Freddie Gibbs & Madlib – Bandana

Voto: 4,5

Avete presente quando, da piccoli, vi hanno insegnato a non giudicare mai un libro (in questo caso un disco) dalla sua copertina? Ecco, mettete pure in ghiaccio per un istante quella preziosa lezione e osservate per benino la cover di Bandana”: ci sono il tapiro giallo che fuma, col suo inseparabile mattone rosso; la Cadillac rosa della fuga dalla polizia di “The Unseen”; gli edifici in fiamme delle “Further Adventures Of Lord Quas”; infine la zebra (che fuma pure lei) e i resti della “Pinãta” abbandonati sulla collina.

La scelta è come un gol a porta vuota agli occhi di chi ben mastica il canone madlibiano: tutti pronti all’esultanza ancor prima che la palla superi completamente la riga di porta – ma c’è di più. Ad essere codificato in quella grafica è soprattutto il fatto che il sodalizio con Freddie Gibbs è incorniciato quale parte integrante dell’antologia del Beat Konducta. Il solo fatto che esista un sequel – che tale di fatto non è, ma passatemi il termine – di quell’album foderato in pelle striata è sintomatico di come la profondità del legame nato sull’asse tra Gary e Oxnard possieda una dimensione ulteriore rispetto a quella di altri (forse più celebrati) capitoli di questa ricca storia.

La genesi non è stata breve. Uno ha scritto la maggioranza del disco a mente (per buona parte in una cella austriaca…); l’altro ha dato vita a tutte le composizioni di “Bandana” accarezzando lo schermo del suo iPad. L’incrociarsi qualche volta in più tra le mura dello studio e lo sfidarsi a vicenda ha però giovato all’alchimia della strana coppia, concretizzando equilibri che sfidano la fisica di questo particolare momento storico in cui anomalie strumentali come quella duplice di Half Manne Half Cocaine scatenano, in novantanove rapper su cento, uno spontaneo what the fuck?! In quell’angusto margine, dove nessuno vuole (o riesce) a stare, la destrezza verbale di Freddie Gibbs ha invece individuato la sua dimensione espressiva ideale.

In Flat Tummy Tea i contorni sono ancora più estremi. Nel mezzo del brano, Madlib preme il pulsante rosso e trasforma istantaneamente un remake tiratissimo del Padrino in puro spazio negativo, cesellato con i frammenti racimolati graffiando le pareti di qualche polveroso microsolco. Kane, in perfetta sincronia, entra prima in materia con prepotenza sulla bandiera a stelle e strisce (<<gold body, my jeweler, he black mummy me/I be all in these bitches’ stomach like flat tummy tea/crackers came to Africa, ravaged, raffled and rummaged me/America was the name of their fuckin’ company>>), per poi accomodarsi dietro la cattedra (<<slave movies every year, yeah, the master gon’ remind us/if we don’t take it, we don’t deserve it back/and six thousand years done ran up, the kings of the earth is back>>). La Casa Bianca occupa la linea di tiro anche in Palmolive, un meeting in piena regola tra pesi massimi, con un Pusha T ancora in formato “Daytona” (<<way more chemical than political/PTSD from what I weighed on the digital/it was snowfall and Reagan gave me the visual/Obama opened his doors knowing I was a criminal>>) e Killer Mike che, purtroppo, si occupa solo del ritornello.

Quando si tratta di calcare gli strumenti, Gibbs non è mai convenzionale. Nella seconda strofa di Crime Pays ingrana letteralmente la quinta sfruttando il beat al millimetro. In Massage Seats entra temporaneamente in modalità “Shitsville” scaricando sul pentagramma one-liner (<<shot caller, put them shooters on you like D’Antoni>>), disorientato dai ceffoni del luminare di Oxnard. Da Harden si passa ad Antetokounmpo con Giannis, puro stretching per le vertebre cervicali con l’ausilio di Anderson .Paak, che si prende tutto il palco per sé nella seconda metà del pezzo. Education mette nella stessa stanza Freddie, Yasiin Bey e Black Thought – e tanto basta. Poi c’è Fake Names, che va semplicemente ascoltata senza aggiungere nulla.

Come già detto, c’è voluto parecchio tempo. Il disco in realtà era pronto da un pezzo, ma i ragazzi della RCA hanno impiegato quasi un anno a mettere in regola tutti i campionamenti; il che spiega in qualche modo l’esistenza di una versione alternativa/primitiva del disco. L’attesa è stata in ogni caso ben ripagata. Una domanda, però, ora sorge spontanea: che sia magari rimasto ancora qualcosa tra i cocci di quella pentolaccia? Magari un giorno ci daranno un’occhiata. Senza fretta, con comodo. Noi comunque non ci muoviamo da qui…

Tracklist

Freddie Gibbs & Madlib – Bandana (Keep Cool/RCA Records 2019)

  1. Obrigado
  2. Freestyle Shit
  3. Half Manne Half Cocaine
  4. Crime Pays
  5. Massage Seats
  6. Palmolive [Feat. Pusha T and Killer Mike]
  7. Fake Names
  8. Flat Tummy Tea
  9. Situations
  10. Giannis [Feat. Anderson .Paak]
  11. Practice
  12. Cataracts
  13. Gat Damn
  14. Education [Feat. Yasiin Bey and Black Thought]
  15. Soul Right

Beatz

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