Evidence – Unlearning Vol. 1

Voto: 4,5

<<To throw it all away, you gotta know what you got…>>. I puzzle sono per loro natura dei sensi unici, pur senza imporre divieti formali. Cento, duecento, mille pezzi; uno li scruta, li gira, li accosta e, quando è possibile, finalmente li incastra. Il piacere di quel clic sordo, che sa di soddisfazione, l’abbiamo conosciuto un po’ tutti. Dopodiché, quei tasselli non vengono più toccati, perché in quell’istante cessano di essere singoli frammenti. E un puzzle, in genere, non lo rifai per due volte, né lo smonti per rimetterlo nella sua scatola. Prendersi il rischio di dissolvere in un sol colpo tempo, lavoro e risultato: chi lo farebbe mai? Be’, Evidence un modo, senza buttare tutto all’aria, l’ha trovato. Lui ha preso quell’immagine – che aveva impiegato oltre un decennio a comporre – e ne ha staccato diversi pezzi. Alcuni li ha proprio buttati, altri li ha incastonati altrove. Parte tutto da quello: smontare per ricostruire. Disimparare per evolvere.

Il punto, per farla semplice, è che inaugurare un nuovo capitolo in coda a quanto fatto fino a “Weather Or Not” non avrebbe avuto più alcun senso per Mr. Perretta. E quel tremendo muro contro cui ha purtroppo sbattuto poco tempo dopo, che l’ha costretto a dire addio alla sua compagna, la madre di suo figlio, è stato un vorticoso catalizzatore. Ciò di cui aveva bisogno era un libro nuovo di zecca da cui ricominciare. Pagine completamente bianche. L’ha ammesso lui stesso in una succulenta intervista a The Crate 808 Hip Hop Podcast alcuni mesi fa, dedicando qualche breve parola anche al prepensionamento forzato del nostro meteorologo preferito. <<I got to shoot that guy in the fuckin’ head>>; a riprova del fatto che non si torni più indietro. Che per disfare qualcosa devi essere consapevole di ciò che hai tra le mani. E che la crescita trae la propria linfa dal saper vincere la paura del segno meno, lasciandosi così alle spalle ciò che oramai è divenuto superfluo.

Con queste premesse, non sorprende che in “Unlearning Vol. 1” sia Michael ad avere più battute in copione rispetto a Evidence; i due convivono nella stessa persona, senza però essere la stessa persona. E la sua è una svestizione musicale che svela una dissonanza affascinante rispetto ai tempi che stiamo attraversando. Tempi in cui anche la normalità ha timore di mostrarsi se non può anteporre un filtro tra sé e chi la osserva. E quindi tempi difficili per decidere di ridurre tutto alla sua dimensione più essenziale. La miscela di necessità e consapevolezza satura l’aria sin dalle primissime barre di Better You (<<found the hardest truth in life is that the truth ain’t told/find myself between the lines of what I write and ain’t fold/I’m a problem child>>), in cui Ev stilla il suo flow liquidissimo e avvolgente su una fumosa partitura alcalina dell’Alchimista (che, già alla prima nota, prende per mano il brividino e lo accompagna su di corsa lungo la nostra colonna vertebrale). E si sa: questi due insieme sono come Shaq e Kobe nei primi anni ‘00 sul parquet dello Staples Center.

Nel ridurre all’osso, Evidence non risparmia (quasi) nulla. L’architettura dei pezzi che articolano questa sua prima fase di disapprendimento è del tutto funzionale a quella libertà di movimento di cui le sue rime oggi non possono fare a meno (<<I ain’t good with sixteen, I need some more to spit>>). Allo stesso modo anche la sua voce, che ha barattato quella caratteristica impostazione dilatata per una naturalezza lo-fi che non si vergogna dei suoi lineamenti. Pardon Me, uno dei singoli scelti per anticipare “Unlearning…”, è il manifesto di questo nuovo corso, così malinconica ma allo stesso tempo in pace con sé stessa. All Of That Said – in duetto, su un’autoproduzione stellare, con un’altra cintura nera dell’arte dello slow flow come Boldy James – è forse il momento che più si avvicina, nei riflessi cromatici, ai suoi trascorsi da meteorologo. Ciò a cui non rinuncia sono però i suoi pungenti aforismi (<<when I’m feelin’ low, I don’t show ’em/if I ain’t seen ’em in 10, then I don’t know ’em>>), gli unici a uscire indenni dal lifting stilistico. L’austera Taylor Made Suit si apre con l’hook – letteralmente un amo, in questo caso – più efficace in assoluto: ti irretisce con quelle poche parole (<<funeral suit same as my wedding suit>>) e poi provaci, se ci riesci, a interrompere l’ascolto. Ancora: a un certo punto ci si imbatte in Lost In Time (Park Jams), che semplicemente ti fa stare bene.

Evidence ha fatto dell’essenzialità un obiettivo e, contestualmente, lo strumento per riuscire a raggiungerlo. “Unlearning Vol. 1” è solo l’inizio del suo nuovo puzzle, ma i tasselli – anche quelli all’apparenza più diversi (e i nomi chiamati alle macchine sono parecchi) – hanno già iniziato a incastrarsi tra loro, dissolvendo i bordi. Compresi quelli della quarta parete. In un certo senso, possiamo dire che Evidence non fosse mai stato così vicino a noi. Vi chiedete come? In realtà ce lo spiega lui, quasi subito: <<I hear voices/I make choices/decide outcomes/things I say about me, people think about them>>. Più chiaro di così…

Tracklist

Evidence – Unlearning Vol. 1 (Rhymesayers Entertainment 2021)

  1. Better You
  2. Start The Day With A Beat
  3. Sharks Smell Blood
  4. Pardon Me
  5. All Of That Said [Feat. Boldy James]
  6. Won’t Give Up The Danger [Feat. Murkage Dave]
  7. Moving On Up [Feat. Conway The Machine]
  8. Talking To The Audience
  9. All Money 1983
  10. Pray With An A [Feat. Navy Blue]
  11. Lost In Time (Park Jams)
  12. Delay The Issue [Feat. Fly Anakin]
  13. Taylor Made Suit
  14. Where We Going From Here…

Beatz

  • The Alchemist: 1
  • Evidence: 2, 5, 12
  • Sebb Bash: 3, 14
  • Animoss: 4
  • Mr Green: 6
  • Daringer: 7
  • Khrysis: 8
  • EARDRUM (Qthree): 9, 10
  • Nottz: 11
  • V Don: 13

Scratch

  • Dj Skizz: 2
  • Dj Babu: 7, 11
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