Elzhi – Seven Times Down Eight Times Up

Voto: 4,5

Dopo aver varcato la soglia dell’inferno depressivo, Elzhi ha affrontato l’ultimo quadriennio di produzione discografica con un rinnovato stato vitale, concludendo il viaggio con il biglietto per il ritorno alla realtà ben saldo tra le mani. C’è una nuova coscienza nella visione di sé, lontananza dalle oscurità di quella condizione mentale capace di togliere motivazione, ispirazione, prospettiva, la nuvoletta che sganciava matite come fossero tempesta si è ampiamente diradata, ne rimane solo un filo, giusto per ricordare che per giungere ai traguardi odierni c’è stato un passaggio obbligato. Qualche rammarico inevitabilmente resta, così come permane il dubbio che alcune questioni potessero essere comprese prima, anche se nella vita c’è sempre un tempo preciso per tutto e riconsiderare il proprio passato in via migliorativa rispetto all’esperienza di fatto conclusa non è altro che un rimuginare troppo facile, specialmente quando dettato dal senno di poi. L’importante è riuscire a rialzarsi una volta in più rispetto alle tante cadute e farlo con la propria volontà, magari ritrovando l’amore di sé.

L’asso lirico con residenza a Detroit riparte da una maggiore consapevolezza delle proprie qualità, prestando attenzione a non cadere nell’erroneo schema mentale rappresentato dall’addebitarsi troppi pesi diretti per l’assenza di considerazione esterna, una macchietta fastidiosa che necessita di molteplici lavaggi prima di andarsene completamente. L’umore è decisamente alto, ma resta quella punta amara che si manifesta con sembianze sempre differenti, ora frustrazione, ora rivalsa, ora la disagevole proporzione tra talento in dote e successo conseguito; quest’ultimo aspetto forse è quello più pesante degli altri, se consideriamo Elzhi tra le figure tecnicamente e creativamente più quotate di tutta la sua generazione. E se addirittura includessimo anche le precedenti, non faremmo torti a nessuno. Il rischio di esporre la propria arte e non vederla riconosciuta esiste sempre, tuttavia in “Seven Times Down, Eight Times Up” l’mc se ne preoccupa solo in parte, focalizzando l’interesse nell’accondiscendere i palati Hip-Hop più esigenti con una sensibilità artistica in grado di sviluppare idee che non riteniamo alla portata di chiunque, convogliando tali complesse proposte avvalendosi delle abilità alle macchine in dote a JR Swiftz, affiliato a mamma Griselda ma non per questo circoscritto dal grimy, qualificandosi adeguatamente per edificare un sound congruente alle radici Soul della Motor City.

Per comprendere adeguatamente il messaggio dell’album è essenziale tradurre le metafore proposte, che forniscono la chiave interpretativa di passaggi come “Smoke & Mirrors”, deliziosa nel suo proporre quell’anima musicale malinconica che tanto ricorda le opere di Dilla, un pezzo che pare tracciare un ideale confine tra ciò che è stato e sarebbe potuto essere, creando una sorta di autoconvincimento che la delusione per non aver toccato vette proporzionate alla singolarità delle proprie peculiarità non sia una responsabilità da addossarsi con esagerazione, ma è soprattutto da ricondursi agli spietati dettami imposti dall’Industria. Meglio quindi forzarsi a stringere i denti, si offre tutto ciò che si ha pur sapendo che si venderà poco, dando il via alla fragorosa esplosione dell’inchiostro sul foglio bianco, presto riempito di barre al fulmicotone adagiate sugli eccellenti quattro quarti che sorreggono la multitematica “Light One Write One”, la quale si sofferma per brevi istanti sulla depressione del passato (<<I killed all of my demons and lived to tell the tale>>), lamenta amicizie finite male (<<I saw how one could stab you in the back could also part your throat>>), nonché rifila una dolorosa stoccata alla totale assenza di coscienza della scena odierna (<<peace to Sandra Bland, Eric Garner and Kaepernick/what happened to all in the same gang?/Self-destruction with popular rappers stick together for a cause/now they doped up from their floors>>), oltre a squisiti giochi di parole che poggiano sugli abbinamenti figurativi, cosucce che richiedono più di qualche ascolto prima di ricomporne i tasselli (<<then take a left turn in alleyways where you can smell the meth burn/I wonder who they bought it from and just how much the chef earn/to make a fiend out some teen that look like Audrey Hepburn>>).

Come sempre, la porzione dedicata al battle Rap denota origini marziane grazie all’estrosità dei testi e l’alta considerazione dei propri mezzi si tocca con mano, ma mai una briciola di arroganza. “Hot Winter Cold Summer” percorre il binario dell’essenzialità con classe, appoggiandosi a una corposa linea di basso e una batteria tondeggiante, le liriche intimidiscono senza alzare la voce, estraendo dal cilindro immagini spettacolari (<<going against a mad man, that’s a bad hand/don’t blame me, blame the dealer who designed cards>>). “Master Class” è plasmata col granito, perfetta per occupare il posto in cattedra affrontando l’aula con una delivery intenzionalmente annoiata nel dover nuovamente dimostrare una superiorità certificata ovunque ma costretta a restare nei piccoli circoli sebbene riesca ad assassinare con le parole (<<they should’ve learned the do’s and don’ts so I wrote this/to all you about the unicorn shitin’ on your G.O.A.T. list>>).

Tra le tante prerogative c’è pure la conoscenza dell’utilizzo di una cinepresa professionale, capacità dimostrata attraverso la doppia sceneggiatura preparata per “Guns & Boats” e “THUGGed Out Zombies”, addirittura anticipate da un trailer, dirigendo un Fes Roc impressionante quale prim’attore per poi tessere di persona l’infestazione di criminali non morti che riempiono le strade di Detroit al ritmo di sezioni ritmiche corpose e loop infettivi, una prova da dieci e lode. Altresì, il breve salto nel passato nostalgico di “Ferndale” è certamente pertinente al contesto per i sentimenti che confidenzialmente espone, riunendo i ricordi di un legame forte attraverso azioni e luoghi, collegando le emozioni alle tinte stagionali per evocare con gusto dolceamaro sentimenti mai del tutto sopiti.

Il simbolismo è appunto un’altra specialità di casa. “EarlyBird Nightowl” regala rime riflesse allo specchio da risolversi con modalità enigmistica (<<look, I don’t deal with peons/I beat ’em to the punch like I’m Leon Spinks, my ink leaks neon>>), evidenziando la propria etica lavorativa; un pensiero che porta direttamente alle considerazioni che scaturiscono dalla mesta interrogazione dell’intensa “Potential”, collezione di linee micidiali per flow, dizione e densità metaforica (<<how can one who make the sacrifice lose?/I dodge the same rocks that left Christ bruised>>), preparando il terreno per un finale da cineteca. “JASON” vive difatti su una miriade di significati paralleli: proprio come il noto killer mascherato (con cui condivide pure il nome di battesimo), Elzhi affronta la maledizione che l’ha colpito riemergendo dalla sua personale Crystal Lake per mietere vittime, sostituendo il machete col microfono (<<my think tank’s full of piranhas that swim in aquatic brain waves/it’s not a game so go tell the contestant/I dice him and sell his intestines to a delicatessen>>).

“Seven Times Down Eight Times Up” è dunque l’ennesima prova di altissima qualità di una discografia unica per consistenza qualitativa, reclamando con grintosa gentilezza quella considerazione spesso colpevolmente mancata verso uno dei più grandi maestri di cerimonia contemporanei. Non resta che puntare la sveglia e smetterla di dormirci sopra.

Tracklist

Elzhi – Seven Times Down Eight Times Up (Fat Beats Records 2020)

  1. Foolish Intro
  2. Smoke & Mirrors [Feat. Monica Blaire]
  3. EarlyBird Nightowl
  4. Hot Winter Cold Summer
  5. Light One Write One
  6. Ferndale
  7. Guns & Boats [Feat. Fes Roc]
  8. THUGGed Out Zombies
  9. Potential
  10. G.O.D [Feat. Monica Blaire]
  11. Master Class
  12. JASON

Beatz

All tracks produced by JR Swiftz

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