Ice Cube – Lethal Injection

Voto: 3,5/4

<<To G or not to G? Is the question>> si domandava Ice Cube in apertura del suo quarto album, “Lethal Injection“, quasi a chiedersi in maniera amletica se davvero valesse la pena continuare sulla strada gangsta, sia dal punto di vista discografico, contando tutte le difficoltà passate con la censura per via del suo esprimersi senza peli sulla lingua su argomenti scottanti e sensibili, sia da quello dell’aspettativa di tanti suoi coetanei che, senza poter intraprendere una strada di successo, erano costretti a rimanere agli angoli delle strade di Los Angeles secondo l’unico stile di vita conosciuto, con tutte le conseguenze del caso. Questa duplice possibile interpretazione sorge alla base del particolare punto di carriera vissuto da un rapper che si era già costruito un’aura dorata attorno, a seguito della coraggiosa mossa di andare contro gli ex compagni N.W.A. lasciando in panne the world’s most dangerous group, per poi infilare una successione di quattro dischi in altrettanti anni, un attestato di prolificità e solidità che avevano fissato il Nostro all’apice delle figure di riferimento del Rap più esplicito e crudo. L’ultimo arrivato della quaterna, lavoro che di fatto si identifica quale spartiacque tra il Cube più autentico e quello che diverrà un volto noto del cinema (black ma non solo) hollywoodiano, non a caso viene spesso ritenuto non completamente correlabile ai tre classici (e mezzo, contando l’EP “Kill At Will“) precedenti, come pure è stato sovente giudicato l’ultimo suo disco davvero rappresentativo di uno stile ruvido e inequivocabile, prima della lunga pausa interrotta solo cinque anni dopo, quando il primo dei due “War & Peace” avrebbe restituito alle scene un artista profondamente cambiato nel sound, adeguatosi in fretta alle richieste di quel preciso momento storico pur non cedendo un grammo di carisma.

“Lethal Injection” soffierà ben trentadue candeline il prossimo dicembre, ma ad ascoltarlo oggi resta intatta l’impressione che, nonostante O’Shea Jackson avesse già raggiunto vette mai più arrivabili, sia un album molto più che accettabile. Si possono snocciolare infinite considerazioni sul fatto che stesse parzialmente lasciando da parte il suo tradizionale approccio nel giocare un partita completamente votata all’attacco, lo si evince dalle misure più o meno eque dedicate alla ripresa del suo tipico stile al vetriolo abbinato a beat duri come il cemento e alla contemporanea esplorazione delle sonorità distintive della west coast, attitudine inversa rispetto al caos suburbano di “Amerikka’s Most Wanted” – non a caso realizzato con la Bomb Squad – e al roccioso Funk dell’immenso “Death Certificate“, fino al magma d’inscalfibile consistenza che “The Predator” portava con sé, schiacciando qualsiasi cosa incontrasse. Ne venne comunque fuori un equilibrio accettabile tra le potenzialità commerciali che Cube aveva perfettamente intuito di possedere e l’ostinatezza nel non volersi edulcorare per compiacere quei piani alti che presto l’avrebbero preso con sé davanti alla macchina da presa, continuando a spingere su posizioni scomode, fomentando polemica, voglia di rivalsa sociale, rappresentando usi e consuetudini di quello specifico pezzo di Amerikkka senza compromettere la sua credibilità di strada.

Questo, casomai, l’avrebbe fatto in seguito.

E’ più facile, ma non del tutto corretto, ricordare questo disco per la presenza di singoli immediatamente ricettivi, quali sono sempre stati “Bop Gun” e “You Know How We Do It”. Il primo, un vero e proprio party di ben undici minuti realizzato in omaggio a George Clinton, che fornisce pure la sua preziosa partecipazione, sarebbe presto diventato un brano di riferimento grazie all’atmosfera up-beat costellata di riferimenti P-Funk tanto nella vivacità della musica che nelle continue citazioni eseguite nelle strofe, ottenendo un clima di pura festa e riverenza verso un colosso della musica black. Il secondo, costruito su batteria morbida, basso denso e giro di synth immediatamente a segno, si prodiga nella ricerca di uno stato d’animo tranquillo e rilassato tracciando dei paralleli con “It Was A Good Day”, riprendendone in parte l’autocelebrazione mista al sollievo del vivere situazioni non sempre stressanti, lontane dalle fatiche quotidiane e da tutta la violenza annessa, mentre Parliament, Funkadelic e Zapp trovano modo di essere pure qui ossequiati.

Al netto di ciò, resta tuttavia sempreverde una partenza granitica, il classico pugno nello stomaco sferrato da Cube col suo miglior sorriso maligno, rappresentato da una prima parte di scaletta letteralmente impressionante, che alterna gli appena citati pezzi più radiofonici a momenti di pura abrasione. A chi sosteneva che si stesse abbandonando ogni traiettoria politico/sociale è forse il caso di riportare alla mente i possenti colpi di basso sintetizzato di “Ghetto Bird”, solo uno degli strati che donano concreta minacciosità a uno dei migliori episodi del disco, confezionati per sferrare un nuovo attacco diretto alle forze dell’ordine simbolizzando quell’elicottero coi fari puntati sul fuggitivo di turno, scene che sembrano tratte da una pellicola ma che l’abile storytelling del rapper stampa in faccia sotto forma di cruda verità locale, allacciando rime con la consueta stoffa del fuoriclasse. Per “Really Doe” – luogo di provenienza della domanda scritta nell’introduzione – vale la pena spendere il termine bomba, vista una sezione ritmica che picchia con la solerzia di un fabbro e l’eccellente inserimento degli estratti vocali di Slick Rick e Pointer Sisters, i cui particolari effetti applicati generano un’ambientazione cupa, tant’è che se al posto di D’Maq e Laylaw vi fosse stato Muggs, poco sarebbe cambiato. La voglia di provocare, di far emergere vedute estreme e fortemente polemiche sta alla base di “Cave Bitch”, invettiva assai pesante contro la donna bianca che, per opportunismo, cerca gli attributi del maschio afroamericano, proponendo tre strofe parecchio controverse che oggi mostrano chiaramente i loro limiti (il groupismo non fa certo distinzioni di razza, o ci siamo dimenticati, Cube, che a bitch iz a bitch?), se non altro il beat è l’ennesimo trattato di produzione coriacea, un gancio alla mandibola del millantato alleggerimento sonoro.

La seconda metà della tracklist è invece quella che fa intuire, in certa misura, perché il disco non possa essere assimilato allo status dei suoi predecessori. La produzione perde quel tanto di mordente, si fissa in parte sul G-Funk che già stava provocando onde e che in seguito avrebbe dettato con ancora maggior rigore ciò che sarebbe stato il Rap californiano. Ne è testimonianza l’estrema tipicità di “What Can I Do?”, sorretta dal pedale Funky della chitarra e da quel giro di synth che, in diverse salse, sarebbe apparso un po’ ovunque, per quanto l’estrema bravura del rapper nel circostanziare una storia di spaccio ne faccia una traccia di spessore. Asserzione più o meno simile si può esprimere per “Make It Ruff, Make It Smooth”, duetto in compagnia del vecchio amico K-Dee, il cui testo evoca un contrasto ingegnato dai due rapper seguendo le indicazioni del titolo. “Lil Ass Gee” fa la morale a chi vuole atteggiarsi in età imberbe come fosse un navigato adulto per poi finire nei guai, il beat è abbastanza anonimo ma il pepe lirico non manca (<<a fool, a lil’ ass gee/yo this go out to the little hardhead homies who probably gon’ see more/ah, assholes than pussyholes when they get you in that system>>); “Down For Whatever” ed “Enemy” (che sembra quasi copiata dai primi Cypress Hill) rallentano i ritmi, Cube il suo lo fa sempre, ma è chiaro che siano pezzi di rincalzo e poco più; chiude “When I Get To Heaven”, altra miscela mellow nella quale, nonostante il flow meno impetuoso, emergono idee di libertà e indipendenza sulla religione, a conferma della decisione di proseguire sul proprio percorso senza discussioni o interesse per i giudizi, ponendosi in una posizione sincera e apprezzabile.

Non sarà il miglior disco del primo Ice Cube, ma non per questo dev’essere frettolosamente liquidato e sottovalutato, rimanendo dunque parte meno incisiva e tuttavia sempre integrante di una porzione di carriera davvero stellare.

Tracklist

Ice Cube – Lethal Injection (Priority Records/Lench Mob Records 1993)

  1. The Shot (Intro)
  2. Really Doe
  3. Ghetto Bird
  4. You Know How We Do It
  5. Cave Bitch
  6. Bop Gun (One Nation) [Feat. George Clinton]
  7. What Can I Do?
  8. Lil Ass Gee
  9. Make It Ruff, Make It Smooth [Feat. K-Dee]
  10. Down For Whatever
  11. Enemy
  12. When I Get To Heaven

Beatz

  • Sir Jinx: 1, 8
  • Derrick McDowell and Laylaw: 2
  • QD3: 3, 4, 9
  • Brian G.: 5, 12
  • Ice Cube and QD3: 6
  • The 88 X Unit: 7
  • Madness 4 Real: 10, 11
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