo, un team con cui confrontarmi. Io avrò sempre bisogno, se continuerò a fare musica, di costruire i dischi in team, non sono il lupo solitario che si mette lì e da solo si produce le cose, che sviluppa tutto da solo, ho sempre bisogno di qualcuno che mi dice se la cosa funziona. Secondo me è impossibile o quasi fare tutto da solo senza poi arrivare a dei pezzi e dire oh, ma ti piacciono! Un collettivo ti fa capire i tuoi alti, i tuoi bassi, i limiti, i punti di forza…

L: be’, poi c’è anche – non so se voi lo avete, ma credo di sì – un discorso un po’ di competizione…
B: sì, con MRGA la cosa si è abbastanza accentuata. Non sono uno competitivo, ma con loro ho imparato anche a farlo. Ma poi, competizione… Io sinceramente non mi sento in competizione, proprio perché penso di portarmi avanti un viaggio di un determinato genere, però sugli ascolti, parlo di risultati, non mi sento in competizione, mi sento su una mia strada.
L: ma io intendevo proprio a livello artistico, arriva uno, ti fa la strofa figa e dici ah, cazzo, aspetta…
B: a livello di come migliorare quello che si sta già facendo, sì. Ne parlo più come confronto e il fatto di tirare in mezzo gente come Armani, Rollz e Gentle, più fresca, che è di un’altra generazione, ha un’altra concezione, ti fa capire che cosa aggiungere a quello che già sai fare per renderlo più appealing, più… Come cazzo è la parola in italiano?
L: accattivante?
B: più interessante e accattivante, ok.

L: altra cosa. Tu hai un immaginario, quando scrivi, abbastanza preciso. Moda, architettura, arte, etc… E’ una cosa che deriva dal tuo percorso di vita?
B: assolutamente, perché lavoro in un giornale di moda. Il mio lavoro è fare il grafico in un giornale, quindi capto da quello e mi piace. Poi magari in altri tempi prendevo più dall’arte, adesso grazie appunto al confronto sono riuscito a ribaltare i paragoni della cosa, che a volte non è qualcosa che ti avvicina…
L: eh, a volte li cerco su Google… (risate – ndL)
B: sì, perché ho capito come tirarli dentro al mio immaginario, soprattutto da “MoMa” in poi.

L: siamo pronti al momento delle domande stupide, che come sai è il momento più sentito dell’intervista. Il momento delle domande stupide comincia con: le barre che ti penti di aver scritto?
B: mhhhh… No, che mi pento no…
L: io ne ho in mente una fenomenale… Quando dici <<se questo è rugby, tu l’Italia, io il Galles>> (“Mickey Pearson”): sei riuscito a beccare l’unica partita del Sei Nazioni che l’Italia ha vinto negli ultimi sette anni!
B: ah, si? Cazzo, non ero aggiornato, ero rimasto al Galles che le dava all’Italia. Barra invecchiata male…! Vabbe’, ma è una, bisogna vedere la prossima…

L: ecco, nella chat del sito c’è una diatriba su questo… Sulle quattro tangenziali (“La mia Emme-I”), Blema sostiene che a Milano non ci siano quattro tangenziali perché la est è un’autostrada… (nota personale: Silvia, stiamo per chiarire questa cosa, contenta? – ndL)
B: sì, chiaro, non è chiamata tangenziale ma viene usata come tale. Comunque questa me l’aveva già messa giù lei! L’ho chiamata tangenziale per semplificare…
L: che poi, quel pezzo… La cosa di fare la parte due con Rollz e Armani è stata una figata, sei riuscito a prendere gli elementi delle due strofe, aggiugerne altri e fare level up. Non è da tutti…
B: all’inizio, curiosità, era proprio un remix del beat di Bassi, Gioielli aveva preso il campione e l’aveva rimanipolato, poi abbiamo deciso di dargli completamente un’altra strumentale.

L: vabbe’, allora basta, se non ci sono altre barre di cui pentirti…
B: no, magari però ci sono sicuramente barre sbagliate… Ad esempio sull’ultimo aver scritto <<ho tutte porte aperte, manco avessi il green pass>> (“Enzo Jannacci”), diciamo però che non è così lontana dal periodo…
L: ci sta, dai. Altra cosa: scoprire persone nuove e portare persone nuove, è qualcosa che fai attivamente?
B: sì, io cerco tramite collegamenti di collegamenti. Poi, diciamocelo: tutti ascoltano tutto! A meno che tu sia proprio il sottobosco del sottobosco… Chi mi aggiunge su Instagram, vado a vedermi il profilo e se fa pezzi, li sento. Quelli che ascolto meno sono quelli che me li sbattono in faccia nei DM senza neanche salutare, una roba che non ho mai fatto in vita mia. Gentle ci sono arrivato tramite il collegamento dei Kiazza Mob, avevamo fatto della roba insieme… Poi Sonny Purini aveva prodotto “Loculus 4” a Gentle T e da lì mi sono collegato, è stato quello che mi ha dato il link, però sono io che ho la curiosità di cercare.

L: ok. Quindi di gente da tenere d’occhio in Italia ne hai già sottomano?
B: allora, secondo me quelli che più vanno tenuti d’occhio sono già nei miei ultimi due dischi. Enema SDO, Pessimo 17, Less Torrance, Rollz… Vabbe’, Rollz oramai non è neanche da tenere d’occhio, è conosciuto. Uno che non ho citato è Toni Zeno, che è un altro fortissimo e da tenere d’occhio, avrà 22/23 anni e – minchia! – parte da un livello tecnico e di cose da dire… Vedi oggi ragazzi giovani che spaccano rispetto a quando noi avevamo vent’anni, ma la parola chiave è sempre il confronto: noi quanto confronto avevamo, allora? Avevamo quelle dieci persone con cui rappavamo, quegli altri cinque… Mentre adesso è un ventaglio gigante.
L: mi fa piacere, questa è una cosa che mi avevi già detto quando avevamo fatto l’intervista per “Drammachine”
B: tanti adesso dicono tipo eh, perché noi dovevamo sudarci la cosa… Era un handicap che avevamo, certo, era una roba che c’ha dato più fame nel fare le cose, ma non è certo un vantaggio. Un’altra roba che banalmente adesso vedo: sento parlare di monoflow nelle cose. Quello secondo me può essere un vantaggio che avevamo. Il monoflow è dato dal fatto che abbiamo studiato anni e anni alla ricerca di una personalità unica… Tot tipologie di ritmiche e tu rappi sempre alla stessa maniera, con la tua impronta, adesso c’è il fatto di dire un certo beat e io ci rappo su come ci rappano su quel beat, come rappano su quell’altro. Da una generazione nuova non viene captato il nostro modo, il messaggio è lo stile, il discorso che c’è da Taki nel writing… Per noi quella cosa è una roba che ci siamo coltivati per anni e anni, che senti due barre e dici è Blo, senti due barre e dici è Gioielli – e così via. Ed è vista quasi come un difetto questa cosa, adesso.
L: sì, ma lì dovremmo aprire tutto il grande capitolo del con chi parlare di Rap/che sia competente in questo Paese, ma non lo apriremo perché ogni tanto ti cadono abbastanza i coglioni…
B: sì, è verissimo. Però anche lì, chi è bravo poi arriva e sfonda qualsiasi porta. Per non parlare di me, un Toni Zeno, un Armani, arrivano perché sono naturali.
L: esatto. E c’è un’altra cosa che mi colpisce molto quando sento la tua musica. E’ che, nonostante non fai più il pezzo che parla di questo come dicevi prima, comunque emerge la personalità. E’ una cosa che non capita a tutti ed è una delle cose che mi colpisce anche di Enema e Toni Zeno.
B: ed è quella la cosa difficile in questo tipo di Rap, darsi una personalità. Perché dire io spacco più di te, voglio fare i soldi, giravo nella compagnia dove c’era il malandrino… Son capaci tutti a dirlo, lo può dire anche uno che non l’ha fatto. Nei piccoli particolari capisci, cogli chi l’ha fatto, se lo dici perché esce da te…

L: ok, andiamo verso la chiusura. Ci fai degli spoiler?
B: mah, io per adesso… Diciamo che il tour de force del doppio disco m’ha svuotato abbastanza, sono sui featuring che mi tengono in allenamento, a un mio lavoro ci penserò quando avrò i coglioni pieni. Devo ririempire la sacca di cose, grazie a Dio ‘sto periodo mi sta aiutando anche perché stiamo parlando di una lunga fase in cui non siamo usciti dalla cazzo di casa, ho proprio bisogno di rotolarmi nel fango, nella merda, nella realtà, per riavere cose da dire e non continuare a riferirmi a cose che magari ho vissuto, sennò diventa noioso.

Vabbe’, ci stavamo avviando alla conclusione. Ma prima di arrivarci, dalla consolle Gioielli reclama la presenza di Blo – OH, BLOBBI, DOVE CAZZO SEI, VIENI A LAVORARE! – e in un certo senso non ci poteva essere modo migliore di concludere l’intervista. Come tutte le grandi interviste che fanno la storia del giornalismo (?), c’è però almeno una domanda che rimane nel taccuino e che, di solito, non viene svelata. Ma oggi vogliamo andare oltre e quindi la sveliamo. Dopo la fine del reportage, ovviamente… Reportage che continua perché ci spostiamo in zona consolle, si son fatte tipo le nove di sera e comincia a fare caldo. Non quello atmosferico, intendo che iniziano a passare i pezzi di “Festivalbars”. Armani, Rollz, Gioielli, Blo, Elia, Montenero hanno le strofe, hanno voglia di farle e la gente si prende benissimo, Fabio (Staccailturno) è in giro con la macchina fotografica e documenta il tutto. C’è un’atmosfera ottima, ci stiamo divertendo un casino, a tutto discapito degli aspetti narrativo/giornalistici della cosa, ma alla fin fine ‘sti gran cazzi. “Festivalbars” nasce da una settimana di vacanza in una villa con piscina con l’obbligo di ascoltare solo musica anni ottanta, previdentemente selezionata da Gioielli. Quindi non dovremmo stupirci più di tanto se a un certo punto passa un sample di Billy Idol (riconosciuto ovviamente dal Drugo, che di ‘ste cose eighties ha una conoscenza non so quanto invidiabile), giusto? E se nel frattempo la gente salta e urla rientra tutto nel dovrebbe funzionare così, no? Raga, ma seriamente, che vi devo raccontare? I release party di MRGA dopo questo per me diventano tappa fissa. Ci si diverte, si sente musica figa, si becca gente in sciallo assoluto e si torna a casa relativamente presto. Io sono lì anche al prossimo. Ed ora, la domanda che non ho avuto tempo di fargli: Blo, ma il garofano MRGA alla fine te lo tatui o no?

Foto: Fabio Staccailturno.

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