Freestyle Fellowship – Innercity Griots
South Central, California, fine anni ottanta. L’esplosione del Gangsta Rap losangelino è in pieno effetto, ma sta contemporaneamente nascendo un significativo movimento culturale che presto fornirà un’alternativa alle sparatorie su vinile, proprio nell’incrocio tra la Crenshaw e la Exposition Boulevard. In quell’angolo è allocato il Good Life Cafè, un market di cibo salutare nonché conosciuta caffetteria del luogo i cui gestori decidono di riservare uno spazio per delle serate open mic, regalando un luogo espressivo e creativo ai giovani che provano la necessità di esprimere il loro talento, cercando uno scopo di vita e magari un minimo di notorietà. Da quelle esibizioni, che spesso si protraevano anche dopo la chiusura del locale trasferendosi nel parcheggio antistante, nasce la scena alternativa dell’Hip-Hop di Los Angeles, testimoniando i primi vagiti di artisti che, in seguito, avrebbero unito le forze percorrendo i primi passi di riverite crew quali The Pharcyde, Jurassic 5, Souls Of Mischief e, appunto, Freestyle Fellowship. Capire quali siano le radici di Myka 9, Aceyalone, Self Jupiter e P.E.A.C.E. (R.I.P.) è un elemento essenziale per conoscere a fondo il loro modo di fare musica, il quale tiene perfettamente fede alla natura stessa di quegli showcase nati da routine improvvisate, rime inventate al momento ed estratti di pura poesia afroamericana, concentrando la mente al massimo della propria inventiva e traendo ispirazione dalla libertà delle ritmiche Jazz.
Al momento della pubblicazione di “Innercity Griots“, i Fellowship sono già firmatari di un esordio convincente, “To Whom It May Concern“, gettando le basi – è il 1991 – per una netta rivoluzione nei dogmi del violento Rap californiano, cominciando a spargere un’influenza decisiva nell’ambiente: il loro secondo ellepì, pubblicato due anni dopo, avrebbe invece collocato definitivamente sulla mappa il loro inebriante stile lirico e musicale, lontano anni luce da qualsiasi altro prodotto di quell’epoca (e, con tutta probabilità, anche di questa…), una distinzione che, a più di trent’anni dall’originaria immissione del disco nel mercato, mantiene salda la sua straordinaria reputazione, donando ai quattro freestylers un’intoccabile aura reverenziale. Si può infatti discutere all’infinito di chi nel quartetto fosse il più lesto nel sillabare termini a velocità iperboliche, chi il più originale a livello stilistico o ancora quello più orientato alla musicalità: di fatto, ogni mc possiede peculiarità distintive, ciascuna racchiusa sotto il minimo comune denominatore dell’alta qualità lirica. Ognuno è capace di fornire un imprinting del tutto personale alla strofa, l’espressività è completamente soggettiva, non replicabile, arricchita dall’uso praticamente permanente del double time flow, nonché da una chimica di squadra brillante, forgiata da un rimare l’uno sull’altro senza minimamente calpestarsi, arrivando a stilare intere strofe enunciate in coro con tempismi perfetti. Rime dal pattern imprevedibile si rincorrono a vicenda sopra strumentali concettualmente lontane dalla tradizionalità dei quattro quarti, tant’è che oltre alla policroma produzione realizzata dal team Earthquake Brothers (Jamm Messenger, Mathmattiks, O-Roc e Dj Kiilu), che spazia dal sound minimale al trend Jazz Rap senza alcuna difficoltà, non è raro reperire qualche brano eseguito da veri musicisti, elevando al quadrato la difficoltà nel restare a tempo su terreni imprevedibili, missione che i FF portano a termine in maniera spettacolare.
Sin dal momento in cui lo spoken word di “Blood” sottolinea con veemenza il riferirsi alla biologia ematica e non alla nota gang californiana, si percepisce un volontario distacco da ciò che Los Angeles stava rappresentando in quel momento per l’Hip-Hop. Quando poi l’adrenalinico <<and ya don’t stoooop>> introduce quella sacrosanta mattonata che “Bullies Of The Block” rappresenta a tutti gli effetti, la scarica di energia accumulata è tale da sentire il bisogno di alzarsi e imitare l’headnodding che Myka 9 esegue nel relativo videoclip, sviscerando i molteplici strati del testo su una strumentale dinamica e robusta, tutt’oggi dotata di un’invidiabile freschezza. Un classico fatto e finito, costruito su un ritornello che campiona “It’s A Musical” di Bootsy Collins, rallentato giusto per dargli quel pizzico di stravaganza; il Funk senza compromessi che trasuda da ogni poro; quattro strofe di pura teatralità linguistica mista a inequivocabili riferimenti sociali (<<beans don’t burn in the kitchen/now who didn’t get no undivided attention on the grill/look over the hill seems like my brother got a lynching/now who would’ve thought he be the one choking from a lim>>), iniziando al contempo un trend osservabile in più porzioni del percorso, vale a dire il contrasto tra coscienza e necessità di reazione all’ambiente (<<I am black man, I’ma survive/I am black man, I’ma survive/yesterday I had a fight in a nightclub/but I had my gat and I bust alive>>).
L’appartenenza a un certo tipo di background, che lo si voglia o no, conduce infatti al concepimento di pezzi che mutano all’interno del loro stesso svolgimento, come “Six Tray”, che presa distrattamente potrebbe sembrare un’ode alla classica vettura californiana, ma in realtà costituisce il preludio a un’agguato armato, permettendo al compianto P.E.A.C.E. di eccellere nel picchettare le misure della gustosa batteria, ottenendo un flow di altissima resa. In altri casi l’ondata di violenza prende un gusto gore, nettamente visibile nella folle “Way Cool” cui conviene avventurarsi con adeguata attenzione, pena finire nel braciere di un quartetto di stregoni cannibali, in una situazione che il metaforico doppio senso può rivolgere altresì ai poveri mc’s che provano a mettersi in competizione con un’autentica macchina da guerra della rima, tra una cadenza bizzarra e una macinazione impressionante di sillabe. “Heat Mizer”, breve ma carica di classe, dipinge una simile brutalità con sprazzi di humour e tecnica sopraffina, mentre “Bomb Zombies”, creazione distorta di Self Jupiter, rasenta i limiti dell’assurdità. La costante abilità dei Fellowship nel sapersi proporre sotto varie forme ne attesta l’immensa duttilità: vi sono mastodontiche posse cut come “Heavyweights”, che riunisce alcune tra le amicizie strette sul palco del Cafè, ove le esibizioni metriche fluiscono sui soli martellamenti di basso e batteria; “Everything’s Everything” è invece solare, divertente, imprevedibile; “Hot Potato” è una dimostrazione di coordinazione assurda, un omaggio alle vecchie routine con estrema amplificazione della complessità tecnica delle stesse, similmente a “Tolerate”, dove lo spazio è dedicato alle sole voci; tanto semplice è la struttura ritmica dell’irriverente “Shammy’s”, poi, quanto articolata è quella di “Mary”, ennesima controprova di una spiccata versatilità.
Oltre all’enorme lavoro corale, un altro pregio dell’album risiede nella straordinaria capacità distintiva nei momenti individuali dei singoli rapper. Myka 9, nell’utilizzo della sua estesa vocalità ispirata all’improvvisazione di una tromba, è un vero e proprio strumento aggiunto: è lui il protagonista indiscusso di “Inner City Boundaries”, coadiuvata da Daddy-O, personalità che al Jazz e ai suoni live aveva già strizzato l’occhio con gli Stetsasonic, nella quale la congruenza col genere si fa addirittura esplosiva per merito di una sontuosa conduzione vocale che arricchisce il brano di più sezioni differenti, ora rappate sopra un tempo irregolare grazie al contributo di una vera band, ora cantate in mezzo a qualche invenzione scat, spingendo ai limiti le potenzialità del Rap stesso. In “Park Bench People” è invece addirittura magistrale, riuscendo a estrarre intimità, sensibilità e capacità di osservazione empatica parlando dei senzatetto che vede normalmente per strada, arrivando a colpire le note cantate con inusitata poliedricità. In tale quadro, Aceyalone è con tutta probabilità l’elemento più naturale e torrenziale del collettivo, bilanciando la melodia e la bizzarria dei compagni con eccellenti prestazioni da purosangue: le rime gli fuoriescono con incredibile spontaneità, stordente è la facilità con cui annoda termini polisillabici anche consecutivi all’interno della stessa barra per poi legarle alla successiva in più collocazioni, accelerando il flow a piacimento, inasprendo la delivery quando la tematica lo richiede e mantenendo continuamente vivace il flusso creativo. Simbolico risulta il suo sbriciolare a pezzi l’808 di “Cornbread”, appositamente dedicata alla old school, un filotto di nursery rhymes che nulla centrano l’una con l’altra, il cui fascino sta nella loro complessità e nel sentire l’mc comandare il microfono senza alcuno sforzo apparente.
Nonostante il gruppo non abbia goduto della possibilità di continuare a esprimere in pieno il suo potenziale negli anni a venire (complice l’incarcerazione di Self Jupiter, che portò a una pausa di ben cinque anni), “Innercity Griots” rimane un indelebile caposaldo del Rap volutamente non accessibile, aperto alla sperimentazione, al produrre musica che le masse faticano a capire, un’opera d’arte la cui magnificenza è inscalfibile, proprio come la sua longevità nel tempo.
Tracklist
Freestyle Fellowship – Inner City Griots (4th & Broadway 1993)
- Blood
- Bullies Of The Block
- Everything’s Everything
- Shammy’s
- Heat Mizer
- Six Tray
- Danger
- Inner City Boundaries [Feat. Daddy-O]
- Bomb Zombies
- Cornbread [Feat. Spoon]
- Way Cool
- Hot Potato
- Mary
- Park Bench People
- Heavyweights [Feat. Archie, Cockney “O” Dire, Ganjah K, Spoon and Volume 10]
- Tolerate
- Respect Due
- Pure Thought (CD Bonus Track)
Beatz
- Freestyle Fellowship and The Earthquake Brothers: 1, 3, 5, 6, 7, 9, 10, 11, 13, 14, 15, 17, 18
- Bambawar with the co-production by Freestyle Fellowship: 2
- Daddy-O and Freestyle Fellowship: 4, 8
- Edman with the co-production by Freestyle Fellowship: 12
Scratch
- Dj Kiilu: 1, 6, 10
- Dj Kiilu and Mathmattiks: 3, 4
- Mathmattiks: 5, 11
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