Gionni Gioielli – Femminismo

Dov’eravamo rimasti? A “Dream team” e “Mano roja” con Liffe e Barra1, rilasciati circa un anno fa e che, assieme a “Be great F.C.” e “Travolti da un insolito destino…”, andavano a definire il potenziale nucleo dal quale Make Rap Great Again, dopo la serranda calata giù con “The greaters” durante l’estate 2023, idealmente tornava in attività, ma assecondando quell’idea primigenia di assoluta spontaneità che Gionni Gioielli ci diceva di voler ritrovare. Ne è conseguito un corso differente, scandito tanto da un numero minore di appuntamenti quanto da una logica realizzativa svincolata da qualsiasi pianificazione, espressione di un rigido hic et nunc manifestatosi prima nell’uscita di “Miss Universo” di Enema SDO e poi, due settimane dopo, nel ritorno dell’artista veneto in un progetto che, come diremo avanti, è un po’ la summa delle varie coordinate fissate durante quel lustro irripetibile – e forse oltre.

“Femminismo” rimpolpa la tracklist fino a tredici brani corredati da due soli featuring, tutti prodotti da Gioielli stesso: se MxRxGxA era (anche) il risultato di una combinazione di idee e approcci affini però ben distinti, contando una decina di voci da gestire nel suo periodo di massimo rendimento, l’album delinea un profilo identitario che è il riflesso del carattere, del gusto compositivo e del marcato immaginario del solo Matteo, riconducendo l’operazione a una dimensione molto più personale. Va da sé che la vena polemica, l’arroganza e i toni poco diplomatici siano sempre i medesimi, perciò “Peggy Guggenheim” non tarda a dire ciò che ci aspetteremmo (<<sono stato fermo un anno, è stato tutto fermo/ho sentito cento dischi, tutti uguali e penso/guarda ‘sti sfigati, non capisco, sono scarsi o non sono mai ispirati?>>) e, soprattutto, ciò che non fatichiamo a ritenere condivisibile (<<certi giornalisti nei messaggi ad adularmi senza intervistarmi/comunque i rapper delle major sono tutti scarsi>>), scoperchiando un contenitore dal quale il Nostro estrae con prontezza un punto di vista non troppo lusinghiero sulla scena. Se questo è un caposaldo imprescindibile della sua musica e conseguentemente del canone Make Rap Great Again, per diversi episodi si potrebbe suggerire un parallelo con alcune opere che hanno decretato il relativo successo di una saga che si interrompeva a ridosso dei quasi trenta titoli ufficiali.

Ad esempio, sia “Kelis” (<<il tempo che non ho è per sentire certi rapper quarantenni/che non sanno ancora come mantenersi>>) che “Cicciolina” (<<quelli cercano talenti dentro la serie Netflix/ragazzino pensa che lo faranno ricco, sei solamente un’altra attrazione di quel circo/…/Cicciolina ritornasse a fare porno a settant’anni, io non vorrei vederla/questa è la risposta a cosa penso del ritorno al Rap di Neffa/mi mette tristezza pensare a quella schifezza>>) evocano la fiera intransigenza che animava “Young Bettino story”, “Chun Li” fa il paio con la decisa determinazione di “#FREECRAXI” (<<giravo con i baggy, felpa hoodie, sempre fissi in strada/ora vado al ristorante in giacca, sartoria italiana/il Rap mi ha detto di elevarmi, di non limitarmi/anche quando gli altri mi dicevan di fermarmi>>), “Anna Oxa”, col suo mood estivo ed eighties, è la quota “Festivalbars” (chapeau per l’omaggio a “Scena vera” di Goedi e Medda) e “Zucchero” fa quasi pensare alle “5 bambole…” nei suoi tratti più misogini. Va da sé che il giochino delle associazioni lascia il tempo che trova, non va preso alla lettera e, come dicevamo tempo fa, già dai due volumi di “Franciacorta music” si riconosce un metodo, un sentiero lungo il quale Gioielli ha seminato indicazioni precise della propria sensibilità artistica.

Discorso che vale anche in quei frangenti in cui abbassa la guardia e racconta qualcosa di privato – alla sua maniera, ça va sans dire. Qui accade in “Sara Gama”, ventiquattro barre stipate di istantanee (da sport e cinema in particolare) che spiegano <<il momento in cui la storia arriva a compimento/chiudo gli occhi e me ne resto fermo>>, ovvero quell’attimo in cui un sogno si avvera, ripagando dallo sforzo che l’ha preceduto, e “Franca Rame”, sorta di bilancio opportunamente collocato in coda alla scaletta (<<ho intere collezioni dei miei errori/potrei farci altre canzoni, così/voi guardatemi sbagliare e dopo rinfacciatelo/che io apro un altro shampoo per dimenticarmelo>>). Immancabile, infine, e ancor più legato alle origini, il featuring marchiato AdriaCosta e Micromala di Gionni Grano in “Julia Roberts”, formula talmente rodata da non presupporre sbavature (è invece inferiore l’affinità stilistica con J. Levis in “Michelle Bauer”).

Avviandoci alle conclusioni e considerate le molteplici sfumature elencate, non stupirà che anche la cartella delle strumentali sia meno dritta del solito: nei suoi trentacinque minuti di durata, “Femminismo” ricorre a un’ampia gamma di soluzioni e capitalizza l’esperienza del Gioielli SEXtet, che faceva un uso più spinto delle nuove tecnologie; ne discendono tagli Soul, strutture drumless, brevi inserti vocali, batterie più e meno classiche, attraversando il sound di tre decenni e confermando l’oggettivo estro di Gionni Gioielli. Il quale è se stesso, ancora una volta: non il liricista più tecnico e irreprensibile sulla piazza, anzi è lecito supporre che più di un testo sia sgorgato istintivamente da pensieri appuntati e messi in rima senza tante infiocchettature, tuttavia dotato di una visione che nell’Hip-Hop italiano (underground e non) è merce rara.

Tracklist

Gionni Gioielli – Femminismo (Make Rap Great Again 2026)

  1. Peggy Guggenheim
  2. Kelis
  3. Chun Li
  4. Julia Roberts – Quelle brave ragazze [Feat. Gionni Grano]
  5. Sara Gama
  6. Monica Vitti
  7. Anna Oxa
  8. Zucchero
  9. Michelle Bauer [Feat. J. Levis]
  10. Cicciolina
  11. Carlotta Vagnoli
  12. Kim Kardashan
  13. Franca Rame

Beatz

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